“Qui visse
lo scrittore Luigi Santucci (segue data illeggibile) che ha celebrato
Milano nei suoi libri. Grata la città natale dedica (altra data illeggibile)”.
Questa iscrizione è stata incisa sulla targa murata in via Donizetti n. 31 nel
2005 dove lo scrittore visse fino alla morte avvenuta nel 1999. Ogni
volta che vengo a vedere questa targa provo due sentimenti contrastanti: un
moto di orgoglio e una profonda tristezza. Orgoglio perché ricorda un poeta e
uno scrittore di valore che merita una dedica tanto delicata. Detto per
inciso, confesso che non mi dispiacerebbe una dedica come questa se qualcuno
alla mia morte si ricordasse che anch’io, nel mio piccolo, ho celebrato e
“difeso” Milano (e non solo), facendomi anche diversi nemici. Poi però, subito
dopo, subentra la tristezza. Che senso ha, mi chiedo, mettere queste targhe con
celebrazioni pubbliche alla presenza di autorità, stampa, cittadini e poi col
trascorrere del tempo disinteressarsene? Alcune cifre sono già abbondantemente
compromesse e sbiadite e alcune lettere risultano illeggibili.
La targa sbiadita
Ho ricordato più
volte che la targa commemorativa di Tommaso Grossi in via Monte Napoleone è
diventata da tempo una pietra bianca e vuota. Una pietra inutile che non
segnala più nulla a nessuno. Possibile che presso l’Assessorato alla Cultura
non ci si possa dotare di un ufficio che vigili anche sullo stato delle targhe civiche che sono anch’esse beni culturali e provvedere regolarmente alla loro salvaguardia e alla loro
conservazione? Se in quelli che una volta erano i Consigli di Zona e ora sono
diventati i Municipi si istituisse un patto con i cittadini istituzionalizzando
un comitato ad hoc zona per zona, sono sicuro che questo decentramento, questo
impegno dal basso, darebbe buoni frutti e stimolerebbe l’orgoglio civico. Si
avrebbe una mappatura aggiornata e costante e un positivo e proficuo rapporto
fra comitati e assessorato. Di soldi pubblici ne vengono spesi tanti, a volte anche
per cose discutibili, questi sarebbero spesi bene.
La targa com'era prima
Non ho avuto la fortuna di
conoscere personalmente Santucci; anni più tardi a parlarmene era stato don
Luigi Pozzoli parroco di Santa Maria al Paradiso e collaboratore di “Odissea”
fino alla morte. Tra le mie carte ci devono essere delle fotocopie di scritti di
Santucci che don Luigi mi aveva consegnato. Qualcuno di questi scritti lo abbiamo pubblicato nella edizione allora cartacea di “Odissea”; se non ricordo
male anche una lettera a don Luigi e una poesia spiritosa a lui dedicata. Ho
letto le poesie di Santucci qualche estate fa e gli ho reso omaggio nel mio
libretto: Poeti. Ventinove cavalieri e una dama. Dei trenta maestri del
Novecento scomparsi di cui uso un verso iniziale per costruire i miei, Santucci
è il secondo dopo Caproni che apre la raccolta. Un risultato che la critica e i
lettori hanno molto apprezzato. Voglio ricordare che Santucci è stato anche
partigiano e ha collaborato, assieme ad altri intellettuali cattolici, con il
giornale clandestino antifascista “l’Uomo”, fondato da padre David Maria
Turoldo. Questo me lo rende ancora più vicino e meritorio della mia stima.
Intervenendo alla presentazione
del mio libro La mia Milano, al Circolo Filologico Milanese, il
giornalista del Corriere della Sera Giangiacomo Schiavi disse che bisognava
lanciare un appello per farmi dichiarare a tutti gli effetti “difensore civico
della città”. Credo di svolgere questo ruolo da sempre non solo per Milano, ma
per Milano in modo particolare e continuo. Non so se lui abbia poi lanciato
l’idea sul suo giornale, ma io non ne ho avuto notizia. Quel che conta è non
derogare dalla propria missione intellettuale, e dalla propria coerenza, il
resto non conta.