TUTTO AL MACERO?
di Angelo Gaccione

Cartolina postale di Salvatore Quasimodo
L’infausta vicenda che ha colpito la mia biblioteca personale ha spinto diversi
lettori a scrivermi allarmati. Comprendo benissimo le loro preoccupazioni dal
momento che nel corso della mia vita non ho fatto che leggere libri, discutere
di libri, occuparmi di libri, scrivere di libri. Una vita fatta di libri. Di
conseguenza ne ho accumulati tanti e, come scriveva Petrarca all’amico
Anchiseo, “ne possiedo più del necessario”. In una lunga vita di
scrittura, la lettura diviene anch’essa una pratica quotidiana ineliminabile e
si finisce per occupare con i libri ogni spazio possibile. Carlo Bo li aveva
stipati dappertutto e quando mi ricevette in via Maria Teresa, le sedie su
cui sedemmo erano sovrastate da colonne di libri e l’intera stanza ne era
colma; come ogni spazio possibile della sua abitazione, e dovevi prestare
attenzione a dove poggiavi i piedi, a come muovevi un arto, per evitare che
tutto rovinasse a terra. Faceva a gara con l’amico Giovanni Spadolini: una gara
a chi ne possedeva di più. Ho raccontato quella vicenda in uno scritto sulla
rivista fiorentina “Nuova Antologia” un po’ di anni fa. Non è improbabile che
il personaggio del racconto “Il libro della staffa”, il professore che morirà
seppellito dai suoi libri per il cedimento dei pavimenti di Sonata in due
movimenti, io l’abbia concepito pensando all’appartamento milanese di Carlo
Bo. Ma lui aveva la casa paterna di via XX Settembre a Sestri Levante e i
locali dell’Università di Urbino di cui era rettore, per ricoverare le sue
sterminate creature. Ma noi? Tanti, fra quelli che mi hanno scritto, si trovano
nella mia medesima condizione: avere accumulato una quantità esagerata di libri
e ora si domandano che ne sarà di loro. “(…) Poni degli interrogativi sui libri
che sono anche i miei. A cui aggiungo: quando morirò dove finiranno i libri che
tengo anche in cantina (due librerie), oltre alle tre che ho in casa? So che
anche le biblioteche non accolgono più libri di persone scomparse… Tutto al
macero? Un’umanità al macero e da macero?” così mi scrive il saggista Franco
Toscani. Ho un nodo alla gola mentre leggo le sue parole; sposto un
volume da un ripiano e mi rianimo: dalla mia Carboneria affiora la stampa di una cartolina postale che il
poeta Salvatore Quasimodo ha spedito all’amica Lina Angioletti il 7 aprile 1960
da Atene. L’anno prima gli era stato assegnato il Premio Nobel. Ecco
il testo vergato a mano con bella grafia: “Qui, Salvatore – festeggiato come
nei trionfi, ma triste per la legge dei contrari. Qualcuno si ricordi di
mio padre felice! Salvatore e che vi abbraccia”. Quando Lina mi ha
consegnato questa stampa? Perché me ne aveva voluto far dono? Forse perché non
finisse al macero, forse perché sapeva che si sarebbe trovata bene dove l’ho a
lungo custodita.
