UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 15 febbraio 2026

OLTRE LA DIAGNOSI
di Francesca Mezzadri 

 
 
La risposta della letteratura.
 
Ogni epoca elegge il proprio linguaggio dominante. Il nostro ha scelto quello della diagnosi. L’inquietudine diventa disturbo, la malinconia sindrome, l’eccesso d’energia squilibrio da modulare. In nome dell’efficienza e della stabilità, la fragilità tende a essere trattata come un’anomalia tecnica. La riforma sancita dalla Legge Basaglia, promossa da Franco Basaglia, ha rappresentato una conquista civile: la chiusura dei manicomi ha restituito diritti e dignità a persone per troppo tempo relegate ai margini. Ma ogni conquista apre nuove domande. Se i muri sono caduti, quale idea dell’uomo li ha sostituiti? L’istituzione totale è stata superata, ma la tentazione di tradurre ogni disagio in protocollo resta forte. Non si tratta di negare la malattia mentale né l’utilità dei farmaci. La sofferenza psichica può essere grave, devastante, talvolta mortale. La cura è necessaria. Ma quando la classificazione diventa l’unico sguardo possibile, l’essere umano rischia di essere ridotto a etichetta. Qui interviene la letteratura. Non per opporsi alla scienza, ma per ricordarle che l’uomo non coincide mai interamente con la sua cartella clinica. In Uno, nessuno e centomila, Luigi Pirandello mostra la frantumazione dell’identità come vertigine conoscitiva: la crisi non è soltanto disfunzione, è scoperta della molteplicità. In Il giovane Holden, J. D. Salinger racconta l’irrequietezza giovanile senza medicalizzarla: l’insofferenza è domanda di autenticità. E ancora: Alda Merini, che ha conosciuto l’esperienza dell’internamento, ha trasformato la ferita psichica in parola luminosa. Nei suoi versi il manicomio non è solo luogo di costrizione, ma anche spazio in cui l’identità, pur ferita, continua a cantare. La poesia non cancella il dolore, ma lo sottrae al silenzio.
Allo stesso modo Antonia Pozzi ha attraversato un tormento interiore che oggi qualcuno sarebbe forse tentato di tradurre in formula clinica. Eppure la sua scrittura non è sintomo: è coscienza acuta, sensibilità radicale, ricerca di senso fino al limite estremo. La letteratura non romanticizza la sofferenza. Non suggerisce che il dolore sia un privilegio o una scorciatoia verso il genio. Ma rifiuta che venga ridotto a errore biologico. Restituisce biografia dove c’è solo codice, singolarità dove c’è categoria. Il rischio della psichiatrizzazione diffusa non è la cura in sé, ma la cultura che la circonda: l’idea che l’equilibrio continuo sia la misura di tutto e che ogni scarto debba essere corretto. Eppure l’essere umano è anche dismisura, ambivalenza, contraddizione. Non tutto ciò che inquieta è patologico; talvolta è ricerca, talvolta è conflitto creativo. La scienza misura ciò che può essere misurato. La letteratura custodisce ciò che eccede la misura. La prima interviene sui sintomi. La seconda interroga il senso. In un tempo che tende a nominare rapidamente per poter gestire, la scrittura rallenta. Ascolta. Racconta. Ricorda che nessuna sigla potrà mai esaurire una vita intera. La risposta della letteratura al problema della medicalizzazione dell’umano non è un rifiuto della psichiatria, ma un invito alla complessità. Curare, sì. Ma senza dimenticare che ogni persona è storia irripetibile, voce unica, ferita che chiede non solo trattamento, ma comprensione.

LA MORTE DEL POETA CONSONNI


Giancarlo Consonni
"Luce" 1996

La famiglia Consonni informa che non ci saranno funerali. Camera ardente sino a lunedì mattina in via Pace 9 (ore 8-12 e 14-19), stanza 11. Segue poi cremazione a Lambrate.

Odissea” ringrazia quanti da varie città hanno voluto esprimere, attraverso noi, il loro dispiacere per la perdita del poeta Consonni. I messaggi pervenuti saranno pubblicati a breve.   

