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SALVARE SPAZIO 14
Trento non
vuole far calare il sipario su Spazio 14 e accoglie in pieno l’appello lanciato
da Silvia ed Elena, che nel 2003 hanno fondato il celebre centro di formazione
teatrale, espressività artistica e aggregazione sociale di via Vannetti 14.
Perché quel luogo, che ha cresciuto bambini e adolescenti e che ha dato voce e
ascolto a giovani, adulti e anziani, rivelandone, in alcuni casi, dei talenti
nascosti, rischia di chiudere a settembre, schiacciato dall’insostenibile mole
dei costi. La cittadinanza, però, non si arrende a questo destino e decide di
mobilitarsi. Circa 50 sostenitori hanno raccolto, in appena tre settimane, quasi
5mila euro per supportare la campagna di crowdfunding “Custodiamo
Spazio 14 - Non lasciamo calare il sipario”, lanciata su Produzioni dal Basso, la
prima piattaforma italiana di crowdfunding e innovazione sociale, con il
sostegno di ITASolidale.
L’obiettivo economico della raccolta fondi è raggiungere 15mila euro entro la
fine di luglio - a fronte di un affitto annuale di 28mila euro - una cifra
necessaria per garantire altri per sei mesi le attività dello spazio, sostenere
i costi di gestione della sede e permettere la prosecuzione dei laboratori
teatrali, artistici e sociali aperti alla comunità. I fondi raccolti serviranno,
in particolare, a coprire le spese vive affitto, utenze e manutenzione e a
mantenere accessibili i percorsi educativi e artistici rivolti a bambini,
ragazzi e adulti, affinché Spazio 14 possa continuare a essere un presidio
culturale e relazionale aperto alla città. “Non
è soltanto una donazione. È quello che permette a Spazio 14 di restare aperto:
continuare i corsi, far salire nuovi allievi sul palco e non cancellare oltre venti
anni di lavoro e comunità” spiegano Silvia ed Elena nella presentazione della
campagna.
“Spazio 14 è nato come luogo in
cui le persone potessero sentirsi accolte, ascoltate e libere di esprimersi. In
questi anni abbiamo costruito relazioni, comunità e occasioni di crescita
condivisa. Oggi chiediamo un aiuto per custodire tutto questo e non lasciare
calare il sipario”.
Le fondatrici sottolineano,
inoltre, come il progetto sia cresciuto grazie alle persone che lo hanno
attraversato negli anni: “Spazio 14 non appartiene soltanto a noi, ma a tutti
coloro che qui hanno trovato uno spazio di creatività, incontro e possibilità”.
Per ringraziare chi sceglierà di contribuire, la campagna, aperta fino a metà
luglio, prevede anche diverse ricompense pensate per coinvolgere direttamente
la comunità: dalle esperienze teatrali e laboratoriali ai piccoli oggetti
simbolici legati alla vita dello spazio, fino alla partecipazione ad attività ed
eventi organizzati da Spazio 14. Un modo per trasformare il sostegno economico
in partecipazione concreta e condivisa.
Per maggiori informazioni sulla
campagna di crowdfunding:
Custodiamo Spazio 14 Non lasciamo
calare il sipario
UFFICIO STAMPA PRODUZIONI DAL
BASSO
Francesca Romana Di Biagio
ufficiostampa@produzionidalbasso.com
338 - 3661535
MUSICA A SAN CASSIANO

Cliccare sulla locandina per ingrandire
È una più che ventennale Rassegna di musica antica organizzata
da “Omaggio al clavicembalo”, fondato nel lontano 1980 da Marina Mauriello
(insegnante di clavicembalo al Conservatorio di Milano e al Konservatorium di
Vienna) in memoria di Federico Colombo, allievo prematuramente scomparso che le
ha lasciato il suo prezioso cembalo Dowd perché potesse continuare a vivere
nell’attività dell’associazione. In tempi recenti “Omaggio al clavicembalo” è
confluita in “PROMUSICA” Associazione Aps Ets. La chiesetta di San Cassiano che
ci ospita è un piccolo gioiello immerso nel verde pur essendo in città ed è
dotata di acustica perfetta per la musica antica che qui trova una perfetta
atmosfera intima e raccolta. Ultimamente abbiamo notato l’estendersi di crepe e
la presenza di infiltrazioni d’acqua sulla volta affrescata. Anche il pregevole
