La raccolta di poesia Prima, pubblicata in
seconda edizione (2026) da puntoacapo editrice, è l’ultimo d’una serie
di libri, non solo di poesia, di Gabriella Cinti. Il profilo dell’autrice è
piuttosto complesso: il dottorato universitario in italianistica (Roma Tor
Vergata) con una tesi sui «Labirinti» autografi di Emilio Villa e sull’archetipo
del Labirinto potrebbe sembrare una utile indicazione, non nello
sperimentalismo ma nel senso che il contemporaneo
sta con l’antico.Il ritmo del dire viene precisato in versi sciolti, molto
sorvegliati, perlopiù non lunghi. In premessa: «cammino verso l’origine
che da molto tempo ho intrapreso. Dal mondo greco e da quello antico,
mesopotamico, il mio orientamento si è espanso verso le forme iniziali della
vita e della materia, includendo anche incursioni nella dimensione spaziale e
intrecciando il tutto nella mia vita» (p. 5). La sete di sapere risale nello spazio- tempo e
tocca le prime forme della civiltà in ambito mediterraneo e mesopotamico, mediterraneo,
oceanico, europeo e sudamericano, li oltrepassa all’indietro, addentrandosi nel buio e
nella semioscurità del mondo senza storia, oggetto di archeologie e di
congetture scientifiche. Una specie di ode al vivente, la Dryopiteca, «cucciola di nostra forma», la scimmia degli alberi che risale a decine di milioni di
anni fa - come in nota, pp. 11-13; la vicenda dell’antichissima scimmia diventa
il destino di chi vive e scrive oggi, il «non so se piangevi»
tu, che «(al)l’amore… non
hai potuto/neppure pensare» (p. 13) sta in corrispondenza biunivoca con il quasi
immediato «Quanti
milioni di anni/ha la storia delle mie lacrime?» (p. 12). Oppure
la lampreda («Mi farò prima lampreda», p. 35), nozioni e concetti di
botanica e geologia: «Amore di
clorofilla, /ambra cronomilionaria… sogni verdi del principio» (pp.
15-16). Nella evidente integrazione tra poesia, pensiero e
scienza, per cui le citazioni e le note vanno intese come parte integrante dell’insieme,
si avverte insieme un tono molto forte del sentire, l’emozione
dell’immedesimarsi con l’oggetto del dire che s’ingigantisce e diventa ben più
di sé stesso, come per i gibboni (pp. 45-6) inventori del «preumano canto
d’amore del due». La situazione può sembrare un po’ idealizzata in «vertigine di
principio, / l’Inizio astrale dell’Amore» ma è nient’affatto ingenua, anzi allineata sulla posizione
delle neuroscienze, come quando si legge del «mistero dell’umano sentire» (p. 16). La povertà di ogni «piccola storia dell’esistere» (p. 24) si affaccia, s’interseca
con l’incommensurabile, in quelle «Forbicine disarmate / tra nastrini dormienti» che si mostrano
in un cassetto0; il riferimento è a sé stessa, alla propria «disordinata salvezza» (corsivo, titolo a p. 23): è «pensando a mia madre»
(ibidem, esergo corsivo), al padre, ad altre storie sentite vicine, visi
anche conosciuti e cari, anche le distanti ma com-passionate esistenze come la
bambina sacrificata e tornata alla luce (Juanita, pp. 60-61); sempre alla
ricerca dell’altro (La mia sete del due, pp. 64-65), e la condivisione
sta con la differenza - nel testo finale: «non apparteniamo per intero/al viaggio delle specie,/ne
varchiamo i confini per destino» (pp. 121-122).