SCAFFALI
di Adam Vaccaro
Il tempo ripreso in John Picchione
I libri si
distinguono tra rispettabili impegni e ricerche, e libri-Opera, che raccolgono
il senso di una vita, animata, spesa e restituita nel mondo in cui si è
vissuti. Senso che dunque è materia, corpo e carne del tempo di cui si fa voce.
Quando tale ricchezza di interazioni, tra singolarità e molteplicità, si
coagula come in questo libro di John Picchione (Esplorazioni del tempo.
Narrativa italiana, Scienza,
Tecnologia e Società. Dalla tarda modernità alla contemporaneità, Mimesis, 2026) di cui cerco qui di offrire un sintetico richiamo, quel senso e
quel tempo diventano luoghi di arricchimento del processo vitale collettivo,
proiettato oltre gli stessi contemporanei dell’Autore. È un’opera impossibile
senza il coinvolgimento e l’attraversamento di ambiti e linguaggi
interdisciplinari, di cui si dà conto già nel sottotitolo, richiamando ricerche
scientifiche, sia tecnologiche che sociali. Una tensione alla totalità, che fa
di questa un’Opera non un Hortus conclusus nel letterario, ma una
azione aperta, tesa a dire e a restituire la scrittura-letteratura nella
complessità del Mondo. Col che il senso del tempo ripreso è tale e reale solo
se è condiviso. Sempre nel sottotitolo, viene specificata la focalizzazione
della sua ricerca nella narrativa. Ne consegue che, in primis, il libro si articola in un ricco attraversamento di
tutte le forme narrative generate dal e nel ’900, secolo di esplosioni di
immani tragedie e inventive, generate dal sempre più furioso sviluppo
capitalistico. Il libro, pertanto, esplora le varie forme di narrativa, che
vanno da quelle delle esaltazioni futuriste, alle opere collocate sul versante
delle mancanze, sofferenze invisibili o drammatiche, del cosiddetto Disagio della civiltà. Disagio, esperienza
e fonte di pensiero critico, senza il quale la libertà trionfante narrata dalla
ideologia del capitalismo di magnifiche
sorti e progressive (splendido rovesciamento satirico del genio
leopardiano), rimane illusione e strumento di sudditanza passiva, rispetto al dominio
in atto. Da qui, i saggi preziosi che ne conseguono riguardano Autori quali
Pirandello e Svevo, Pavese e Buzzati, fino a quelli del secondo Novecento, come
Mastronardi e Volponi, ma anche autori contemporanei di questa fase del
capitalismo globalizzato e digitale, quali Tabucchi, Nove, Accardo e altri.
Un
attraversamento che perviene al “Tempo
bloccato” (p. 235), consono alle cieche hybris
e grottesche pretese di fine della
storia, narrate ad esempio dalle “storie-interviste
di Aldo Nove” (ibidem). La narrazione che ne deriva è della alienata
esaltazione individualistica, che perde ogni contatto e coscienza della realtà,
con l’incapacità di progetto di un altro orizzonte storicosociale, di uno stato
di libera oscillazione in un universo liquido (quale disegnato da Bauman), del
quale non si vede il limite, se non in deliri di superpoteri capaci di uscita
da un chiuso e insieme infinito, innumerevoli personaggi che hanno animato
decenni di cinema, con Supermen capaci di andare oltre la sua favolosa
“Distopia e tempo cosmico” (p. 289). L’unica possibile uscita e ripresa del
tempo, cioè della realtà e di sé, è data dalla capacità di condivisione, pertugio
di una liberazione effettiva, di presa di coscienza critica, di resistenza e
liberazione con il progetto di un’altra storia antropologica e sociale: “Il
ricongiungimento col reale si afferma… tramite l’incontro con l’Altro…vissuto
senza dissidio e separatezza, all’insegna del legame e della solidarietà.”, in
quanto “L’Altro è riconosciuto come parte costitutiva della propria identità e
della propria realtà” (ibidem). L’ultimo capitolo (da p, 255 a p. 294) è
dedicato al giovane Aldo Nove, e serve
a Picchione per ribadire in chiusura i nodi e le sintesi dolorose più attuali
della contemporaneità, anche se già evidenziate attraverso gli Autori
precedentemente citati: “L’accelerazione di tutti i ritmi di vita, i mutamenti
apportati dalle nuove tecnologie… la precarietà del lavoro… hanno creato la
percezione” di “esperienze… costituite da episodi senza scopo, slegati tra
loro”, in cui “le cose cambiano, ma non si sviluppano, non vanno da
nessuna parte” (p. 294)… “una prospettiva” della “tarda modernità… contraddistinta
dalla frammentazione… in cui, da una parte, nella dimensione collettiva, si è
smarrita la finalità della Storia e, dall’altra, nella dimensione individuale,
la volatilità e l’assenza di direzione regnano... Il capitalismo contemporaneo
con la sua accelerazione di ogni espressione di vita, espone a forme inedite di
alienazione che sconvolgono i rapporti umani con lo spazio e con il tempo” (ibidem).
Il
ramificato percorso del libro si misura con tale condizione, nella coscienza
della sua chiusura distopica, eppure non arresa alla sua chiusura antiumana,
continuando a porre sollecitazioni attive e domande, attraverso i personaggi
dei testi esaminati, come quella posta da un professore, nel romanzo Il professore di Viggiù (2018) di Aldo
Nove: “E come se ne esce da questa waste
land culturale e sociale?” (p. 290), domanda aperta, necessaria quanto (im)possibile,
ma eticamente imposta alla nostra responsabilità storica e antropologica. In
chiusura, voglio sottolineare la dimensione quantitativa e qualitativa
dell’Opera, citando il suo corredo di una corposa bibliografia, da pagina 295 a
pagina 306. Un libro da leggere e rileggere, senza una sequenza ordinata, ma
con scelte sollecitate dai vari capitoli della sua tensione totalizzante.

