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BILANCIO DI UN CONVEGNO
di Donatella Bisutti

Donatella Bisutti
Intervento conclusivo sul
Convegno genovese dedicato alla Poesia Civile.
Ho
fortemente voluto questo Convegno sulla Poesia Civile e mi sono impegnata al
massimo per realizzarlo perché mi è parso importante e anche doveroso, da parte
dei poeti, farsi voce e coscienza della collettività in un momento di forte e
pericolosa deriva. Ho voluto quindi sollecitare i poeti e anche i possibili
lettori o uditori di poesia per invitarli a ritrovare un punto di convergenza -
la parola poetica in quanto espressione e comunicazione di un’emozione sociale
condivisa - da cui mi pare che da tempo gli uni e gli altri si siano sempre più
allontanati in direzioni sempre più divergenti. In anni recenti molti poeti o
aspiranti tali si sono dedicati a quelli che io chiamerei giochi di prestigio
letterari, “baloccandosi con le parole” come ho scritto in un brano del mio
poema Erano le ombre degli eroi e
scrivendo testi incomprensibili e aridi per il lettore comune, in una sorta di
solipsismo esasperato. Questo ha fatto sì che la poesia abbia perso quello che
fino ad alcuni decenni fa era il suo pubblico, diventando così la cenerentola dell’editoria
con tutte le conseguenze negative inevitabili in una società che dà rilievo
solo al profitto, quando invece una volta era proprio la poesia a essere
riconosciuta all’apice della creazione letteraria. Questo perché molti poeti si
limitano per lo più a una sorta di masturbazione mentale privata che non può
interessare nessuno e i lettori non possono più immedesimarsi in questi testi,
che si ergono irti di parole incomprensibili. La poesia sembra essere diventata
in molti casi una sorta di sfogo personale senza più nessun rapporto con la
società e con la Storia e la poesia civile aver perso l’importante ruolo che ha
sempre avuto nella nostra letteratura, a partire dalle voci fondanti di Dante e
Petrarca fino a Pasolini. Non a caso già nel secondo Novecento i cantautori
hanno preso nel cuore della gente il posto lasciato vuoto dai poeti, avendo,
loro sì, la capacità di interpretare le speranze, i sogni, le emozioni delle
persone, quello che una volta i lettori potevano chiedere alla poesia: che
esprimesse quello che loro sentivano senza essere in grado di esprimerlo.
Quanta grande poesia è nata, a cominciare da quella di Ungaretti, per fare solo
un esempio, dalla tragedia della Grande Guerra! La poesia del resto nasce storicamente
come voce di un popolo, come poesia epica, con i grandi poemi in cui una
collettività poteva riconoscersi e confermare le sue aspirazioni e le sue
origini. La nostra epoca invece è, in tutto, l’epoca di un individualismo malato,
di una razionalità astratta e distorta. Tanto da far collassare la realtà in
una sorta di delirio. Il territorio della poesia è invece quello che si collega
non al ragionare ma al sentire, ai flussi delle emozioni, alla visionarietà: la
poesia civile deriva appunto da quella antichissima poesia epica, e ancora oggi
è quella che canta i destini, le speranze, le vittorie, le sconfitte dei popoli
e in cui il destino individuale è emblema di un destino collettivo.
