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venerdì 6 novembre 2026

LEGGE DI BILANCIO  
di Alfonso Gianni



Mette a nudo la melonomics


I cortei e gli scioperi di queste ultime settimane hanno riportato tutti alla realtà, a tal punto che anche i più moderati si  sono accorti che quelle che venivano infrante non erano tanto le vetrine delle zone del commercio di lusso delle città, quanto proprio le illusioni del governo di risolvere la questione con qualche briciola caduta dalla tavola: gli spazi per una robusta trickle-down economics all’italiana sono stati quasi del tutto cancellati dal mancato contenimento del deficit sotto il 3% e dalla conseguente impossibilità di uscire dalla procedura di infrazione europea che inibisce corpose elargizioni di bilancio preelettorali. Né la soluzione puramente repressiva, manganellate e leggi che stanno trasformando uno stato di diritto in uno stato penale, si sono mostrate efficaci nemmeno nel loro tentativo di intimorire e minacciare preventivamente, allo scopo di inibire sul sorgere la protesta sociale. Non è solo un problema italiano. Anzi, si potrebbe dire, parafrasando il celebre incipit: “Uno spettro si aggira per l’Europa - lo spettro della maranza”. Nel nostro paese si cerca di accreditare questa versione denigratoria della rivolta sociale in atto come, nel più recente decreto, allargando ai minori la punibilità.


 
Di fronte a questo quadro sono in molti gli editorialisti, anche tra i più moderati, ad avere sottolineato la sordità delle forze del governo di fronte alle richieste che si sono sollevate dalle piazze, dai consigli comunali e regionali, persino dal Parlamento, nei non frequenti momenti in cui l’opposizione ha smesso di stare sulla difensiva e di giocare di rimessa e ha scelto di avanzare qualche proposta in positivo, nell’intento - tanto invocato quanto sempre in ritardo - di dare qualche assaggio di un futuro programma che però ancora non c’è. A dire il vero la risposta del governo invece c’è. Nelle piazze e nei cortei si è gridato “Abbassate le armi, alzate i salari”: la replica del governo non si è fatta attendere ed è inequivocabile: “Alziamo le armi, abbassiamo i salari”. L’esatto contrario. Questa è l’anima nera della manovra economica. In estrema sintesi questo è il contenuto dei 157 articoli che compongono la legge di bilancio.


 
Complessivamente la manovra vale circa 26 miliardi di euro, ma 12 di questi sono vincolati alle clausole della Ue per energia e difesa. Bruxelles concede di accrescere il già imponente debito italiano (stimato dal Fondo monetario internazionale al 138% del rapporto debito/Pil per la fine del 2026), ma non porta ovviamente denaro europeo. Restano perciò 14 miliardi. Troppo poco per qualunque cosa. Quindi i malumori si avvertono anche all’interno della compagine governativa. Salvini, che deve recuperare credibilità e salvaguardare la sua leadership, insiste su quota 100, ovvero sulla possibilità di andare in pensione a 64 anni sulla base di 36 annualità di contributi versati. Forza Italia pare più sensibile alla riduzione del taglio delle indicizzazioni dell’assegno pensionistico. La Cisl batte il chiodo della sanità e riappare nel vocabolario della sua segretaria persino la parola mobilitazione. Le Regioni sono in subbuglio, anche quelle che sono state gratificate recentemente dal regalo sull’autonomia differenziata: l’assessore alla sanità della regione Lombardia, Guido Bertolaso (toh, chi si rivede), sostenuto dal Presidente del consiglio regionale Attilio Fontana, tuona contro i tagli insostenibili per il sistema sanità.  Anche in Confindustria c’è scontento. Non è da sottovalutare la presa di posizione di “Elettricità Futura”, la sigla che rappresenta i produttori di energia elettrica, che in una nota pubblica dichiara di non rinnovare l’iscrizione a Confindustria Energia, rivelando così che l’incremento dei prezzi energetici, derivante dalla guerra e dallo storico ritardo nel passaggio alle rinnovabili, apre uno scontro nel mondo industriale, tra i vari settori della manifattura e i fornitori di energia, ovvero tra chi, pur tardivamente, punta alle rinnovabili e chi invece resta prigioniero delle forniture di gas.