affresco esterno che raffigura la Vergine in trono e Sant’Antonio Abate è in
posizione esposta e senza protezione. Questa nuova rassegna: un cembalo per
un restauro, ha un sottotitolo emblematico tratto dalle Lezioni
americane di Italo Calvino che non ha bisogno di troppe spiegazioni: “La
fantasia è un luogo dove ci piove dentro”: titolo che anche musicalmente ha un
suo perché visto che la “fantasia” è un elemento fondante della creatività. Per
questo motivo abbiamo pensato di candidare la chiesetta di San Cassiano al 13°
Censimento “I Luoghi del Cuore” promosso dal FAI in collaborazione con Intesa
Sanpaolo. Messaggio del Fai: I Luoghi del Cuore è il più importante progetto
italiano di sensibilizzazione sul valore del nostro patrimonio che permette ai
cittadini di segnalare al FAI attraverso un censimento biennale i luoghi che
meritano tutela e valorizzazione. Durante il censimento, puoi contribuire a
salvare la Chiesa di San Cassiano votandola e facendola votare ai tuoi
familiari e amici su www.iluoghidelcuore.it oppure durante gli appuntamenti in
programma. I vincitori riceveranno un contributo economico a fronte di un
progetto concreto. Il FAI - Fondo Ambiente Italiano ETS è una Fondazione senza
scopo di lucro che, grazie al contributo di chi sostiene la sua missione -
privati cittadini, aziende e istituzioni - opera per tutelare, conservare e
valorizzare il patrimonio artistico, naturalistico e paesaggistico del nostro
Paese. Basta poco per salvare i luoghi che ami”.

domenica 17 maggio 2026
IL PALAZZO DI
GIUSTIZIA
di Angelo Gaccione
Cominciamo dalla stazza: una vera e
propria colata di marmo di 30 mila metri quadrati che occupano a
parallelepipedo ben quattro vie: il Corso di Porta Vittoria, la via Freguglia, la
via Manara e la via San Barnaba. Un massiccio parallelepipedo che si eleva su
quattro livelli per un’altezza di circa 40 metri, per quanto riguarda il corpo
di fabbrica, ma vi è compresa anche una torre che di metri ne raggiunge 61. In
lunghezza, la facciata frontale sul Corso corre per ben 120 metri, quanto basta
per schiacciarvi con la sua mole, con il suo sinistro incombere. Non scherza
nemmeno in fatto di stanze: ne possiede 1.200; le aule invece sono 65 e forse
non sono nemmeno bastevoli per l’intensa attività che vi si svolge, come non è
bastevole il personale che lo deve far funzionare. Tribunale Ordinario, Procura
della Repubblica, Corte d’Appello di Milano, Procura Generale della Repubblica,
Tribunale di Sorveglianza, hanno la loro sede qui e si stima che ogni giorno
entri, in questo imponente edificio, una massa di persone pari ad un comune di
oltre 5 mila abitanti. Una cifra da far rabbrividire se ci pensate. Componenti
umane e strutture per le varie funzioni ed esigenze, compongono un corpus
compatto ed autosufficiente come fosse davvero un universo a sé stante; una
piccola cittadella nel cuore pulsante della metropoli che pulsa a sua volta
come un ritmo cardiaco. Vi ferve una vita intensa che dall’esterno non si
riesce nemmeno a immaginare.
Da fuori non si ha idea di tutto questo suo pullulare. Non si vedono gli otto cortili, non si vede la dea Temi dal volto accigliato, scolpita da Attilio Selva con in mano spada e scettro, e non si vede, soprattutto, quella vera e propria “galleria d’arte” che il Palazzo può vantare, costituita da 140 preziose opere di 52 artisti contemporanei fra i quali spiccano i nomi di Sironi, Severini, Carrà, Manzù, Arturo Martini, Fiume, Leone Lodi, Carlo Pini, Arturo Dazzi. Affreschi, mosaici, bassorilievi, sculture in cui il tema della Giustizia è declinato nelle forme più consone dalla loro visionarietà. Vale la pena ricordare almeno qualcuno dei titoli delle opere degli artisti: Carlo Carrà (Giustiniano che ammira la giustizia, affresco, 1938), Arturo Martini (La Giustizia fascista, marmo, 1936-37), Mario Sironi (La Giustizia armata con la legge, mosaico, 1936), Achille Funi (Mosè con le tavole della legge, affresco, 1936-39).