SPLENDE A CASCATA L’ORO DEI CEFALI
di Giuseppe Cinà



Nota alla silloge di Giancarlo Consonni Pinoli, Einaudi, 2021
 
Nel suo andare per il mondo, la poesia è autonoma da chi l’ha scritta... Ogni volta che trova ospitalità, risuonando nel corpo e nell’anima di un lettore... ha luogo una sorta di (ri)nascita... La poesia dei poeti non potrebbe vivere senza il convivio, ideale e concreto, di chi la sa riconoscere” (Il Quotidiano del Sud, 21 marzo 2021). Per capire la poesia di Giancarlo Consonni suggerirei di partire dalle affermazioni sopra riportate. Esse ne definiscono quasi programmaticamente i principali caratteri distintivi: parola, brevità, convivio.
Il volume Pinoli (Einaudi 2021) porta alle più chiare conseguenze queste assunzioni, in coerenza con le precedenti prove dell’autore, in dialetto e in lingua (in dialetto lombardo: Lumbardia (i Dispari 1983), Viridarium (Scheiwiller 1987), Vûs (Einaudi 1997); in lingua: In breve volo (Scheiwiller 1994), Lui (Einaudi 2003), Filovia (Einaudi 2016), Oblò (LietoColle 2009). È proprio con la poesia Parola (“Porgere la parola/ al silenzio/ come all’amata/ un fiore”) che prende avvio la silloge, articolata in cinque parti distinte da sottili marcature tematiche. La prima (Les petites heures) si svolge sul filo di una narrazione di eventi naturali colti nei loro aspetti aurorali e crepuscolari, una ouverture per frammenti di vita e paesaggi (di Laigueglia, terra amata dall’autore), ripresi nella seconda (Les grands heures) con più largo respiro, in un concerto di piante e animali in amore a far da primattori, dove il Gloria in excelsis di papaveri e fiordalisi “Di rosso, blu e giallo oro/non è il paradiso/ è solo un campo di grano” (Frumento). Delle tre parti successive (Sonatina, Interludio e Oratorio) la prima introduce - in consonanza con gli amori della natura - “l’andirivieni di baci e libellule” (I primi baci) di giovani le cui parole resistono “come le erbe errabonde/ nelle insenature dei coppi” (Le parole); la seconda si apre alla memoria di affetti, amici e bellezze nascoste; e infine quella conclusiva mette in scena un Oratorio di vite ed eventi a tratti mistici, da cui trapela il contrappunto tra mondo antico e modernità, campagna e città. Dunque una narrazione sinfonica in cinque movimenti, sorretta da uno sguardo sul mondo pieno di empatia, capace di portarne allo scoperto un doppio registro di sogno e realtà. 