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| Donatella Bisutti |
D’altra parte quello della poesia
civile non deve diventare nemmeno una sorta di manifesto politico. Può non
esserci differenza fra poesia civile e poesia politica , entrambe, come dice
giustamente Alfredo Panetta, hanno una stessa radice etimologica, la polis, la civitas, ma solo a patto che la poesia non diventi mai un comizio,
non dimentichi che il suo linguaggio dev’essere nutrito dalla musicalità, dal
ritmo, dall’immagine, dalla metafora, dall’allegoria, a patto che il poeta che
la scrive sia consapevole che sta creando un linguaggio particolare e diverso,
che non ha il compito di spiegare o di affermare un qualsiasi tipo di verità, ma
di trasmettere una visione. Il rischio che la poesia civile non sia vera poesia
è quello di tutta la poesia: quello cioè di diventare prosa e perdere così le
sue stimmate, che ne fanno un linguaggio salvifico. La poesia civile, come ogni
poesia, deve scendere dentro il nostro cuore come un magico elisir capace di farci
intravvedere una realtà profonda al di là della realtà apparente, di fare del
dolore un fertilizzante dell’anima, di accendere dentro di noi energie che non
sapevamo di avere e che possono portarci a stravolgere il mondo. Per questa sua
“pericolosità” molti poeti, che possiamo chiamare civili perché in loro un
popolo si è identificato e ha attinto forza, anche nei nostri tempi sono stati e
sono perseguitati in certi luoghi del mondo dove la poesia civile e politica
esercita ancora un’azione incisiva di resistenza collettiva. Anch’io ho assistito
di recente a letture di testi scritti da persone imprigionate, torturate e poi
uccise in diverse parti del mondo: testi spesso bellissimi per la loro profonda
verità, per aver trovato quel punto di incontro magico fra parola e realtà che
ci commuove e ci spinge a riflettere, ci fa sentire che, dentro, siamo vivi.
Perché la vita non è soltanto e tanto la vita fisica che ci anima e ci fa muovere,
ma piuttosto quell’essenza che trafigge anche la morte.
Risvegliamo dunque la poesia a
essere, anche da noi, come dev’essere, straordinaria energia vitale espressa
attraverso il linguaggio, facciamone uno strumento spirituale che potrà
trasformarsi in arma materiale, ma arma del bene, non arma di guerra, ma forza
di pace in un momento in cui abbiamo bisogno di una grande energia per opporci a
ciò che ci vuole condizionare e distruggere, a una delle situazioni di più
grave pericolo che l’umanità abbia conosciuto.
Mi auguro che questa mia iniziativa,
accolta con entusiasmo da alcuni poeti che stimo e apprezzo, aiuti a ridare,
anche in contesti fortunatamente meno drammatici di quelli di altri luoghi del
mondo, alla figura del poeta quel ruolo di coscienza civile e morale di una
società che ha avuto in passato. E questa ritrovata dignità del poeta aiuterà,
credo, anche a rifondare una ritrovata dignità dell’uomo, oggi tanto
minacciata, calpestata, e degradata.
Questo è stato il mio sogno
nell’organizzare questo convegno, cui tanti sono accorsi con interesse, sì che
adesso si parla di dargli un seguito. E per questo ringrazio tutti coloro che hanno
partecipato, hanno contribuito, hanno reso questo progetto realizzabile e
ringrazio il pubblico che ha ascoltato e seguito con tanto viva partecipazione.
giovedì 2 luglio 2026
COSTITUZIONE, FORMULA
ELETTORALE
di Franco Astengo
Dalla legge Acerbo al plebiscito
fino a luglio 1960.
Sta
ampliandosi il dibattito sulla proposta di modifica della formula elettorale
attualmente in discussione in Parlamento e potrà essere utile provvedere nel
merito ad alcuni punti di precisazione.
1) Occorre sfatare il mito che
l’insieme delle leggi che regolano l’accesso alle istituzioni, parlamentari e
locali, siano questione di competenza di pochi specialisti. È sbagliato
affermare che è necessario occuparsi d’altro e che questo tema non interessa
l’insieme dell’opinione pubblica e di conseguenza dell’elettorato. Le formule
elettorali, invece, rappresentano l’architrave di un sistema democratico e la
loro importanza va sottolineata con forza evitando semplificazioni e forzature.
