La periferia è
arrivata in piazza Duomo e ha fatto scandalo, ha rotto le vetrine della
Decatlon, è addirittura entrata nella libreria Feltrinelli, baluardo della
cultura della sinistra radical! (Chissà come avrebbe reagito il fondatore). E
adesso, a Milano, manderanno l’esercito per fermare questa “marmaglia” atipica
e imprevista. Hanno dai 14 ai 20 anni e sono qui da un po’: da quattordici o
vent’anni appunto, rilegati nelle periferie a sentirsi dire in continuazione
che inquinano la nostra gioventù, che le scuole dove vanno loro sono degradate
e quindi vanno rinchiusi in classi separate dove possono marcire di ignoranza,
parcheggiati in attesa di un lavoro che per loro non ci sarà. Non ci sarà
nemmeno quello povero che ha sfiancato i loro genitori, perché le nuove
tecnologie stanno per arrivare e bisogna fare largo all’AI che si occuperà di
tutto, persino del delivery, della cure alle persone, dell’assistenza
agli anziani. Sono qui da
quattordici anni e hanno visto i loro genitori farsi il culo per una vita
dignitosa che hanno appena sfiorato e che per loro finisce qui; non avranno
neanche la possibilità di avere una casa perché non si possono toccare neanche
le multinazionali che gestiscono ciascuna 10.000 alloggi vacanze. E lo dicono a
loro che l’unico viaggio che hanno fatto è da un paese disperato dell’Africa o
dall’Asia a una periferia della metropoli. Classificati in blocco come
“maranza” “giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi,
atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con tendenza ad attaccar briga…” recita
la Treccani. Insomma, rifiuti già a 14 anni.
Sono qui da
quindici anni e hanno visto i loro genitori cadere dalle impalcature, venire
stritolati dalle attrezzature di lavoro e i loro corpi gettati in strada come
spazzatura per non disturbare i profitti del capitale. Sono qui da
sedici anni minacciati di essere rispediti, loro e le loro famiglie, nei paesi
di provenienza, da dove sono venuti via nei modi che sappiamo, spinti dalla
fame, dalle guerre, dalla siccità che noi, paesi “democratici”, abbiamo
sobillato e fatto di tutto per esasperare. Sono qui da
diciott’anni e si sentono dire che forse non avranno diritto alla cittadinanza,
e che anche i loro genitori che qui hanno sudato sangue e pagato le tasse
dovranno essere espulsi. E via con l’ennesimo provvedimento di ordine pubblico
come se le persone non avessero ragioni e diritti ma solo quello di piegare la
testa e sparire. Sono qui da
vent’anni ad ascoltare che l’unica cosa che conta è il successo e l’unica
felicità sono le griffes esposte in negozi dove loro, con quelle facce
da poveri, non li farebbero neanche entrare e si sono presi i vestiti di una
moda che hanno inventato loro e che gli stilisti hanno copiato senza pagare il
copyright. Si sono presi i dischi di rap trap etc. che cantando la loro rabbia
ma che possono comprare solo i figli della borghesia.
Hanno visto
usare popoli e territori come stracci e hanno capito che nessuno di loro può
fondare la propria fiducia su destini già scritti o fare calcoli futuri. Piaccio
o meno, loro vivono il presente e potrebbero essere, e forse sono (nel bene o
nel male dipenderà da noi) la rivolta, l’atto puro di rottura che immette la
storia nel presente; che distrugge, come diceva Furio Jesi, la macchina
mitologica tecnocratica che domina l’attualità e cambia il mondo. Non vogliono
essere “oggetti” del destino ma “soggetti” della Storia, quanto effimeri si
vedrà, ma per ricacciarli in periferia non basterà sventolare il gran Bubu del
presente: la guerra ibrida della perfida Mosca. Abbiamo
creato mondi paralleli incomunicanti, pensando di poter usare esseri umani come
scarti, sviluppando una apartheid mascherata da condiscendenza e nascosta
nell’invisibilità. E guarda un po’, meraviglia delle meraviglie, loro non ci
stanno e chiedono con rabbia, l ’unico sentimento che possono permettersi, ma
anche con ironia di essere visti. Visti come persone, come soggetti di diritti
e, ebbene sì, anche di doveri, ma prima di chiederglieli dobbiamo avere il
coraggio e la voglia di vederli come persone non come scarti di periferia.
Dobbiamo conoscerci, scambiare culture e saperi.
In quel magma
di adolescenti c’è di tutto, e anche di più e anche di peggio. La scommessa è
che i giovani, insieme, facciano qualcosa di più e meglio del 1968: incontrarsi
con gli studenti e gli operai e pensare insieme un mondo più comunitario, più
generoso e meno avido di questo. Non mi rivolgo alla destra che è nel suo DNA
la razza, la repressione, la reazione, ma alla sinistra che se non fa uno
sforzo di realtà, ammesso che ci sia ancora tempo, ci ritroveremo a scannarci
tra di noi pezzenti per far felici le destre e i centri di profitto. Ci siamo
chiusi nei centri sociali, ci siamo impegnati nei diritti civili, ci siamo
battuti in difesa di popoli ma siamo irrilevanti, ci concedono caramelle e ci
tolgono la vita. Un’Europa abituata all’agio si trova ad affrontare l’inverno
senza riscaldamento, senza quattrini, con le fabbriche che se ne vanno, i
negozi che chiudono, i supermercati senza derrate mentre i governi d’Europa
promettono guerra e stiamo qui a chiederci perché i ragazzi sono incazzati? Non
sarà che siamo noi ciechi e sordi? Gli invisibili vogliono essere
visti. Ce n’est que
le début?