Da ragazzo
ho sempre atteso l’estate come si aspetta una porta quando finalmente si apre
su un tempo diverso: era la libertà e il tempo senza confini. Ogni estate
sembrava promettere qualcosa che ancora non conoscevo; poi sono arrivato gli
anni adulti, quello in cui il tempo comincia a correre, mentre noi impariamo
appena a seguirlo e, ora, l’estate è diversa, anche sofferta, per le alte
temperature e, forse, anche perché diverso sono io. Gli anni hanno lasciato
sulle stagioni il peso dei ricordi e, all’inizio d’ottobre, guardo il cielo:
aspetto quelle dolci nuvole che arrivano piano piano, quasi in punta di piedi.
Guardo il mare e anche lui non è quello dell’estate. È il mare d’ottobre. E
racconta. Se ci fermiamo un momento e ascoltiamo, senza parlare, possiamo quasi
sentirli i tronchi spiaggiati sulle nostre rive. Hanno voce profonda, consumata
dalle onde. Ed è, loro accanto, la vecchia bandiera di segnalazione dello
stabilimento balneare. Lei parla con un fruscio leggero, come se avesse ancora
il vento cucito addosso. “Da dove venite?” domanda ad uno
dei grandi tronchi bianchi appoggiati sui ciottoli tra due pontili vuoti. Scricchiola piano e quello le
risponde: “Da lontano … da molto lontano. Prima eravamo alberi con le foglie
sopra la testa e la terra sotto le radici. Poi siamo caduti, uno dopo l’altro,
e l’acqua ci ha presi”. “E avete avuto paura?” “All’inizio sì. Il fiume ci
trascinava senza chiederci dove volessimo andare. Abbiamo incontrato sassi,
correnti, piogge. Abbiamo imparato a non opporci all’acqua”.
Un altro tronco più grande, e
quasi completamente bianco, interviene: “Io ho viaggiato per giorni. Il mare mi
ha portato avanti e indietro; a volte mi lasciava sulla spiaggia, poi tornava a
prendermi. Mi ha levigato la corteccia, ha cancellato i segni che avevo
addosso. Guarda come sono diventato. La vecchia bandiera lo osserva e
si muove appena: “Sei diventato bianco”. “Non di vecchiaia,” risponde il
tronco con un piccolo scricchiolio “è il sole, il sale e … il tempo”. La bandiera sorride (se una
vecchia bandiera può sorridere): “Il tempo lo conosco bene”. Una raffica la
solleva per un istante: il suo tessuto scolorito e sfilacciato fa flap flap
contro l’asta. “Io sono rimasta qui per molte stagioni, ho visto arrivare la
primavera, l’estate piena di voci, i bambini correre verso l’acqua e io li
chiamavo: non vi allontanate! Ho visto ombrelloni aprirsi e chiudersi la sera:
ho conosciuto tutti i venti”. “E loro che cosa ti hanno
insegnato?” chiedono i tronchi. La bandiera resta immobile per
qualche secondo e poi dice: “Mi hanno insegnato che niente rimane nella stessa
direzione per sempre. Quando soffiavano da terra, portavano profumi di pini e
strade lontane; quando arrivavano dal mare, avevano dentro l’odore delle alghe
e delle tempeste. Qualche volta erano così forti, che mi facevano tremare
tutta; altre volte mi sfioravano appena come per salutarmi con dolcezza”.
“E adesso?” domanda il tronco più
piccolo. La bandiera guarda il mare:
“Adesso il vento d’ottobre mi parla piano. E voi? Resterete qui?” “Non lo sappiamo. Forse una
mareggiata ci porterà ancora via; forse resteremo qui per tutto l’inverno”. “Allora non siete arrivati alla
fine del viaggio.” “Forse il viaggio non finisce
mai”. Per un po’ nessuno parla. Si
sente solo il mare. Un’onda arriva ai piedi dei tronchi, li bagna e poi si
ritira. La vecchia bandiera si muove lentamente. Noi seduti poco distante,
restiamo in silenzio, perché, improvvisamente, ci sembra che quei tronchi
bianchi non siano relitti abbandonati sulla spiaggia, ma viaggiatori, che si
son fermati solo per riposare e la vecchia bandiera, ormai scolorita, non è più
un segnale per chi passa: è diventata la custode dei loro racconti.
Quei tronchi sono migranti del
vento e delle correnti, con una casa che non possono più raggiungere. Il tronco più bianco guarda la
spiaggia: “Abbiamo nostalgia di casa”. I ciottoli raccolti ai suoi piedi
non rispondono. Sono tanti, tutti diversi, levigati dal mare, alcuni hanno
colori caldi, altri sono grigi, quasi neri. “Ma voi avete viaggiato tanto,”
osserva uno di loro “non siete forse felici di essere arrivati?” Il tronco scricchiola: “Il
viaggio può essere bello e nello stesso tempo può far sentire la mancanza di ciò
che abbiamo abbandonato e … poi, per mare, abbiamo lasciato anche altri
tronchi, che non affioreranno più e non arriveranno mai su questa spiaggia”. Un gabbiano scende sulla riva, fa
qualche passo, inclinando il capo: “Che cosa vorreste qui?” “Non cerchiamo molto,” gli
risponde il tronco “soltanto un posto dove non essere considerati stranieri”. Il gabbiano abbassa gli occhi:
“Questa è una spiaggia grande, anche se non basta solo avere spazio per essere
accolti”. Queste parole rimangono
nell’aria, poi i ciottoli cominciano a muoversi appena sotto l’acqua. “Potete
restare con noi,” dicono “anche noi siamo stati trascinati, e abbiamo cambiato
forma viaggiando. Prima eravamo dentro rocce più grandi, poi il mare ci ha
spezzati, levigati e portati qui”.
“Allora li capiamo, forse più di
quanto pensiate!” Da uno scoglio è arrivata una voce profonda. “Non chiedete ai
nuovi arrivati di essere uguali a noi. Lasciate che conservino i segni del
viaggio”. Da una piccola cavità tra due pietre è spuntato un granchio. Dopo
aver parlato, si sta guardando attorno: nessun bambino, nessun ombrellone,
nessuno che cercherà di prenderlo. Fa un passo, poi un altro. “Finalmente!” Borbotta. Tutti lo guardano. “Finalmente cosa?” chiede la vecchia
bandiera. “Finalmente posso uscire senza
paura”. Mette qualche passo di lato e si
ferma davanti al tronco più grande. Domanda: “Anche tu hai paura?” “A volte, sì” gli risponde.
Il granchio alza una chela e
conclude: “Allora siamo amici”. La vecchia bandiera, consumata
dal sole, dal vento li guarda. Lascia andare un lungo fruscio e ci dice: “Guardateli!
Un tronco arrivato da lontano, un granchio che esce dal suo rifugio, uomini e gabbiani
che conoscono tutte le coste, il mare che dialoga con i ciottoli sulle rive.
Nessuno qui è davvero immobile, ognuno pota con sé una storia”. Il gabbiano apre le ali, il
tronco ascolta il mare e, per la prima volta, non pensa soltanto alla casa che
ha perduto, ma a quella che potrebbe trovare e il granchio soddisfatto torna a
passeggiare tra i ciottoli. La spiaggia scruta l’orizzonte,
il vento di ottobre continua a passare con una mano leggera e dice a tutti:
“Siete arrivati. Adesso riposate”.