2) Nella fattispecie in atto il
tema sembra essere quello del rapporto tra la formula elettorale escogitata
dalla destra e la Costituzione. Difatti si può ben sostenere che tutto l’impianto
è fuori dalla Costituzione Repubblicana dal “come” la ministra Casellati ne ha
presentato l’impianto complessivo al Parlamento. In quell’occasione, infatti,
si è sostenuto che il “fil rouge” che reggeva tutta la baracca era
rappresentato dalla ricerca della stabilità di governo. E’ l’antica questione
tra rappresentanza e governabilità che ha assillato il mondo politico italiano
fin dalla sciagurata stagione referendaria di inizio anni ’90 dopo che la
bocciatura del tentativo maggioritario portato avanti dalla DC nel 1953 era
stato respinto dal voto popolare e di conseguenza la formula proporzionale si
era naturalmente affermata almeno fino a quando il combinato disposto di
Tangentopoli, caduta del Muro di Berlino, trattato di Maastricht avevano determinato
la rovina del sistema imperniato sui partiti di massa.
3) Il punto della proposta attualmente
in discussione però, come molti hanno già segnalato, non risiede tanto nella
questione della governabilità quanto nel mutamento (per via ingannevolmente surrettizia)
della forma di governo parlamentare. L’indicazione del candidato/a alla
presidenza del Consiglio preventivamente richiesta alle coalizioni e alle
eventuali liste autonome in occasione delle elezioni legislative generali
assumerebbe alcuni significati precisi:
a) il contrasto oggettivo con la
Presidenza della Repubblica perderebbe la sua prerogativa essenziale di scelta
del Presidente del Consiglio con il rischio di una frattura istituzionale
difficilmente sanabile
b) In secondo luogo il collegamento
diretto (e innegabile) tra il candidato presidente del consiglio e il listino
di maggioranza (eletto in blocco dalla maggioranza) renderebbe gli eletti con
questa formula (non sindacabili perché su lista bloccata) parte (decisiva) del
Parlamento direttamente subordinata alla Presidenza del Consiglio (simil
stabunt simil cadent).
4) Il tipo di situazione appena
descritta renderebbe il ruolo del Presidente della Repubblica del tutto
superfluo sulla scelta politica più importante spingendo così l’insieme del
sistema verso il presidenzialismo di un “eletto del popolo” non intermediato da
un voto di fiducia espresso dalle Camere, reso anch’esso superfluo
dall’elezione diretta in blocco del listone di maggioranza. Inutile ricordare
gli accenti contenuti in questo tipo di impostazione e risalenti alla legge
Acerbo del 1924 e al plebiscito del 1929.
Non si può però non segnalare i
progressivi cedimenti avvenuti nel centro-sinistra a partire dalla stagione
referendaria anni 90 già ricordata, poi alla sciagurata modifica del titolo V
della Costituzione nel 2001 fino all’inspiegabile allineamento alla riduzione
del numero dei parlamentari del 2020.
Il cedimento del centro-sinistra
si è verificato verso la logica della personalizzazione, la trasformazione dei
partiti in comitati elettorali a tutti i livelli centrale e periferico, la
concessione allo schema della “democrazia recitativa” ormai imperante in una
società dominata dall’individualismo competitivo e dal frastagliamento imposto
dalle corporazioni.
5) Questo quadro rende
un’eventuale strategia emendataria di opposizione del tutto debole e inadeguata
rispetto alla posta in palio che è quella, per intero, della democrazia
repubblicana.
Servirebbe una soggettività
politica fondata interamente sulla questione della qualità della democrazia e
del ruolo delle istituzioni. Lo scivolamento verso un regime autocratico potrebbe
rivelarsi più agevole del previsto e per questo deve essere lanciato un serio
segnale d’allarme. Il contrasto a questo progetto non può essere limitato alle
aule parlamentari: l’esempio che ci sentiamo di sostenere è quello della
mobilitazione antifascista del Luglio 1960 di cui in questi giorni ricorrono i
66 anni (naturalmente non augurandoci i risvolti tragici che segnarono quel
frangente).