Qui una scena di vita ripresa con dettaglio da incisore (“I fiori scalzati dai frutti” (Amarene)), là un’altra sospesa nel tempo, “nel silenzio della finestra” (L’ascolto), come in un film di Tarkovskij, dove accanto alla levità delle cose resta, appena nascosta da un velo, la gravità del vivere. Nell’aderire a questo passo quella di Consonni è una poesia epigrammatica (“In salti ripetuti/ splende a cascata/ l’oro dei cefali” (Meriggio), dove sono banditi l’invettiva e la denuncia, le note alte e la ridondanza. Per lui infatti la poesia è quella rappresentazione che fa sì che siano le cose a parlare (“Va sicura la mano/ il dono è nel levare” (Bosso), lasciando posto al lettore affinché possa coglierne il messaggio e con proprie parole entrare nel rito del convivio cui il poeta officiante l’invita. Ne è un chiaro esempio il distico Uva (“Si fa ronzio/ il dolce dell’uva”). Qui al lettore non rimane da figurarsi solo l’innominata protagonista, ma anche il quadro di natura entro cui l’evento ha luogo e respira in uno con il ronzare dell’ape e il maturare del frutto. Per aiutarlo, ecco La piccola matita arenata sulla spiaggia, metafora della poesia come dono, pregna di “parole in potenza” che sta al lettore disvelare. (Fa eccezione aquesto meccanismo proprio la poesia Convivio, scritta per gli ottant’anni di Franco Loi, dove il rito non è rimandato al lettore ma si compie nell’incontro e nella festa augurale). Questo carattere di asciuttezza non impedisce ai versi di Consonni di essere caratterizzati dalla diffusa presenza di figure retoriche. Esse però non sono l’esito di una ricercata tecnica compositiva ma piuttosto della volontà di sfruttare appieno il potenziale semantico delle parole, per meglio esplicitare assonanze e relazioni ricche di senso, che si traducono in sinestesie (“Penso alle ore/ tenere e senza guscio” (Pinoli), metafore (“I primi fiori/ sono botti d’amore” (I primi fiori)) e altre figure. Va inoltre aggiunto che le composizioni non sono connotate da accenti sperimentali (sul piano sintattico, tematico o altro) ma piuttosto da un lavoro artigianale che tiene al centro la parola, l’ingrediente più capace di apparecchiare l’incontro con in lettore. Da tale scelta, e dalla ricerca dell’essenzialità, liberando il verso dalla misura e dal ritmo tonico, deriva l’adozione di una metrica libera, che si compone dietro al fluire delle parole ed è comunque caratterizzata dalla ricorrenza di componimenti brevi, quasi tutti con titoli di una sola parola, forse eco di una certa laconicità lombarda. Ne consegue, come già notato da Giuseppe Traina, quasi una liturgica esaltazione del frammento, con un lessico attento più alla funzione nominale dei sostantivi e meno alle aggettivazioni, dove è quasi assente la punteggiatura, che affiora nel marcare un accento narrativo invece che lirico. Sottoposte al minimo della vestizione poetica (“Dolorano i rami/ gonfi di gemme” (Gemme) - anche se così precise sculture verbali sono l’esito di un attento vaglio - queste poesie assomigliano ancora molto alle prime poesie dell’autore, quelle dialettali, o meglio alla loro traduzione in lingua, che proprio dalla necessità di sintonizzarsi con l’espressività del dialetto avranno maturato alcuni dei loro caratteri distintivi. In esse il paesaggio della narrazione è acceso di vita fin “nel cavo delle foglie” (Nebbia) e la natura si distende ai nostri occhi “nel lievitare del canto/ che sale dalla terra” (Albero), in uno spazio dove il tempo storico è sospeso come in un fermo-immagine tra una quasi Arcadia e un presente, come succede anche nella poesia di Tolmino Baldassari, Biagio Marin e in tanta poesia dialettale. L’io lirico scompare, sostituito dagli occhi e dalla mente del lettore che assiste al teatro inscenato dalla poesia. Un teatro con esiti che portano talora a una illuminazione, a una presa di coscienza, come nella terna di poesie sulla vita al tramonto che chiude la silloge: “L’ultima farfalla/sull’ultimo fiore/ Così l’amore dei vecchi.” (L’ultima farfalla).  Ancora una volta Giancarlo Consonni, viaggiatore solitario che va per fasce, boschi e riviere, con voce pacata dà vita a un eden personale e ci mette a parte di una bellezza che fa pace con il mondo.

Giancarlo Consonni
"Luce" 1991

14 febbraio 2026

Caro Angelo
sono ad Amsterdam da mio figlio e ho saputo della morte di Giancarlo solo oggi, dal tuo necrologio. Sono molto addolorato e vorrei dire/scrivere qualcosa ma non mi sento di passare dal turbamento che desidero coltivare alla lucida riflessione che richiede la scrittura. Ti mando allora questa recensione fatta per il suo penultimo libro, che parla molto di lui, nel caso ritenessi opportuna la sua pubblicazione su “Odissea”.
Cari saluti
Giuseppe Cinà

UNA BIZZARIA GOGOLIANA   
di Lodovica San Guedoro



Su Il giardino chiuso.