Costruito
tra gli inizi degli anni Trenta e gli anni Quaranta del Novecento sotto la
direzione dell’architetto Piacentini, il Palazzo spicca per il suo stile novecentista di chiara impronta fascista. Come mi scrive in un messaggio l’ex
magistrato Guido Salvini, che al Palazzo di Giustizia di Milano ha passato
buona parte della sua vita: “i soffitti dei grandi atri del 1º e del
3º piano - che sono delle vere e proprie piazze - sono molti alti per incutere
timore in chi ci entra, e cioè il timore della autorità dello Stato in
consonanza con l’ideologia del periodo in cui fu costruito. È questo il senso che comunica…”.
Frasi in lingua latina tutte riferite alla Giurisprudenza e al Diritto, sono incise sulla facciata principale e sugli avancorpi. In un mio testo poetico dal titolo “La Rotonda di via Besana”, contrappongo a questo sinistro Palazzo di marmo bianco, la graziosa Rotonda aperta verso il cielo dai bei mattoni rossi. Vi si ritrovano mamme e bimbi ed è un lieto luogo di giochi e di voci, dove il tempo scorre quieto lontano da ogni ferocia. Io ci vengo con Proust e ogni tanto scambio un sorriso, o scrivo un verso.
CONTROCANTO
di Rachel
O’Brien e Davide
Santi

Rachel O'Brien e Davide Santi
La
melodia singola basta a se stessa. Il controcanto aggiunge una seconda voce, e
l’ascolto si sposta: non seguiamo più una linea, ma la relazione tra
le linee. Per questo è l’inizio della musica in senso completo: trasforma il
monologo in dialogo. Accade a partire dal IX secolo, nei monasteri. I
monaci cantano il gregoriano, e qualcuno comincia a sovrapporre una seconda
voce che si muove libera intorno alla prima. Non è più una preghiera unanime: è
un intreccio. Due voci che parlano insieme, e ciò che conta è ciò che
accade tra loro. Di lì, secolo dopo secolo, il dialogo si fa più fitto:
contrappunto, polifonia rinascimentale, Bach. Una voce chiama, un’altra
risponde. Lamusica diventa relazione. Nel tempo, il controcanto ha assunto
molte forme e significati. Non è solo la seconda voce: sono i compositori
stessi a cercare il dialogo nascosto. Monteverdi e più tardi Bussotti, scrivono
linee che si muovono in rottura con il passato, tracciando percorsi nuovi. Nel
jazz, Benny Goodman crea un controcanto sociale: mette insieme musicisti
bianchi e neri in un’epoca in cui erano rigidamente separati. La musica da film
– a volte considerata di serie B rispetto alla tradizione classica – viaggia su
un binario parallelo, dialogando con la musica “accademica” senza mai esserle
subordinata. E poi ci sono strumenti e voci che raramente guidano la melodia –
la viola, il mezzosoprano – ma sono essenziali per creare lo spazio in cui le
linee si intrecciano e si rispondono. Oggi le voci si moltiplicano, e il
dialogo potrebbe diventare un intreccio complesso. Invece la musica spesso si
semplifica, riduce le tensioni, quasi si svuota. Eppure in ogni epoca lo spazio
tra canto e controcanto ha raccontato la società e le sue tensioni: armonie
distese, contrapposizioni aspre, voci che si cercano o si ignorano. Le ragioni
del controcanto ci portano in un mondo ricco di idee. Perché la ricchezza non
sta nella voce sola, ma in ciò che nasce nel mezzo.
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| Rachel O'Brien e Davide Santi |
LO STATO PONTIFICIO E LE PATRIE LETTERE
di
Michele Fabbri
Ivan Pozzoni,
originale figura di guastatore poetico, si è già messo in luce con vari
interventi mirati a un rinnovamento del mondo letterario e in particolare della
poesia contemporanea che appare impantanata in una condizione di impotenza
rispetto all’ambizione della parola di poter intervenire sul mondo.
Il
titolo dell’ultima raccolta di Pozzoni, Lo Stato Pontificio
(2026), rimanda a una metafora storica che contestualizza il discorso
nell’ambito di un auspicato nuovo “Risorgimento”: da una parte le caste
clerico-nobiliari dell’Ancien Régime, dall’altra le rivendicazioni di
forze emergenti che aspirano ad aprire nuove visioni del mondo. Leggendo
il lavoro di Pozzoni, l’impressione è quella di un’opera di grande originalità
in cui l’elemento che emerge maggiormente è un’ironia corrosiva che attacca la
credibilità di un mondo letterario, e specialmente poetico, che sopravvive in
cerchie chiuse di autori-autolettori che sostanzialmente non hanno pubblico,
scrivono per se stessi e non riescono a parlare alla società contemporanea. Nel
quadro generale di una grande povertà di idee e di stimoli, un’opera come Lo
Stato Pontificio cerca di offrire una via d’uscita da questo desolante
grigiore.
