UN CASTELLO, UN GATTO E IL DISUMANO
di Angelo Gaccione
Di qualche altro ritocco il Castello di Legnano avrebbe
bisogno. Sono passati una ventina d’anni dall’ultimo restauro e si sa che il
tempo e le aggressioni atmosferiche sono impietose. Alcune crepe andrebbero
sanate e alcuni mattoni, dal bel colore rosso, sostituiti. Per il resto è
magnifico e tornarci è sempre un piacere. L’atmosfera ottobrina lo esalta e lo
rende magico sia per le coppiette, sia per le famiglie, sia per gli
appassionati della bicicletta che vi possono liberamente sciamare avvolti dal
suo silenzio. Una tappa obbligata per una visita alla Sala dedicata al pittore
divisionista Gaetano Previati e ai suoi tre giganteschi capolavori. Si tratta
del Trittico
della Battaglia di Legnano di cui non mi sazio mai. Un trittico davvero
monumentale e che l’artista ferrarese dipinse nell’arco di un tempo fortemente
simbolico: quello della Grande guerra, la Prima guerra mondiale (il 1915 -
1918). I titoli richiamano quella temperie: La Preghiera, La
Battaglia e La Vittoria. Da quattro anni in questa Sala Previati si
svolge un ritrovo poetico organizzato dal Comune e dalle Officine Letterarie
Chiare Voci per confrontarsi, attraverso i versi e le testimonianze, su alcuni
dei temi più brucianti dell’attualità storico-intellettuale.
Lo scorso sabato si è discusso di Intelligenza Artificiale partendo da una triade che il poeta Carlo Penati ha individuato nella disumanizzazione, nella deumanizzazione, nella transumanizzazione. Ci si è chiesti se la poesia, in un contesto così dominato, sia ancora in grado di restare “un argine al male”; di preservare, attraverso il dialogo e la parola, quel senso empatico di umanità compassionevole, che è proprio di una comunità degna di questo nome. La poesia storicamente - nei suoi vertici - si è sempre resa partecipe del dolore del mondo e ci ha resi consapevoli. Il meglio di sé lo ha offerto allorché la sua parola calda e apparentemente debole, è riuscita a smuovere l’indifferenza e ha svelato agli uomini la disumanità del potere, delle stragi e della guerra.
Molto umano mi è parso, nella sua disponibile
amicizia, il gatto del Castello; un gatto casereccio dal pelame striato di bei
colori armonici, che ha deciso di vivere qui. Va e viene, come tutti i gatti,
indifferente a regole e a steccati. Ma si è fatto accarezzare e fotografare
senza problemi nel piazzale della corte, ed è persino venuto nella Sala
Previati. Si è andato ad accoccolare in una delle sedie alle spalle dei poeti,
e non si sentiva affatto un intruso. Anzi, si vedeva che era a proprio agio: un
gatto che gradiva la poesia, e soprattutto la nostra avversione a disumanità e
guerre. Quando sono andato a sedermi accanto a lui, ha levato il capo verso di
me, mi ha guardato pacifico e ha continuato il suo dormiveglia. “Fotografami pure”
è sembrato che dicesse mentre lo inquadravo col telefonino. E così ho fatto:
per me e per voi.