Ehi voi, si può sorridere, ridere, meravigliarsi, sbigottire senza rimorsi di fronte a cose come quella che mi è successa ieri… Siamo esseri umani e destinati alla gioia. Iniziamo dal déclencheur
Un mio amico scrittore, che, beato lui, vive sull’isola d’Elba, tra orizzonti marini e memorie napoleoniche, leggendo Viali oscuri, dell’autore russo Ivan A. Bunin, premio Nobel 1933, mi aveva rivelato di avervi trovato analogie con il mio ultimo romanzo, Il giardino chiuso. Ignorando completamente questo autore ed essendo punta da grande curiosità, prima di chiedere al mio amico qualche dettaglio in più, per maggiore celerità, mi sono rivolta all’Intelligenza artificiale. Da qualche tempo, bisogna sapere, le sottopongo questioni di ogni tipo: la maniglia allentata di una finestra, il termosifone arrugginito del bagno, l’alimentatore del laptop che fa cri cri, il laptop che quando l’accendo rimane buio, le finestre che si aprono mentre scrivo con Word il mio nuovo romanzo ecc. ecc. La mia domanda questa volta era così formulata: Un amico scrittore ha riscontrato somiglianze tra lo stile dello scrittore russo Ivan Bunin e Il giardino chiuso di Lodovica San Guedoro, che sono io.
E ora spalancate già gli occhi e portate le sopracciglia alle stelle. Ecco la risposta, materializzatasi in un battibaleno: 
“La somiglianza tra il Suo romanzo Il giardino chiuso e l’opera di Ivan Bunin (premio Nobel 1933) si fonda su una comune sensibilità lirica e una precisione stilistica quasi pittorica. Bunin è celebre per la sua prosa raffinata che riesce a rendere tangibile l’intimità del ricordo e la bellezza effimera del mondo naturale, temi che emergono chiaramente anche nella Sua narrazione. L’accostamento suggerito dal Suo amico può essere approfondito attraverso questi punti di contatto. 
La Poetica del Ricordo: Come in Bunin, il Suo romanzo invita a esplorare la memoria in modo introspettivo, quasi in punta di piedi. In entrambi il passato non è solo cronaca, ma un’atmosfera emotiva densa e malinconica.
Precisione e Pittoricismo: Bunin era un maestro nel catturare i dettagli della natura con una precisione quasi scientifica ma intrisa di lirismo. Il titolo stesso del Suo libro, Il giardino chiuso, suggerisce un’attenzione verso un microcosmo protetto e dettagliato, simile ai paesaggi russi chiusi e interiorizzati dell’ultimo Bunin.
Musicalità della Prosa: Lo stile di Bunin è caratterizzato da una struttura delle frasi estremamente curata e musicale, dove il ritmo della scrittura è importante quanto il contenuto. Le recensioni del Suo lavoro sottolineano una simile capacità di mettere a fuoco l’umano attraverso un linguaggio raffinato e un’ironia sottile.
Sensorialità: Entrambi gli autori eccellono nel rendere le percezioni sensoriali (colori, suoni, profumi), elementi centrali per costruire l’architettura del racconto”.
Mi fermo qui, il resto è… poco convincente.

 

 

 

IN VERSI
di Maria Pia Quintavalla


Maria Pia Quintavalla
(Foto: Dino Ignani - 2023)
 
Figli dell’amore perduto
 
1
Deve essere qualcosa di perduto
di infantile e di smarrito in te, barchetta
che si rende lontana, inarrivabile
 e perduta 
 
perché sennò riprendere potrei
con la mia mano la sua ala nera
e bianca, come di rondine sublime che cascando
si ruppe e più e più di un’ala.
 