Pozzoni
accenna anche al clima di conformismo generato dalla piaga purulenta della
correttezza politica: «Se
scrivo froci e ricchioni mi bannano».
La
metafora dello Stato Pontificio è in questo caso davvero congruente, visto che
gli intellettuali oggi si caratterizzano per lo più come casta clericale che
nasconde la sua mediocrità dietro una Santa Inquisizione che vigila solerte su
pensieri, parole, opere e omissioni…
L’Ancien
Régime letterario si è così costruito una potente blindatura per
fronteggiare gli stili di pensiero che cercano di aprire le menti attraverso il
confronto col mondo reale!
Ma
lo “Stato Pontificio” di cui parla Pozzoni non è fatto solo di libertà vigilata
delle coscienze, è anche lo stanco trascinarsi di un filone poetico
lirico/elegiaco ormai estenuato e avulso da una realtà che diventa di giorno in
giorno sempre più distopica e che delinea un orizzonte che si potrebbe
definire, parafrasando Nietzsche, “disumano, troppo disumano”…
A
fronte delle sfide antropologiche del nostro tempo la poesia sembra avere poco
da dire, in parte per lo spirito radicalmente impoetico della società dei
consumi, in parte per l’incapacità della classe intellettuale di cogliere la
posta in gioco esistenziale del nostro tempo profondamente disorientato.
La
scrittura di Pozzoni ha ormai caratteristiche ben definite: versi liberi lunghi
dall’aspetto magmatico che tuttavia non rinunciano a una musicalità
strutturata, con rime generalmente baciate o alternate, e occasionalmente anche
con altri schemi. Il linguaggio è straordinariamente ricco e attinge a un
lessico variegato che opera un saccheggio semantico in svariati territori. Si
va dalle citazioni colte dei grandi classici ai gerghi tipici dei social, la
scelta delle parole spazia dalla lingua quotidiana a numerosi inserti in
inglese e in altre lingue straniere, fino ad arrivare a irriverenti incursioni
nel vocabolario porno…
Il
tutto è mescolato con richiami settoriali agli autori di poesia contemporanea e
anche a editori, riviste, siti internet noti ai lettori di poesia, come Nazione
Indiana, Le Parole e le Cose, Atelier…
Sempre
grande è l’abilità di Pozzoni nei giochi di parole che danno ritmo al discorso
poetico: «La
cirrosi empatica: sono anti-patico come un portellone anti-panico».
L’opera
di Pozzoni presuppone lettori onnivori ed estremamente colti, che siano in
grado di decodificare l’insieme dei riferimenti trasversali di cui è ricca la
sua scrittura: il lettore si trova di fronte a dispositivi retorici che hanno
effetti di sorprendente originalità. Pozzoni, che definisce la sua proposta
poetica come “tardomodernismo”, porta i lettori verso una estetica della
dissonanza che può essere feconda di sviluppi in uno scenario cimiteraile come
quello della cultura contemporanea.
Quale
può essere il senso delle Patrie Lettere nel XXI secolo ormai inoltrato? In
effetti c’è da chiedersi che ruolo possa avere la letteratura se concepita
secondo modalità che appaiono superate. Come lo stesso Pozzoni ha proposto in
suoi precedenti interventi, sarebbe il caso di ripensare alle stesse modalità
di fruizione del testo. La tradizionale diffusione con libri e riviste può
essere opportunamente affiancata da iniziative che possono andare dall’utilizzo
delle tecnologie digitali, alla performance, alla disseminazione di
testi effettuata con varie modalità…
La
Repubblica delle Lettere abbisogna di una ventata di aria nuova: questa
raccolta di Pozzoni è un pamphlet abilmente confezionato, caratterizzato da un
taglio dissacrante che fa l’effetto di un colpo di frusta su una società
letteraria intorpidita da decenni di immobilismo.
Ivan
Pozzoni
Lo
Stato Pontificio
Edizioni
Divinafollia, 2026
Pagine
58 - €12
PASCHA
di Gianni Gasparini
Bisognerebbe captare
l’esile filo di speranza
che anima il cosmo
fare come la neve
che si scioglie al sole
sperando nell’acqua che ne verrà
o come il crepuscolo morente
che confida nella prima stella
della sera
fare come il grembo gravido
che attende il nascituro
o come il volto indurito dagli
anni
che sogna un sorriso ritrovato
fare come i fratelli che
nella febbricitante veglia
pasquale
si salutano augurando l’uno
all’altro
la letizia incancellabile
che nel nuovo giorno sarà.
