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lunedì 26 ottobre 2026

TEMPI FORMIDABILI
di Maria Antonietta Montella


 

Questo è un racconto di una carriera lavorativa partita dal basso: dalla mia posizione di immigrata assunta in una grande impresa del Nord. Mai avrei immaginato di ritrovarmi in una delle più grandi aziende di comunicazione, in una direzione strategica che tuttavia nasce e muore praticamente con me. I miei ricordi in questa stupenda prigione che sembra una gabbia si sfogliano come un mazzo di carte. Ho incontrato grandi e piccoli personaggi - alcuni di sicuro, altri di discreto, altri ancora di incerto talento - che hanno lasciato un segno dentro di me. Li ho visti senza paraocchi, impietosamente, non ho risparmiato impressioni neppure de visu, quando ne ho avuto l’occasione.
Sono arrivata a Milano per un pesce d’aprile, fresca di laurea in sociologia ed esperienza didattica, avevo ventidue anni. Avrei visto un po’ il mondo e me ne sarei tornata nella mia terra, in Toscana a fare l’insegnante - era quello che in fondo volevo fare. Lo stage me lo avrebbe permesso.
Ci sono rimasta 40 anni, pazzesco. Dopo lo stage e l’avventura come copy fino alla maternità, sono diventata molto determinata a rimanere a Milano. Al rientro, dopo la pausa per la nascita del figlio, insoddisfatta della mia posizione - la nuova direzione pensava non ritornassi e mi avevano inserito ultima in un nuovo gruppo - mi sono inventata un nuovo lavoro. Ho sfruttato l’esperienza universitaria fatta durante il corso di Cinema e spettacolo tenuto dal mio professore, Pio Baldelli. Erano gli anni ’70, Baldelli era un mito come esperto di Comunicazione e come direttore responsabile di Lotta Continua. Così ho creato, su suggerimento della nuova diarchia direttiva che mi aveva messo alla prova, l’ufficio cinema che mancava alla nostra direzione.
Lì, ho fatto di tutto. Ho scritto sceneggiature televisive, diretto video commerciali, creato e prodotto filmati per eventi e road show.
Ho fatto l’executive producer, la regista, il direttore creativo, la problem solver - in un corso ad hoc per dirigenti ho preso il massimo dei punteggi - la facilitatrice di rapporti tra la mia azienda e le agenzie.
Quando sono diventata responsabile di tutta la comunicazione pubblicitaria della Casa Editrice, la maggior parte dei miei colleghi se l’aspettava.
Bene, diciamo che su una quarantina di persone - tanti eravamo a quel tempo - il rapporto di quanti non hanno amato essere scavalcati da una pari era di uno su quattro. Da questi quattro totali - eccetto una, ma non per motivi di riconoscimento - non ho mai avuto in seguito problemi. Come responsabile ho fatto anche la tutor per quattro studenti (uno all’anno) del Master di Comunicazione: un percorso di formazione superiore con probabile inserimento in azienda dove era necessario essere seguiti, oltre che dai docenti, da manager delle aziende che facevano capo alla galassia Fininvest.
Ho fatto risparmiare tanti soldi alla mia azienda. Una volta mi sono divertita a quantificarli con il mio gestore del personale: la cifra si aggirava intorno ai 130 mila euro l’anno, di risparmio vero. Non male, eh?



Durante questa lunga avventura ho visto fare, e ho fatto, cose che i nati nel terzo millennio non possono lontanamente immaginare. Testi battuti tramite pulsanti di metallo su nastri rossi e blu, errori sbianchettati col pennello. Illustratori dipingere con bottigliette di vetro dalla punta di spugna piene di inchiostro colorato, le indispensabili Ecoline. Grafici spennellare cartoncini di una speciale colla rimovibile e dall’odore stordente, la Cow, e appoggiarvi sopra con estrema precisione striscioline di parole. Montatori - oggi si chiamano editor, all’americana - tagliare metri di pellicola alla moviola - ma anche centimetri - e riattaccarla con lo scotch.
Sono passata dalla pellicola al digitale. Sono stata testimone dei primordi di nuove tecniche video, di effetti speciali che prima inventavamo con accrocchi manuali. Prima del Mirage e dei suoi figli che hanno reso tutto facile. Fin troppo. Quarant’anni. Volati via in un soffio. Come la vita.