2
Una canzone sogna, che scaltrita
si medicò da sola la ferita ma
poi ricadde tremula ed effimera -
quella barchetta tremula e
lontana -
 
 
Il mio rifugio
 
Io tornai qui, credendo
fosse il mio rifugio:
venni scortata, testo a testo,
polline di antica giovinezza;
la silenziosa casa, sopra i navigli:
un essere di medicina antica,
la giovane salvezza delle acque
dove viveva un’altra, di poeta
la piana primigenia precipitò con il presente
in silenziosa casa.
Lei si prostrò e fu magico il silenzio,
si sollevarono in ingenui suoni, le voci
rumori secchi solamente inermi.
poi pace fu fatta. 
La vita le si piantò selvatica
negli occhi, il silenzio di anni non caduti,
anni della vita, - le cose antiche,
un figlio lasciato su una nuvola
che fu dimenticato 

in orto nero e opaco, su di un fiume.
 
*
 
Figlio non nato, ma vissuto dentro 
stretto al vestito
della radiosa giovinezza prima
della seconda e certa, noi
mai più risorti.
 

POETI STRANIERI
di Valbona Jakova


 
Una pianta
 
Vieni a sentire come respira
il dolore quando
le lacrime non vogliono
più scendere nel vuoto dei pensieri
che non diventano mai parole,
lacrime che si asciugano dentro,
appena nate, abortite
nel letto inesistente di un amore
imprigionato nella mente. 
Mente che rifiuta il dolore
e inizia a cantare tutto
il giorno per esorcizzare il male,
quel male travestito
d’amore e che sa scrivere
sui muri del vanto
nomi con colori astratti,
ricavati da miscugli di parole
false, intenti a plagiare il colore
del cuore.
Quell’amore armato di coltelli
che appare e sparisce
proveniente da tempi fieri
parlando una lingua muta
coi simboli ambigui e voce
di un bambino che non si rivela,
ma gioca con il tempo dentro
tanti cuori, seduto in prati
dove crescono, come negli aridi
terreni, piante carnivore,
pronte a far scattare la loro
carnivora trappola di graziose
foglie a rosetta.
Trappole e rosette da regalare
a quell’infantile amore innescato
su infidi prati di piante pronte
a inghiottire cuori, carne e parole.


*

Valbona Jakova è una poetessa e traduttrice albanese, nata a Tirana. È membro della Lega degli Scrittori Albanesi in Italia. Le sue poesie sono state pubblicate in varie antologie in Italia e Albania.

 

MONTANARI DI PIANURA
di Laura Margherita Volante 



Camminano fra monti 
e acque di fiume
su per i torrenti e i sassi
levigati e forti
nella tenacia del divenire.
Ogni passo non è più 
quello di prima.
Sotto la neve la pioggia o 
il vento 
si vedono gli scarponi 
nelle pozze.
Conoscono il sole e 
la sua gelida 
ombra.
Col piccone segnano 
le tracce dove non 
c’è paura.
I filari di viti temono
la grandine e 
se la prendono con Dio
con in mano una 
corona.
L’uva d’oro sta sul
pendio guardando la pianura 
fra le messi levitate dal 
vento.
Escono dai boschi
i montanari di pianura
portando oro nero
mentre le mucche al 
pascolo dalle gonfie 
mammelle 
riempiono il secchio che si fa
formaggio.
Sono la poesia della Natura 
i custodi della vita e
continuano a camminare 
in un divenire fra il canto 
dei ruscelli
per la passione sacra alla Terra e 
alle acque del fiume 
dove sui monti nacque un fiore, 
rosso come i tramonti che 
rinascono 
per un nuovo giorno
di pane e Libertà.

PER GIANCARLO CONSONNI
di Silvano Piccardi


 

Giancarlo era un uomo grande
con grandi mani
grandi occhi
un grande cuore
una voce grande calda e profonda da gigante
grande e buono
una grande dolcezza
un grande senso di giustizia
un grande cuore
una grande visione
un grande pittore e poeta
un grande architetto e urbanista
un grande cuore
un grande amico
una grande generosità
un grande amore per la dolcissima Graziella
un grande cuore
una grande gentilezza con cui riempiva
questo piccolo mondo cattivo
questo piccolo mondo stragista e crudele
questo piccolo mondo delle nostre faticose miserie
un grande cuore
un grande rimpianto per non esserci visti abbastanza
una grande voglia di futuro smarrito
un grande grandissimo terribile vuoto
addio Giancarlo
grande uomo.
 