INVETTIVA
di
Antonio Ricci
Invisibilità
Si assapora nella
vertigine
Planetaria
- passo dopo passo -
dei
confini di migranti, extracomunitari,
braccianti.
Lasciano
i loro paesi,
con la
povertà cucita sulla pelle, e
alle
loro spalle si rintanano i
potenti
malvagi accomunati
dall’ortodossia
della ricchezza.
Sconfinando
nella disumanizzazione
degli
sconfinati paesi di questa
nostra
terra ammutolita, seppellendosi
nella
clandestinità che li rende lavoratori
ricattabili,
invisibili, eliminabili, senza
scrupoli
altro non sono che
una
merce a buon pranzo.
Siete
lavoratori, malcapitati nella
agricola
terra italica dove si declamano
i
contratti pirati del lavoro di
paraschiavitù
e che non vede i
confini.
Vi trovate fantasmi nei
rifugi,
nei ghetti, nella vergognosa
sospensione
temporale della vita.
Siete
ricattati, derelitti
nella
vessazione e bruciati vivi
per edificare
la vostra nullità.
Si
utilizzano la vostra fatica e i
vostri
corpi nelle sobrie terre
dove il
sole vi avvolge nel suo sudario
lasciandovi
crepare, dissanguati
dalla
disseminata virtù del caporalato,
parvenza
di solitari padroni.
POESIA TERAPIA
di
Patrizia Gioia
“Non
si nasce senza passare attraverso, non si cresce senza passare attraverso”.
Queste parole di Dome Bulfaro le ho messe ad esergo della recente fatica delle
Edizioni Millegru: Attraverso la poesia terapia. Nuovi ponti per il
benessere di ogni età. Fatica del nutrito gruppo di Poetry Therapy, fatica
dei due curatori Dome Bulfaro e Paolo Maria Manzalini. Il libro di cui sto
parlando è un prezioso testo che riporta tutte le relazioni “curative” del
secondo Festival Internazionale di Poesia Terapia, Festival che si è svolto a
novembre 2025 nella grande sala dell’Ospedale di Vimercate e che ha visto un’alternanza
di professioni e di argomenti, tutti legati insieme, come un bel mazzo di
fiori, dal nastro della Poesia: Parola che cura.
In
questo nostro oggi nominare la parola Poesia è cosa di cui vergognarsi, tanta è
la sicumera di un potere che toglie dal quotidiano la Parola che cura, per dare
fiato alla parola vana, quella che non fa il suo vero lavoro: essere energia
che crea realtà. Ma per creare buona realtà dobbiamo prima conoscere le nostre
potenzialità e i nostri limiti, ma soprattutto dobbiamo essere consapevoli che
sono le forze dell'inconscio quelle che non ci fanno padroni in casa nostra,
forze cruente, sapienti e ingannevoli che richiedono tutta la nostra onestà non
solo intellettuale, quell’onestà che sa che senza la discesa agli inferi non ci
potrà mai essere resurrezione. La parola poetica, quella che arriva dal fecondo
utero del Silenzio è capace di “artigliarti”, compito della vera Cultura, perché
capace di portarti attraverso un luogo da cui non puoi uscire indenne,
cioè trasformato. Attraversare è esattamente il cammino della nostra vita, un
continuo essere sulla soglia e rischiare l’abisso. È qui che nasciamo, è qui
che ri-nasciamo.
Di
pratiche, di laboratori, di esercizi, di pedagogia e anche di voce, di musica,
di ritmo, di tono il libro parla, un manuale di maieutica, una pratica di cura:
far nascere là dove la ferita non ha ancora la capacità di diventare feritoia.
Resurrezione
implica anche sempre Rivelazione. Quale la Parola che risveglia, che tocca le
viscere e il cuore, la parola che sbuca dall’utero cosmico per ficcarsi nel tuo
e farlo diventare portatore di vita, di luce, consapevole dell’abbraccio dell’ombra.
