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giovedì 22 ottobre 2026

RACCONTO D’OTTOBRE
di Zaccaria Gallo



Da ragazzo ho sempre atteso l’estate come si aspetta una porta quando finalmente si apre su un tempo diverso: era la libertà e il tempo senza confini. Ogni estate sembrava promettere qualcosa che ancora non conoscevo; poi sono arrivato gli anni adulti, quello in cui il tempo comincia a correre, mentre noi impariamo appena a seguirlo e, ora, l’estate è diversa, anche sofferta, per le alte temperature e, forse, anche perché diverso sono io. Gli anni hanno lasciato sulle stagioni il peso dei ricordi e, all’inizio d’ottobre, guardo il cielo: aspetto quelle dolci nuvole che arrivano piano piano, quasi in punta di piedi. Guardo il mare e anche lui non è quello dell’estate. È il mare d’ottobre. E racconta. Se ci fermiamo un momento e ascoltiamo, senza parlare, possiamo quasi sentirli i tronchi spiaggiati sulle nostre rive. Hanno voce profonda, consumata dalle onde. Ed è, loro accanto, la vecchia bandiera di segnalazione dello stabilimento balneare. Lei parla con un fruscio leggero, come se avesse ancora il vento cucito addosso.
“Da dove venite?” domanda ad uno dei grandi tronchi bianchi appoggiati sui ciottoli tra due pontili vuoti.
Scricchiola piano e quello le risponde: “Da lontano … da molto lontano. Prima eravamo alberi con le foglie sopra la testa e la terra sotto le radici. Poi siamo caduti, uno dopo l’altro, e l’acqua ci ha presi”.
“E avete avuto paura?”
“All’inizio sì. Il fiume ci trascinava senza chiederci dove volessimo andare. Abbiamo incontrato sassi, correnti, piogge. Abbiamo imparato a non opporci all’acqua”.



Un altro tronco più grande, e quasi completamente bianco, interviene: “Io ho viaggiato per giorni. Il mare mi ha portato avanti e indietro; a volte mi lasciava sulla spiaggia, poi tornava a prendermi. Mi ha levigato la corteccia, ha cancellato i segni che avevo addosso. Guarda come sono diventato.
La vecchia bandiera lo osserva e si muove appena: “Sei diventato bianco”.
“Non di vecchiaia,” risponde il tronco con un piccolo scricchiolio “è il sole, il sale e … il tempo”.
La bandiera sorride (se una vecchia bandiera può sorridere): “Il tempo lo conosco bene”. Una raffica la solleva per un istante: il suo tessuto scolorito e sfilacciato fa flap flap contro l’asta. “Io sono rimasta qui per molte stagioni, ho visto arrivare la primavera, l’estate piena di voci, i bambini correre verso l’acqua e io li chiamavo: non vi allontanate! Ho visto ombrelloni aprirsi e chiudersi la sera: ho conosciuto tutti i venti”.
“E loro che cosa ti hanno insegnato?” chiedono i tronchi.
La bandiera resta immobile per qualche secondo e poi dice: “Mi hanno insegnato che niente rimane nella stessa direzione per sempre. Quando soffiavano da terra, portavano profumi di pini e strade lontane; quando arrivavano dal mare, avevano dentro l’odore delle alghe e delle tempeste. Qualche volta erano così forti, che mi facevano tremare tutta; altre volte mi sfioravano appena come per salutarmi con dolcezza”.



“E adesso?” domanda il tronco più piccolo.
La bandiera guarda il mare: “Adesso il vento d’ottobre mi parla piano. E voi? Resterete qui?”
“Non lo sappiamo. Forse una mareggiata ci porterà ancora via; forse resteremo qui per tutto l’inverno”.
“Allora non siete arrivati alla fine del viaggio.”
“Forse il viaggio non finisce mai”.
Per un po’ nessuno parla. Si sente solo il mare. Un’onda arriva ai piedi dei tronchi, li bagna e poi si ritira. La vecchia bandiera si muove lentamente. Noi seduti poco distante, restiamo in silenzio, perché, improvvisamente, ci sembra che quei tronchi bianchi non siano relitti abbandonati sulla spiaggia, ma viaggiatori, che si son fermati solo per riposare e la vecchia bandiera, ormai scolorita, non è più un segnale per chi passa: è diventata la custode dei loro racconti.


Quei tronchi sono migranti del vento e delle correnti, con una casa che non possono più raggiungere.
Il tronco più bianco guarda la spiaggia: “Abbiamo nostalgia di casa”.
I ciottoli raccolti ai suoi piedi non rispondono. Sono tanti, tutti diversi, levigati dal mare, alcuni hanno colori caldi, altri sono grigi, quasi neri.
“Ma voi avete viaggiato tanto,” osserva uno di loro “non siete forse felici di essere arrivati?”
Il tronco scricchiola: “Il viaggio può essere bello e nello stesso tempo può far sentire la mancanza di ciò che abbiamo abbandonato e … poi, per mare, abbiamo lasciato anche altri tronchi, che non affioreranno più e non arriveranno mai su questa spiaggia”.
Un gabbiano scende sulla riva, fa qualche passo, inclinando il capo: “Che cosa vorreste qui?”
“Non cerchiamo molto,” gli risponde il tronco “soltanto un posto dove non essere considerati stranieri”.
Il gabbiano abbassa gli occhi: “Questa è una spiaggia grande, anche se non basta solo avere spazio per essere accolti”.
Queste parole rimangono nell’aria, poi i ciottoli cominciano a muoversi appena sotto l’acqua. “Potete restare con noi,” dicono “anche noi siamo stati trascinati, e abbiamo cambiato forma viaggiando. Prima eravamo dentro rocce più grandi, poi il mare ci ha spezzati, levigati e portati qui”.



“Allora li capiamo, forse più di quanto pensiate!” Da uno scoglio è arrivata una voce profonda. “Non chiedete ai nuovi arrivati di essere uguali a noi. Lasciate che conservino i segni del viaggio”. Da una piccola cavità tra due pietre è spuntato un granchio. Dopo aver parlato, si sta guardando attorno: nessun bambino, nessun ombrellone, nessuno che cercherà di prenderlo. Fa un passo, poi un altro.
“Finalmente!” Borbotta.
Tutti lo guardano.
“Finalmente cosa?” chiede la vecchia bandiera.
“Finalmente posso uscire senza paura”.                                                                         
Mette qualche passo di lato e si ferma davanti al tronco più grande. Domanda: “Anche tu hai paura?”
“A volte, sì” gli risponde.



Il granchio alza una chela e conclude: “Allora siamo amici”.
La vecchia bandiera, consumata dal sole, dal vento li guarda. Lascia andare un lungo fruscio e ci dice: “Guardateli! Un tronco arrivato da lontano, un granchio che esce dal suo rifugio, uomini e gabbiani che conoscono tutte le coste, il mare che dialoga con i ciottoli sulle rive. Nessuno qui è davvero immobile, ognuno pota con sé una storia”.
Il gabbiano apre le ali, il tronco ascolta il mare e, per la prima volta, non pensa soltanto alla casa che ha perduto, ma a quella che potrebbe trovare e il granchio soddisfatto torna a passeggiare tra i ciottoli.
La spiaggia scruta l’orizzonte, il vento di ottobre continua a passare con una mano leggera e dice a tutti: “Siete arrivati. Adesso riposate”.