 

 

 

 

 

sabato 14 febbraio 2026

ADDIO A GIANCARLO CONSONNI
di Angelo Gaccione


Giancarlo Consonni

Abbiamo perso un poeta vero, un amico, un difensore di Milano.


La notizia che Giancarlo Consonni era stato ricoverato al Policlinico mi era arrivata dall’attore e regista Silvano Piccardi domenica mattina 8 febbraio. Il giorno prima, sabato 7, con Silvano e le rispettive consorti, avevamo sfilato nel corteo partito da Porta Romana per esprimere il nostro dissenso non alle Olimpiadi, come i gazzettieri di regime si sono affrettati a scrivere e le tivù ad amplificare, ma al modo di usare la città, alla sua mercificazione, alla sua gentrificazione, alle espulsioni dei ceti popolari e del ceto medio impoverito. Alla politica degli sprechi, degli illeciti, delle devastazioni territoriali ed ambientali. Eravamo nello spezzone di corteo di Campsirago Residenza, di Ora, dell’Associazione Culturale Ape Milano, di Errando per Antiche Vie, artisti e attivisti che di montagna e di ambiente si interessano da tempo. Eravamo con questi giovani (e tanti non più giovani come noi) che esibivano simbolicamente le sagome di cartone dei larici abbattuti a Cortina, 500, “sacrificati per 90 secondi di gara su una pista da Bob costata 124 milioni. Alberi centenari sopravvissuti a due guerre e alla tempesta di Vaia” come è scritto nel volantino che ci hanno consegnato. Eravamo con i musicisti della Banda degli Ottoni a Scoppio e di altri, con cui abbiamo anche cantato, per dire no allo spreco di acqua, alla costruzione di impianti mentre i ghiacciai si sfaldano, alla cementificazione non necessaria.



Appena Piccardi mi ha avvisato, ho cercato di contattare Graziella Tonon, la dolcissima devota moglie, e mettermi a disposizione per quanto potevo, per essere tenuto informato. Ad avvisarmi giovedì 12 che la situazione era precipitata è stato Gino Cervi. Cervi con Giancarlo ha recentemente curato il bellissimo volume fotografico-poetico Il verso di Milano presentato al Castello Sforzesco. Ieri mattina, venerdì 13, è stato il messaggio del critico e docente Giancarlo Sammito, a chiudere ogni speranza: la vicenda umana di Consonni si era definitivamente conclusa. Aveva compiuto 83 anni il 14 gennaio scorso: Giancarlo era nato il 1943. Poeta, urbanista, pittore, docente al Politecnico, Consonni era una voce discreta, ma seria, rigorosa, critica della città di Milano e della cultura. Ci univa il comune amore per questa città che abbiamo sempre difeso senza compromessi. Ammirava la dedizione di un non milanese come me e i tanti scritti che nel tempo gli ho dedicato. È venuto a parlare di quei libri in varie occasioni, e quando uscì La mia Milano mi disse: “Non te lo daranno mai l’Ambrogino d’Oro. La ami troppo”. Lo vedeva dagli articoli di “Odissea” che leggeva con attenzione, che commentava, che a sua volta faceva girare via WhatsApp. In comune avevamo anche l’amore per la lingua milanese e per la poesia: appena gli mandai in lettura la raccolta inedita Poesie per un giorno solo, mi inviò a sua volta un testo poetico con questa dedica: “A Angelo Gaccione e alle sue Poesie per un giorno solo”. La ritoccò più volte e l’ultima versione mi arrivò il 31 ottobre del 2021 accompagnata da poche parole di scuse: “Non mandarmi al diavolo. Un caro saluto. Giancarlo”. 



