Sgarbi: la cultura dell’insulto,
l’indulgenza dello spettacolo. C’è
un’indulgenza che, davanti alla malattia, pretende di trasformare il rispetto
per una persona sofferente nella riabilitazione integrale del suo personaggio
pubblico. Un’indulgenza retroattiva che mi lascia perplesso. Mi dispiace che
Vittorio Sgarbi abbia conosciuto la depressione, non provo alcuna soddisfazione
davanti alla fragilità di un essere umano, nemmeno quando quell’essere umano ha
fatto della mortificazione altrui una cifra del proprio successo. Proprio per
questo, tuttavia, non accetto che la compassione diventi un obbligo di
ammirazione. A Sgarbi riconosco cultura, talento critico, memoria e una
straordinaria capacità di rendere appassionante un’opera d’arte, ma non ho mai
capito perché, insieme alla spiegazione di un dipinto, dovessimo acquistare
anche il diritto del critico d’arte a insultare chi gli sedeva accanto. La competenza non conferisce una licenza di
umiliare e la genialità non costituisce un’attenuante per la cafoneria.Nei
dibattiti politici, l’insulto è spesso il momento in cui il pensiero smette di
lavorare e lascia il posto alla conquista della scena: si alza la voce, si
schiaccia l’interlocutore, si strappa una risata al pubblico… poi si chiama
tutto questo “franchezza”, possibilmente “coraggio”. Curioso coraggio, quello che
ha bisogno di togliere agli altri la possibilità di rispondere. La
responsabilità riguarda anche una televisione che ha premiato questo
spettacolo, scambiando l’aggressività per autorevolezza e l’offesa per vivacità
culturale. Il risultato è una pedagogia avvilente: sapere molto autorizzerebbe
a rispettare poco. Quanto alle vicende giudiziarie, vale una regola che non
ammette simpatie: un’accusa non è una condanna, e un’assoluzione deve essere
riconosciuta anche a chi ci è antipatico: nel caso del dipinto di Manetti,
Sgarbi è stato assolto in primo grado dall’accusa di riciclaggio; la Procura ha
però impugnato la sentenza, sarebbe scorretto trasformare questa vicenda in una
colpevolezza acquisita.
Ma sarebbe altrettanto scorretto usare il dolore per
sottrarre alla critica comportamenti pubblici riprovevoli che abbiamo potuto
osservare per anni. Certo, la depressione non è una contraddizione da
rinfacciare a chi appariva invulnerabile, solo che rimprovero al suo
personaggio di aver troppo spesso trattato la dignità degli altri come
materiale sacrificabile allo spettacolo, e rimprovero ai suoi celebratori di
ricordarsi della sensibilità umana soltanto quando a soffrire è il
protagonista. Anche chi veniva insultato aveva una sensibilità… soltanto che
non disponeva dello stesso alone di prestigio da personaggio pubblico. Posso
augurare a un uomo di stare meglio e, nel contempo, continuare a giudicare
severamente il modo in cui ha trattato gli altri, posso apprezzarne le pagine
sull’arte e detestarne la prepotenza televisiva. Non c’è alcuna incoerenza: c’è
il rifiuto di concedere al talento un privilegio morale. Chi sa riconoscere la bellezza in un quadro
dovrebbe saper riconoscere la dignità in un interlocutore.