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lunedì 5 ottobre 2026

SGARBI UOMO E CRITICO
di Giovanni Bonomo



Sgarbi: la cultura dell’insulto, l’indulgenza dello spettacolo.
 
C’è un’indulgenza che, davanti alla malattia, pretende di trasformare il rispetto per una persona sofferente nella riabilitazione integrale del suo personaggio pubblico. Un’indulgenza retroattiva che mi lascia perplesso. Mi dispiace che Vittorio Sgarbi abbia conosciuto la depressione, non provo alcuna soddisfazione davanti alla fragilità di un essere umano, nemmeno quando quell’essere umano ha fatto della mortificazione altrui una cifra del proprio successo. Proprio per questo, tuttavia, non accetto che la compassione diventi un obbligo di ammirazione. A Sgarbi riconosco cultura, talento critico, memoria e una straordinaria capacità di rendere appassionante un’opera d’arte, ma non ho mai capito perché, insieme alla spiegazione di un dipinto, dovessimo acquistare anche il diritto del critico d’arte a insultare chi gli sedeva accanto. La competenza non conferisce una licenza di umiliare e la genialità non costituisce un’attenuante per la cafoneria. Nei dibattiti politici, l’insulto è spesso il momento in cui il pensiero smette di lavorare e lascia il posto alla conquista della scena: si alza la voce, si schiaccia l’interlocutore, si strappa una risata al pubblico… poi si chiama tutto questo “franchezza”, possibilmente “coraggio”. Curioso coraggio, quello che ha bisogno di togliere agli altri la possibilità di rispondere. La responsabilità riguarda anche una televisione che ha premiato questo spettacolo, scambiando l’aggressività per autorevolezza e l’offesa per vivacità culturale. Il risultato è una pedagogia avvilente: sapere molto autorizzerebbe a rispettare poco. Quanto alle vicende giudiziarie, vale una regola che non ammette simpatie: un’accusa non è una condanna, e un’assoluzione deve essere riconosciuta anche a chi ci è antipatico: nel caso del dipinto di Manetti, Sgarbi è stato assolto in primo grado dall’accusa di riciclaggio; la Procura ha però impugnato la sentenza, sarebbe scorretto trasformare questa vicenda in una colpevolezza acquisita. 



Ma sarebbe altrettanto scorretto usare il dolore per sottrarre alla critica comportamenti pubblici riprovevoli che abbiamo potuto osservare per anni. Certo, la depressione non è una contraddizione da rinfacciare a chi appariva invulnerabile, solo che rimprovero al suo personaggio di aver troppo spesso trattato la dignità degli altri come materiale sacrificabile allo spettacolo, e rimprovero ai suoi celebratori di ricordarsi della sensibilità umana soltanto quando a soffrire è il protagonista. Anche chi veniva insultato aveva una sensibilità… soltanto che non disponeva dello stesso alone di prestigio da personaggio pubblico. Posso augurare a un uomo di stare meglio e, nel contempo, continuare a giudicare severamente il modo in cui ha trattato gli altri, posso apprezzarne le pagine sull’arte e detestarne la prepotenza televisiva. Non c’è alcuna incoerenza: c’è il rifiuto di concedere al talento un privilegio morale. Chi sa riconoscere la bellezza in un quadro dovrebbe saper riconoscere la dignità in un interlocutore.