 
La struttura della legge di bilancio mette in luce non solo la mancanza di capacità di spesa, ma anche l’intenzione di lasciare alla maggioranza e al governo che verrà la responsabilità di sciogliere i nodi che affliggono l’economia del paese. Per questo la manovra prevede una serie inusitata, forse un record, di una tantum. In base al testo presentato alle camere si contano in 31 le misure la cui durata non supera l’anno. Ma diverse di queste generano effetti difficilmente cancellabili e perciò capaci di legare le mani al futuro legislatore. E non si tratta di argomenti secondari secondo la stessa impostazione dell’attuale maggioranza. Per fare solo qualche esempio: dura un anno la proroga dei bonus edilizi; così per gli sconti fiscali, quelli per il tanto vezzeggiato ceto medio; scade tra un anno anche il cosiddetto salvadanaio per i nuovi nati, con il quale ci è stato raccontato che si vorrebbe arginare il calo demografico; la stessa sorte per il cosiddetto bonus per gli over 75 che oltre ad essere miserabile nella quantità, indirizza gli aventi bisogno verso il settore privato.  Secondo la stima del giornale della Confindustria le voci a scadenza riempiono circa il 40% del costo lordo della manovra. Si potrebbe dire che la manovra finanziaria si è messa in competizione con il lavoro sul terreno della precarietà.


 

Intanto il Rapporto annuale dell’Istat ci fornisce una fotografia del nostro paese sconsolante, quella di un’Italia che cresce poco, scarica sulle famiglie, in particolare sulle donne, il peso di una sempre pericolante tenuta sociale, sconta un Pil reale fermo da vent’anni, un incremento della povertà, sia quella assoluta che quella relativa, mentre il potere d’acquisto delle retribuzioni perde il suo confronto con l’incremento dell’inflazione, giunto in questi ultimi mesi al 5,4%. Siamo quindi di fronte ad una diminuzione del valore reale dei salari, cui non riescono a fare fronte gli aumenti contrattuali, che peraltro hanno lasciato fuori ben più di 2 milioni di lavoratrici e lavoratori dipendenti che quando finalmente avranno il loro rinnovo contrattuale, vedranno gli aumenti retribuitivi già mangiati dalla rapida crescita inflazionistica. È in questo drammatico quadro sociale che la manovra di bilancio infligge una ulteriore picconata alle strutture portanti dello stato sociale.
 

L’attacco alle pensioni non è purtroppo una novità. Ancora una volta esse sono considerate come il bancomat cui il governo si rivolge per risolvere i problemi - o cercare di farlo - che affliggono i conti pubblici. Ma questa volta si sfonda insieme il limite del sopportabile e del ridicolo. Il taglio della indicizzazione è previsto per gli assegni superiori a quattro volte il minimo, quindi sopra i 2.447 euro lordi al mese, con un andamento crescente per i livelli ancora superiori. Il taglio avverrà però sull’intero importo e non solo sulla parte eccedente il minimo. Questo non solo rappresenta una resa nei confronti dell’inflazione, ma va a sbattere contro una misura tanto decantata dal governo, ovvero l’abbassamento di dieci punti dell’aliquota Irpef dal 43% al 33% sulle quote di reddito superiori ai 50mila euro. Secondo calcoli di fonte confindustriale il 35% degli interessati da questo cosiddetto sconto per il ceto medio, tanto decantato dalla compagine governativa, vedrà peggio che azzerati i vantaggi per il proprio assegno pensionistico dalla riduzione della sua indicizzazione. Insomma il taglio della indicizzazione la vince su quello dell’aliquota Irpef. Per quelli che stanno sotto la cifra dei 50mila euro non c’è nulla, anzi i lavoratori dipendenti se la devono vedere da soli con un fiscal drag ormai pari a 4,5 miliardi mai restituiti. Va meglio per i lavoratori autonomi che possono usufruire di una tassazione a forfait pari al 15% alzando l’asticella ai 100mila euro di introiti, allargando in questo modo il fossato che separa i dipendenti dalle partite Iva. 


