Col bianco delle nevi delle Alpi / Col rosso dei
tramonti siciliani / Col verde delle valli di Toscana / Noi facemmo una
bandiera / Bianca, rossa e verde / La bandiera tricolor. Potrebbe sembrare stucchevole, ma quando mi sono trovata al Teatro Alfieri
di Torino alla rappresentazione dello spettacolo musicale “Rinaldo in campo”
sono stata coinvolta in un profondo stato emozionale. Ero adolescente, ma ricordo
i sentimenti di allora poco diversi da quelli odierni sebbene mediati da
funzioni razionali alla parola Patria. La commedia di Garinei e Giovannini era
stata concepita per i festeggiamenti del Centenario dell’Unità d’Italia e
raccontava del brigante siculo, finto garibaldino per entrare nelle case dei
nobili e rubare il possibile, improvvisamente redento dall’amore per Angelica.
Un Domenico Modugno travolgente, una esuberante Delia Scala, un coro che
riempiva la sala con calde e intense voci... tutte persone che non ci sono più,
come non c’è più il concetto di Patria e di rispetto per il Paese in cui
viviamo. Parole che, se pronunciate in presenza dei soloni proiettati nel
futuro dell’IA e affini, suscitano ironia, a volte epiteti leggermente
infamanti; ma concetti che, repressi, danno spesso origine a quel malessere bisognoso
di sostegni psicologici nel migliore dei casi... quando non a vere e proprie
nevrosi. La Terra è nostra Madre, simbolo del Femminile, di quella parte di noi
che ha diritto di cittadinanza esattamente quanto il Maschile. Senza equilibrio
fra le due istanze non siamo in grado di avere una visione panoramica delle
varie situazioni senza essere o coinvolti troppo emotivamente o inibiti da
funzioni razionali esagerate. Abbiamo bisogno di radici, di sentire il nostro
legame con la Terra da cui trarre nutrimento (Acqua-Linfa), per poter elevare (Fuoco)
i nostri rami verso il cielo (Aria). Ma se
l’IA ha invaso così tanto le nostre vite, un motivo ci sarà e non è certo dei
migliori: abbiamo imparato a demandare la nostra interezza a una qualche
“entità” a noi esterna senza capire che è il nostro legame con la Coscienza ciò
che ci rende presenti e attivi a 360°. Scegliendo di non esercitare appieno le
nostre facoltà ne perderemo poco alla volta l’ampiezza, nel caso il passare
degli anni non provvedesse già abbondantemente: essere sostituiti
nell’elaborazione dei dati può significare accelerare i tempi... ma siamo
sicuri che in quel lasso di tempo non precludiamo spazio all’intuizione in
grado di farci raggiungere mete insperate e sconosciute?
È utopia,
lo so, e il progresso ci vuole immersi in mille facilitazioni che i nostri avi
non possedevano: adesso viaggiamo da una parte all’altra del globo, conosciamo
altre realtà, visitiamo luoghi sacri da cui emergono vestigia del passato, i
telefonini ci mettono in comunicazione con chiunque e ovunque, computer e
televisione ci danno l’impressione di sapere cosa esista nella realtà che non
possiamo vedere e sentire nel nostro microscopico spazio con i nostri cinque
sensi... ma non sappiamo guardarci “dentro” dove accade ciò in cui maggiormente
dovrebbe essere polarizzata la nostra attenzione, per decodificare gli eventi
esterni senza far parte di un gregge belante. Parliamo
diverse lingue, i più evoluti anche nove, ma la prima parola che di solito il
bambino pronuncia è una bilabiale, prodotta cioè con la chiusura di entrambe le
labbra: mamma, papà, bimbo. È la prima forma di comunicazione con cui
“assaggiamo” il mondo. Sono concetti radicati dentro di noi che si riferiscono
ad archetipi, modelli originali da cui derivano idee, forme o testi che ci
accompagnano nella nostra evoluzione. Inserire nel vocabolario “Genitore Uno” e
“Genitore Due” è una delle tante forme di destrutturazione da cui siamo
tempestati. In quest’ottica non è da oggi che il tentativo di sostituire l’idea
di Patria legata all’elemento Terra serpeggia un po’ ovunque, abbondantemente,
creando in noi quel distacco - piuttosto corrosivo a livello inconscio - dalla “madre
benigna e pia” a cui si riferisce Francesco Petrarca nella canzone “Italia
mia benché ‘l parlar sia indarno”. Non a caso questo è uno dei primi
componimenti poetici riferito l’unità storica, culturale e spirituale dell’Italia, al di sopra dell’estremo
frazionamento statuale e di fazione allora vigente. Oggi le divisioni sono
molteplici e il “Divide et impera” regna ovunque, ma l’aspetto peggiore è che
il concetto di “sovranità” viene usato politicamente in modo improprio. Oggi
siamo “europei”, “cittadini del mondo” e non ci rendiamo conto della bellezza
del nostro Paese, non sappiamo difenderlo anche solo nel nostro piccolo
metroquadro. Il caos regna ovunque. Con buona
pace del fondatore dell’Unione paneuropea (1923) il conte Richard Nicolaus Kalergi
- figlio di un diplomatico austro-ungarico e discendente da parte materna di
una famiglia di Samurai - ogni essere vivente affonda le proprie radici in
luoghi molto diversi gli uni dagli altri: Inuit, Iraniani, Burkinabé, Cinesi,
Europei ecc. per quanto abbiano in comune la sostanza di cui è composta la loro
Coscienza, i loro corpi e le loro usanze presentano notevoli differenze, legate
a radici in territori diversi. Non c’è una razza o una religione migliore
dell’altra (nonostante ci sia chi ne è convinto) per cui è inutile negare che ognuno
di noi abbia il diritto di riferirsi alle proprie tradizioni. Però, se mi si
viene a spiegare che è giusto le donne debbano indossare burka ed essere
picchiate in quanto sottoposte alla volontà dell’uomo, spiego gentilmente che
in Italia dal 1948 alla donna è “persino” stato concesso il voto e che la
Sharia è applicabile nei luoghi dove è nata. Non esiste che un governo
straniero (Marocco) investa milioni di euro per costruire qui a Torino la terza
moschea per importanza in Europa, con annesso un centro di islamizzazione
proprio in un quartier ad alta densità di stranieri. Questo deve essere chiaro
a tutti: l’Italia è uno Stato che consente la libertà di culto, ma dove vige
una Costituzione che deve essere rispettata e non sopraffatta da ambigue trame
eversive. Chiunque non voglia sottoporsi alle nostre leggi è libero di trovare
un altro luogo dove esprimere le proprie convinzioni legate alle radici
socio-culturali che lo hanno improntato.