Questo è
un racconto di una carriera lavorativa partita dal basso: dalla mia posizione
di immigrata assunta in una grande impresa del Nord. Mai avrei immaginato di
ritrovarmi in una delle più grandi aziende di comunicazione, in una direzione
strategica che tuttavia nasce e muore praticamente con me. I miei ricordi in
questa stupenda prigione che sembra una gabbia si sfogliano come un mazzo di
carte. Ho incontrato grandi e piccoli personaggi - alcuni di sicuro, altri di
discreto, altri ancora di incerto talento - che hanno lasciato un segno dentro
di me. Li ho visti senza paraocchi, impietosamente, non ho risparmiato
impressioni neppure de visu, quando
ne ho avuto l’occasione. Sono arrivata a Milano per un
pesce d’aprile, fresca di laurea in sociologia ed esperienza didattica, avevo
ventidue anni. Avrei visto un po’ il mondo e me ne sarei tornata nella mia
terra, in Toscana a fare l’insegnante - era quello che in fondo volevo fare. Lo
stage me lo avrebbe permesso. Ci sono rimasta 40 anni,
pazzesco. Dopo lo stage e l’avventura come copy fino alla maternità, sono diventata
molto determinata a rimanere a Milano. Al rientro, dopo la pausa per la nascita
del figlio, insoddisfatta della mia posizione - la nuova direzione pensava non
ritornassi e mi avevano inserito ultima in un nuovo gruppo - mi sono inventata
un nuovo lavoro. Ho sfruttato l’esperienza universitaria fatta durante il corso
di Cinema e spettacolo tenuto dal mio professore, Pio Baldelli. Erano gli anni ’70,
Baldelli era un mito come esperto di Comunicazione e come direttore
responsabile di Lotta Continua. Così ho creato, su suggerimento della nuova
diarchia direttiva che mi aveva messo alla prova, l’ufficio cinema che mancava
alla nostra direzione. Lì, ho fatto di tutto. Ho scritto
sceneggiature televisive, diretto video commerciali, creato e prodotto filmati
per eventi e road show. Ho fatto l’executive producer, la
regista, il direttore creativo, la problemsolver - in un corso
ad hoc per dirigenti ho preso il massimo dei punteggi - la facilitatrice di
rapporti tra la mia azienda e le agenzie. Quando sono diventata
responsabile di tutta la comunicazione pubblicitaria della Casa Editrice, la
maggior parte dei miei colleghi se l’aspettava. Bene, diciamo che su una
quarantina di persone - tanti eravamo a quel tempo - il rapporto di quanti non
hanno amato essere scavalcati da una pari era di uno su quattro. Da questi
quattro totali - eccetto una, ma non per motivi di riconoscimento - non ho mai
avuto in seguito problemi. Come responsabile ho fatto anche la tutor per
quattro studenti (uno all’anno) del Master di Comunicazione: un percorso di
formazione superiore con probabile inserimento in azienda dove era necessario
essere seguiti, oltre che dai docenti, da manager delle aziende che facevano
capo alla galassia Fininvest. Ho fatto risparmiare tanti soldi
alla mia azienda. Una volta mi sono divertita a quantificarli con il mio
gestore del personale: la cifra si aggirava intorno ai 130 mila euro l’anno, di
risparmio vero. Non male, eh?
Durante questa lunga avventura ho
visto fare, e ho fatto, cose che i nati nel terzo millennio non possono
lontanamente immaginare. Testi battuti tramite pulsanti di metallo su nastri
rossi e blu, errori sbianchettati col pennello. Illustratori dipingere con
bottigliette di vetro dalla punta di spugna piene di inchiostro colorato, le
indispensabili Ecoline. Grafici spennellare cartoncini di una speciale colla
rimovibile e dall’odore stordente, la Cow, e appoggiarvi sopra con estrema
precisione striscioline di parole. Montatori - oggi si chiamano editor,
all’americana - tagliare metri di pellicola alla moviola - ma anche centimetri
- e riattaccarla con lo scotch. Sono passata dalla pellicola al
digitale. Sono stata testimone dei primordi di nuove tecniche video, di effetti
speciali che prima inventavamo con accrocchi manuali. Prima del Mirage e dei
suoi figli che hanno reso tutto facile. Fin troppo. Quarant’anni. Volati via in
un soffio. Come la vita.