[Milano, aprile 2026, inedita]
UNA POESIA DI HERMANN HESSEdi
Anna Rutigliano
Intrisa di filosofia buddhista, la poesia Voll Blüten (Colmo di
fiori) di Hermann Hesse, appartenente
all’antologia Jahreszeiten (Le Stagioni), fu composta nel 1918, circa sette anni dopo il viaggio dello
scrittore in Oriente. Hesse, proveniente da una famiglia di missionari pietisti
in India, non ebbe mai modo, però, di visitare il continente asiatico del Bhārat
se non costeggiandolo, sia per motivi legati all’opprimente clima tropicale,
sia per mancanza di denaro necessario al prosieguo del viaggio, eppure ne fu
profondamente affascinato. Accostandosi alla filosofia “Sati”, termine dell’antica
lingua indiana Pali, a sua volta derivato dal sanscrito “Samtri”, dal
significato di “memoria del presente”, “consapevolezza”, il poeta di Calw, ci
invita a contemplare il processo di ogni cosa e non il suo risultato, ci esorta
ad abbandonarci al fluire eracliteo dell’esistenza, scevro da scopi
utilitaristici. Esemplare è a tal
proposito la parola tedesca Überfluss, che ho reso volutamente in
italiano con “profluvio”, contenente in sé le parole latine fluviŭs (fiume
in senso geografico) / flūmen (corso d’acqua che fluisce) e che
ci immerge realmente e metaforicamente nelle acque del fiume che scorre col suo
incessante moto in divenire.Ma quanta memoria del
presente e del passato hanno, oggi, alcuni “potenti” del globo terrestre sul
fatto che non è argomento di cui essere orgogliosi e fieri se parte dell’innocenza
viene brutalmente negata e violata, se non viene garantito il diritto al gioco
perché si ha fame e smania di potere, se migliaia di famiglie muoiono per fame,
ancor peggio, quando si giustifica ciò in nome di un falso atteggiamento
cristiano o di altro religioso credo? Certamente
codesti hanno gettato nell’oblio quanto la vera forza risieda nel non abbrutimento
intellettuale ed etico dell’essere umano fino ad annullarne la dignità.
In pieno rigoglio In pieno rigoglio s’erge il pesconon tutti i suoi fiori diverranno frutto.Splendenti son essi come schiuma di rosaal celeste fluttuar delle nuvole.Come fiori così i pensieri spuntanocento al giorno.Lascia che sboccino, lascia alle cose il loro corso!Non domandar del profitto!Gioco ed innocenza pur devono esisteree profluvio di fiori,altrimenti vivremmo in un mondo troppo stretto e senza alcun diletto. [Voll Blüten di H. Hesse, Trad. Anna Rutigliano]
In pieno rigoglio
SI STA…
di Laura Margherita Volante
Si sta
sperduti nel letame
dell’indifferenza sociale
senza difesa da essa.
Prendere il volo ad altro luogo,
qualunque esso sia,
estranei ad estranei
parimente...
per annusarsi cum panem...
duro e vetusto.
Venerdì fu amico del naufrago.
L’attesa è di un angelo
dalle candide nuvole azzurre.
sabato 16 maggio 2026
DISGUSTOSA RETORICA
di Angelo Gaccione
Requiem per Bakary Sako.
E finiamola con questa insopportabile disgustosa retorica! Invisibili un corno, le baraccopoli dove vivono come bestie
sono visibili anche dallo spazio. Le sanno bene il presidente della Repubblica,
i Governanti, i Dirigenti dei partiti, i Sindacalisti, i Militari, la Guardia
di Finanza, la Polizia, i Carabinieri, i Giudici, gli Avvocati, i Servizi
Segreti, il Papa, i Cardinali, i Monsignori, i Giornalisti, i Professori, le
Maestre, gli Educatori, gli Imprenditori, i Calciatori, gli Attori e le
Attrici, i Musicisti, i Presidi, i Funzionari, i Direttori di ogni tipo di
Istituzione… Tutti lo sanno e lo sappiamo, ma facciamo finta di non saperlo.
Sappiamo bene chi li tiene in schiavitù, conosciamo i loro volti e i loro
indirizzi. Conosciamo anche i volti degli Schiavisti e i loro indirizzi, i
volti e gli indirizzi degli Aguzzini, dei Caporali, dei Teppisti, dei
Delinquenti, dei Razzisti bianchi con l’anima nera, ma non facciamo nulla di
concreto.