 
Insieme alla previdenza un’altra grande vittima è la sanità. Anche qui purtroppo niente di nuovo, ma è evidente l’ulteriore accanimento su un settore così vitale - e non in senso metaforico in questo caso - per la nostra società. Il ministro in causa, Orazio Schillaci, prima ha borbottato, poi si sarebbe dichiarato soddisfatto - non si sa di che - infine si è azzittito. Miseria di una classe politica: neppure se ti sfilano sotto il naso fondi, strutture e risorse umane dal settore su cui dovresti esercitare la tua potestà di ministro che ha giurato sulla Costituzione, hai il coraggio di alzare la voce e, se non basta, di dimetterti. La pandemia non ha insegnato nulla a chi ha solo a cuore il fiorente settore privato sanitario. Alla sanità andranno 2,4 miliardi, per intenderci le Regioni ne chiedevano 7,8. Secondo le stime della Cgil l’investimento nella sanità pubblica da qui al 2029 calerà dal 6,14% del Pil al 5,83%.
 

E non poteva mancare, ancora una volta, il taglio ai fondi per la scuola pubblica e il dirottamento di risorse verso quella privata. Erano già sparite oltre diecimila cattedre previste dieci anni fa, mentre il personale non docente vede diminuire i posti di lavoro per ben oltre duemila unità. Ma va ricordato che già nella legge di bilancio dello scorso anno era prevista una riduzione massiccia di più di 7800 posti. A tutto ciò si aggiunge questa volta la previsione di circa 5mila cattedre in meno. Il tutto viene giustificato con il calo demografico e quindi con la diminuzione degli alunni. Ma allora non si spiegherebbe perché piovono fondi per le scuole private, più di 200 milioni e un buono scuola di 1500euro per le iscrizioni nelle scuole paritarie. Come si vede l’ipocrisia non riesce a mascherare neppure un poco la logica privatistica che questo governo ha alimentato ed esercitato oltre misura in un campo, la scuola, ove - come diceva Piero Calamandrei - si costruisce la democrazia. Ma di quest’ultima le forze al governo non sanno che farsene, anzi operano in ogni ambito possibile per distruggerla.


 
Va segnalata però una novità, che per una eterogenesi dei fini può avere anche un risvolto positivo: la legge di bilancio introduce per la prima volta una exit tax, ovvero una tassa sulle plusvalenze latenti per i contribuenti dotati di patrimoni significativi (almeno 800mila euro) che decidono di trasferire all’estero la propria residenza fiscale. L’aliquota è del 26%, modesta, ma la tassazione riguarda le persone fisiche, non solo le imprese com’era previsto fin qui. L’obiettivo è quello di impedire che i capitali trasferiti all’estero sfuggano al fisco nazionale. Al di là delle tecnicalità, la norma inserita nell’articolo 17 del disegno di legge può contribuire a fare crollare una delle principali obiezioni che si oppongono alla introduzione di una legge patrimoniale e sulle grandi fortune - come quella contenuta nella legge di iniziativa popolare che verrà presentata entro il mese al Senato -. Risulterà infatti difficile sostenere che non si può fare perché farebbe fuggire tutti i capitali all’estero.


 
E il resto? Va all’incremento per le spese in armamenti che derivano dal sistema di guerra nel quale il nostro paese è attivamente impegnato. E il tema dell’innalzamento dei costi dell’energia è perfettamente coerente con la prosecuzione, nelle sue diverse forme e intensità, della guerra quale sostituto dell’azione politica nello scenario internazionale.
Può anche darsi che qualche cambiamento possa derivare all’impianto crudele di questa legge di bilancio. Si sa che il governo prevede un pacchetto di milioni per acquietare le divergenze interne, più che per soddisfare qualche richiesta dell’opposizione - come avveniva in tempi passati ormai lontani -, ma è poca roba. Il luogo per cercare di cambiare la logica di questa legge di bilancio non è quello delle aule parlamentari, soffocate dalla prevaricazione del governo. La chiave del cambiamento, anche parziale, non risiede in una logica emendativa, ma nella lotta sociale che in questi giorni è tornata a farsi sentire e vedere. Quindi ci rivediamo in piazza il 20 di novembre, sciopero generale proclamato dalla Cgil e giornata di mobilitazione europea del movimento degli studenti.