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lunedì 19 ottobre 2026

LE RADICI DEL MALE
di Chicca Morone
 


Col bianco delle nevi delle Alpi / Col rosso dei tramonti siciliani / Col verde delle valli di Toscana / Noi facemmo una bandiera / Bianca, rossa e verde / La bandiera tricolor.
Potrebbe sembrare stucchevole, ma quando mi sono trovata al Teatro Alfieri di Torino alla rappresentazione dello spettacolo musicale “Rinaldo in campo” sono stata coinvolta in un profondo stato emozionale. Ero adolescente, ma ricordo i sentimenti di allora poco diversi da quelli odierni sebbene mediati da funzioni razionali alla parola Patria. La commedia di Garinei e Giovannini era stata concepita per i festeggiamenti del Centenario dell’Unità d’Italia e raccontava del brigante siculo, finto garibaldino per entrare nelle case dei nobili e rubare il possibile, improvvisamente redento dall’amore per Angelica. Un Domenico Modugno travolgente, una esuberante Delia Scala, un coro che riempiva la sala con calde e intense voci... tutte persone che non ci sono più, come non c’è più il concetto di Patria e di rispetto per il Paese in cui viviamo. Parole che, se pronunciate in presenza dei soloni proiettati nel futuro dell’IA e affini, suscitano ironia, a volte epiteti leggermente infamanti; ma concetti che, repressi, danno spesso origine a quel malessere bisognoso di sostegni psicologici nel migliore dei casi... quando non a vere e proprie nevrosi. La Terra è nostra Madre, simbolo del Femminile, di quella parte di noi che ha diritto di cittadinanza esattamente quanto il Maschile. Senza equilibrio fra le due istanze non siamo in grado di avere una visione panoramica delle varie situazioni senza essere o coinvolti troppo emotivamente o inibiti da funzioni razionali esagerate. Abbiamo bisogno di radici, di sentire il nostro legame con la Terra da cui trarre nutrimento (Acqua-Linfa), per poter elevare (Fuoco) i nostri rami verso il cielo (Aria).      

Ma se l’IA ha invaso così tanto le nostre vite, un motivo ci sarà e non è certo dei migliori: abbiamo imparato a demandare la nostra interezza a una qualche “entità” a noi esterna senza capire che è il nostro legame con la Coscienza ciò che ci rende presenti e attivi a 360°. Scegliendo di non esercitare appieno le nostre facoltà ne perderemo poco alla volta l’ampiezza, nel caso il passare degli anni non provvedesse già abbondantemente: essere sostituiti nell’elaborazione dei dati può significare accelerare i tempi... ma siamo sicuri che in quel lasso di tempo non precludiamo spazio all’intuizione in grado di farci raggiungere mete insperate e sconosciute?



È utopia, lo so, e il progresso ci vuole immersi in mille facilitazioni che i nostri avi non possedevano: adesso viaggiamo da una parte all’altra del globo, conosciamo altre realtà, visitiamo luoghi sacri da cui emergono vestigia del passato, i telefonini ci mettono in comunicazione con chiunque e ovunque, computer e televisione ci danno l’impressione di sapere cosa esista nella realtà che non possiamo vedere e sentire nel nostro microscopico spazio con i nostri cinque sensi... ma non sappiamo guardarci “dentro” dove accade ciò in cui maggiormente dovrebbe essere polarizzata la nostra attenzione, per decodificare gli eventi esterni senza far parte di un gregge belante.
Parliamo diverse lingue, i più evoluti anche nove, ma la prima parola che di solito il bambino pronuncia è una bilabiale, prodotta cioè con la chiusura di entrambe le labbra: mamma, papà, bimbo. È la prima forma di comunicazione con cui “assaggiamo” il mondo. Sono concetti radicati dentro di noi che si riferiscono ad archetipi, modelli originali da cui derivano idee, forme o testi che ci accompagnano nella nostra evoluzione. Inserire nel vocabolario “Genitore Uno” e “Genitore Due” è una delle tante forme di destrutturazione da cui siamo tempestati. In quest’ottica non è da oggi che il tentativo di sostituire l’idea di Patria legata all’elemento Terra serpeggia un po’ ovunque, abbondantemente, creando in noi quel distacco - piuttosto corrosivo a livello inconscio - dalla “madre benigna e pia” a cui si riferisce Francesco Petrarca nella canzone “Italia mia benché ‘l parlar sia indarno”. Non a caso questo è uno dei primi componimenti poetici riferito l’unità storica, culturale e spirituale dell’Italia, al di sopra dell’estremo frazionamento statuale e di fazione allora vigente. Oggi le divisioni sono molteplici e il “Divide et impera” regna ovunque, ma l’aspetto peggiore è che il concetto di “sovranità” viene usato politicamente in modo improprio. Oggi siamo “europei”, “cittadini del mondo” e non ci rendiamo conto della bellezza del nostro Paese, non sappiamo difenderlo anche solo nel nostro piccolo metroquadro. Il caos regna ovunque.
Con buona pace del fondatore dell’Unione paneuropea (1923) il conte Richard Nicolaus Kalergi - figlio di un diplomatico austro-ungarico e discendente da parte materna di una famiglia di Samurai - ogni essere vivente affonda le proprie radici in luoghi molto diversi gli uni dagli altri: Inuit, Iraniani, Burkinabé, Cinesi, Europei ecc. per quanto abbiano in comune la sostanza di cui è composta la loro Coscienza, i loro corpi e le loro usanze presentano notevoli differenze, legate a radici in territori diversi. Non c’è una razza o una religione migliore dell’altra (nonostante ci sia chi ne è convinto) per cui è inutile negare che ognuno di noi abbia il diritto di riferirsi alle proprie tradizioni. Però, se mi si viene a spiegare che è giusto le donne debbano indossare burka ed essere picchiate in quanto sottoposte alla volontà dell’uomo, spiego gentilmente che in Italia dal 1948 alla donna è “persino” stato concesso il voto e che la Sharia è applicabile nei luoghi dove è nata. Non esiste che un governo straniero (Marocco) investa milioni di euro per costruire qui a Torino la terza moschea per importanza in Europa, con annesso un centro di islamizzazione proprio in un quartier ad alta densità di stranieri. Questo deve essere chiaro a tutti: l’Italia è uno Stato che consente la libertà di culto, ma dove vige una Costituzione che deve essere rispettata e non sopraffatta da ambigue trame eversive. Chiunque non voglia sottoporsi alle nostre leggi è libero di trovare un altro luogo dove esprimere le proprie convinzioni legate alle radici socio-culturali che lo hanno improntato.