Cosa vive nell’Ombra? E se fosse proprio l’Io l’Ombra? Quali dèi dobbiamo far
risalire all’Olimpo perché le malattie si sciolgano e il sintomo canti? Poesia
è “obbedienza”: un ascolto e una responsabilità nuova e consapevole.
Ecco,
la senti la sua Parola?
È
lei che porta balsamo e unguento per quella ferita ancora incantata e
incatenata, ma è ora di alzarti! E come Lazzaro tornare alla Vita, quella che
ogni volta ci fa togliere la pietra tombale e nuovamente dire: eccomi!
Faccio nuovo il giorno.
Questo
libro/manuale/sussidiario è come un buon panino accuratamente farcito, gli
ingredienti sono ottimi, il pane è fatto di quella sostanza che nutre e
trasforma, perché è nella Relazione che avvengono sempre le magie, quelle che
ci accompagnano nel quotidiano e che la Poesia aiuta a far lievitare in noi.
Nel libro troverete le molte ricette. Attenzione, qui si impara a volare! Non l’incosciente
volo di Icaro, ma un volo consapevole e responsabile, quel volo che arriva dopo
molti tentativi e che mai aveva abbandonato la fiducia di ritrovare la via, che
vista dall'alto rivela il suo disegno, il nostro personale disegno.
Parola
e cura - scrive Paolo Maria Manzalini - sono
questione etica e politica, ancor prima che estetica. Ecco permettetemi di
dire che etica politica ed estetica non hanno gerarchia, sono una trinità
dinamica in una creazione continua, tre dimensioni umane che possiamo
distinguere ma non separare, così come cosmo, umano e divino sono nostre parti
costitutive di cui fare esperienza non teoria. Poesia come esperienza di quel
che in noi possiamo, creando e attraversando, curare e che da noi passerà nel
corpo sottile dell’Invisibile, è qui che hanno casa Coraggio, Speranza e
Libertà. Poesia come Nuova Innocenza, che non comporta arbitrio o anarchia, ma
“idiosincrasia” nell’accezione originante del termine: peculiarità individuale.
E
che cosa scopriremo, anche grazie a questo libro? Vedremo l’Invisibile
comprendendo l’Incomprensibile. Parola della Poesia, che ne sa sempre una in
più!
LIBRI
di
Carlo Di Legge
Il primo
libro della Bibbia ebraica, la Torah,
libro che noi chiamiamo Genesi,
prende anche nome dalla prima parola: bereshit.
Essa, tradotta nel greco en arché, è
origine/fondamento di ciò che esiste: in tal senso nel testo di Rita Pacilio si
legge, “se ci sono leggi significa/che c’è un legislatore/antico/…/regola
esatta/la prima parola semplice/essenziale/nel giorno generato da se stesso. E
si ripete.”
Quasi
un proemio. Per seguire in parola la
prima parola occorre “mettersi sottosopra/avventurarsi nel fiato” e si avrà “la
storia”, che verrà detta nel flatus vocis,
appunto, in pulsazione e ritmo: “La mappatura del battito/il doppio tempo”,
nella modalità visionaria:
Prova ad abitare con una foglia
sull’albero. Nella testa avrai
la convulsione del vento e imparerai
la pazienza della stessa poesia.
La lingua semanticamente dura che
l’autrice aveva trovato, negli ultimi lavori appare in risoluzione, in avvicinamento
ai moduli del parlare quotidiano, e quella ritorna solo a squarci:
… in futuro mi parlerai
sotto la magnolia, sulla sponda
del giardino ci legherà una foglia
mi spiegherai come ritornare
nel ricordo
lo scambio della voce
infilando le braccia in maniera
eloquente,
sempre
con illuminazioni di canto:
Si mantiene punta di lancia
il filo di pioggia all’acqua del pozzo
posato
scosso nell’indivisibile momento
arreso e dolcemente unto
trapassato
sparito in un flusso senza coscienza
ferruginoso in un corpo a corpo
così acuto il taglio come a liberare
la doglia e la voglia a non dire.