Ci sciacquiamo la bocca con la parola Resistenza, ma non creiamo squadre di nuovi Partigiani in ogni quartiere per impedire di non nuocere a teppisti di ogni risma. Blateriamo di Diritti, Democrazia, Uguaglianza come se l’avessimo davvero vista tutta questa magnificenza. Ci esaltiamo con la disgustosa retorica della Costituzione più bella del mondo, ma resta appunto disgustosa retorica. Dove l’avete mai vista questa uguaglianza? Dove viene praticata questa legge uguale per tutti? Quando avete visto applicare la volontà espressa dal popolo con il voto? Io so che esiste la Legge che i potenti esercitano a loro tutela, ma non esiste la Giustizia.
Lo vedo
nelle paghe da fame di gente come noi e negli onorari milionari dei
dominatori; lo vedo nei nostri sacrifici e nei loro privilegi;
nelle nostre modeste abitazioni e nei loro super-attici;
nella nostra difficoltà di curarci e nelle loro cliniche esclusive;
nei nostri lavori precari, nei nostri debiti, nei nostri morti per guadagnare
il pane, nei nostri figli privi di opportunità, nelle nostre vacanze in città,
nelle nostre pensioni da fame. Io lo vedo in ogni segnale del nostro vivere
sociale e non vedo né uguaglianza né giustizia. Io vedo che si spende per la
guerra e non si spende per la salute. Io vedo che metà della Nazione, la più
ricca, non paga le tasse. Io vedo che tutto ciò che è pubblico e pagato con i
nostri sacrifici viene lasciato languire, mentre tutto ciò che è privato
prospera. Io vedo, ho gli occhi per vedere e vedo. E vedo che è tempo che a
pagare siano i responsabili.
UNA MORTE CHE RIGUARDA
TUTTI
di Zaccaria Gallo
Sako
Bakari, trentacinquenne, bracciante agricolo, originario del Mali, è stato
ucciso con tre coltellate all’alba di sabato scorso 9 maggio a Taranto, in una piazza
del Centro Storico: Piazza Fontana. Intorno alle 5 e 20 di quel mattino, Sako
si era fermato, un momento prima di andare a lavorare, quando un gruppo di sei
giovani, quattro minori tra i 15 e i 17 anni e due maggiorenni di ventidue
anni, lo hanno raggiunto e circondato. Prima gli si sono rivolti con un
atteggiamento intimidatorio, fino a colpirlo con un pugno sul volto e poi,
strattonandolo, hanno cercato di farlo cadere a terra. Sako, divincolandosi, ha
incominciato a fuggire. Inseguito, è stato raggiunto e colpito con estrema
violenza, con calci e pugni e poi con fendenti di un’arma da taglio, al petto e
al fianco destro. Durante l’aggressione, e l’infierirsi con le coltellate, i
membri della baby gang lo appellavano gridandogli “Ste face a parte, infamo”
(“Sta facendo la parte”, insomma “fa finta di stare male, infame”, che negli
ambienti criminali è considerato il peggior insulto possibile). Gravemente
ferito, Sako è riuscito, comunque, ad entrare in un bar aperto nella piazza,
dove si sarebbe accasciato; ma da lì, è stato trascinato subito all’esterno del
locale e lasciato agonizzare sul selciato, fino al momento della morte. Sako
Bakari, prima dell’agguato criminale, non aveva mai incontrato alcuno dei sui
aggressori. Sako Bakari, infatti, non ne avrebbe avuto neanche il tempo:
lavorava tutti i giorni, senza far rumore, per sostenere la sua famiglia in
Mali. Era partito dal suo villaggio nella regione di Kayes e, dopo un soggiorno
a Torino, aveva scelto Taranto, nel 2022, per raggiungere il fratello minore
Souleymane, già arrivato in città nel 2014. Non era solo un bracciante, ma
l’esempio di una integrazione silenziosa. Instancabile, divideva le sue
giornate tra la dura fatica del lavoro nella campagna pugliese e i turni come
cameriere, pur di non far mancare nulla ai suoi cari. Chi lo ha conosciuto bene,
oggi lo descrive come un ragazzo molto mite, educato, pacifico. Di lui abbiamo
una foto, nella quale è sorridente e indossa un vestito elegante, perché è
stata scattata alla fine della festa del Ramadan.











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