L’indagine
vede il male nel mondo, il silenzio, che sia “pieno e dolce”, il senso del
tempo, “questo labirinto che non so sorvegliare”, il passato, il riemergere dei
ricordi, i prossimi e l’umanità, e il non riuscire talvolta all’altezza dello
“stare nella parola”, la difficoltà in esistenza, a volte sì “beatitudine” ma
“innalzata sulle lame”, verità e paura, guerra e pace. Ma permane la necessità
di amare, nonostante qualche inconveniente, e soprattutto la consapevolezza che
“la certezza di Dio l’ho conosciuta” in una fede senza misteri, perché si
dev’essere come bambini (Mt 18, 3-6)
e la fede in Dio è anche la nostra speranza nello scorrere dell’adesso:
Dio ci dona sonni quieti,
questa è la pace
ogni volta che un’ora dura anni
l’eternità.
Parola è anche, nel IV Vangelo, valore metafisico del Logos o Verbo, comunque lo si voglia tradurre: verbo incarnato perché tradurre: Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14). Incarnato come lo spirito e la poesia. E, nell’incipit di questo
ininterrotto flusso di versi che costituisce il poema, è che “La prima parola
possiede la vita”. Ma, siccome in questo caso si tratta di poesia, sia pure con
forte cifra religiosa, è un modo diverso e (credo) altrettanto calzante di
cercare la corrispondenza tra l’ordine delle parole e l’ordine delle cose.
Rita Pacilio
La prima parola
Di Felice Edizioni - 2025
martedì 30 giugno 2026
ONORE A CECCO
di Nino Di Paolo

Francesco Bellosi
Lo schifo di questo Paese è che si permetta impunemente di mettere una teca in memoria dei
massacratori fascisti, e di solerti “tutori dell’ordine” che invece di andare
ad arrestare questo fecciume, denunci un cittadino che ne è disgustato.
Di
Francesco (Cecco) Bellosi, autore lariano quasi ottantenne è fresca di questi
giorni una notizia, non di natura letteraria, che lo riguarda (e tutti ci
riguarda). Venerdì 19 giugno 2026 il Tribunale di Como lo ha assolto
dall’accusa di aver danneggiato una teca commemorativa, collocata a Giulino di
Mezzegra, contenente le foto del dittatore Benito Mussolini e di Clara Petacci,
sua collaboratrice, giustiziati in nome del popolo italiano il 28 aprile 1945. In
realtà Bellosi, nella piovosa sera del 28 aprile 2023, da quella teca aveva
soltanto rimosso il mazzo di fiori posto, il giorno stesso, da un gruppo di
fascisti nostalgici. Un passante lo aveva visto lì, aveva preso il suo numero
di targa e l’aveva segnalato ai carabinieri. I carabinieri inviarono alla Procura
una denuncia per il reato di danneggiamento. Dopo il rinvio a giudizio (per
un’accusa surreale), il passante, divenuto testimone di giustizia, in udienza
dichiarò di non aver visto Bellosi rompere la teca ma soltanto armeggiarci
attorno. Bellosi rivendicò l’azione di aver tolto i fiori ma non di aver
spaccato la teca. Il PM venerdì ha chiesto l’assoluzione per la lievità del
fatto mentre l’avvocato difensore Davide Steccanella ha sottolineato, nel
chiederne ugualmente l’assoluzione, il dovere civico di togliere dei fiori da
una teca (che dovrebbe essere rimossa da parte del Comune dov’è collocata). Il
giudice l’ha assolto per non aver commesso il fatto (delittuoso) affermando
implicitamente così la correttezza dell’aver tolto i fiori dall’altarino commemorativo
di un tiranno che condusse l’Italia al disonore della dittatura, delle leggi
razziste, al crimine del colonialismo e alla rovina della guerra.
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| Francesco Bellosi |

















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