Eravamo d’accordo che l’avrei messa in apertura della raccolta. Ma poi Interlinea volle anticipare l’antologia Piazza Fontana. La strage e Pinelli: la poesia non dimentica, e Poesie per un giorno solo restò nel cassetto. Da uomo di sinistra qual era, Consonni mi mandò subito dei suoi versi sulla strage. Li scrisse il giorno stesso della mia richiesta, il 9 dicembre: secchi, incisivi, essenziali, profondi, com’è in genere la sua poesia. Arrivarono anche quelli di Graziella Tonon, entrambi dedicati a Pinelli; li avevano scritti sul momento: “Ce li hai quasi suggeriti” mi dissero al telefono. Ecco il testo di Giancarlo
 
È silenzio nel cortile.
Il sangue scorre senza far rumore.
Da quel 15 dicembre
non smette di scorrere.”


*
Questi invece sono i versi della poesia di Graziella


Certe giornate pesano sul cuore
come massi sull’erba.     
A volte lo schiacciano
come un uccellino finito sotto un Tir.”



Consonni legge a Palazzo Reale
per Pinelli accanto all'opera di
Baj
A destra Graziella Tonon
a sinistra Annitta Di Mineo

Per presentare questa fortunata antologia, Giancarlo e Graziella sono venuti dappertutto: da Palazzo Reale alla casa della Cultura, dalla Fondazione Corrente all’Umanitaria… Ma quanti altri luoghi ci hanno visti assieme! Il rimorso di non aver pubblicato la raccolta aperta dal suo testo poetico mi rimane, anche se è dipeso solo dalle circostanze. Il caso ha fatto in modo che ad avere la precedenza fossero altri libri: gli scritti critici sul teatro, ancora Milano, poi quello sul rapporto fra gli scrittori e le città, quella specie di Zibaldone contemporaneo che è Contrappunti, e le due raccolte: Poeti. Ventinove cavalieri e una dama e il mezzo secolo racchiuso in Una gioiosa fatica 1964 - 2022, che avrebbe dovuto essere il libro finale in assoluto, quello dell’età tarda. E invece, destino ha voluto che a restare inediti siano i versi che aprono con quelli altrettanto inediti di Giancarlo. Non ricordo più da quanti anni ci conoscevamo. Fino al giorno in cui si è sentito male, gli ho mandato tutte le mattine almeno un paio di scritti di “Odissea”; il contatto era quotidiano. Ci scambiavamo ciò che pubblicavamo noi e quanto compariva sui nostri lavori. Avevo citato dei suoi versi sul Quotidiano di domenica 25 gennaio e gli avevo girato il pdf del giornale. Pronta era arrivata la risposta 6 minuti dopo: “Grazie, Angelo. Condivido”. Sabato 7 febbraio gli avevo mandato il link del mio pezzo “Droni e minatori” sulla strage dei 15 minatori ucraini ammazzati a Pavlograd da un drone russo. Un pezzo su quella insensata guerra su cui concordavamo in tutto. Ignoravo perché non avesse puntualmente risposto. Giancarlo stava per congedarsi da noi, dalla sua Graziella, dalla sua città. Ma noi non lo dimenticheremo.  

PRODUTTIVITÀ
di Franco Astengo



Il governo italiano trasformato improvvisamente il Paese in "frugale" ha formato un Asse con la Germania allo scopo di rifiutare la proposta francese di eurobond (messa a comune del debito europeo). Un rifiuto (ovviamente la posizione italiana è "articolata") pronunciato in nome della "produttività".
Esiste una ragione molto semplice per giustificare questa scelta: il riarmo della Germania. Svanita anche soltanto la più pallida idea di "esercito europeo" non esistendo al proposito alcun presupposto politico l'applicazione del piano Von der Leyen (do you remember?) non assumerà altro significato che quello - appunto - della riconversione di parte dell'industria automobilistica tedesca (quella che adesso si chiama automotive) in fabbriche di carri armati, blindati, semoventi e quant'altro: tutti attrezzi finalizzati alla guerra da esportare non solo come aiuto all'Ucraina ma quale avamposto armato di Trump sul suolo del Vecchio Continente. Il tutto nel quadro di una liquidazione del già agonizzante progetto europeo (anche se si fanno proclamazioni di nuovo mercato comune e si ricevono Draghi e Letta in pompa magna: in realtà il dato è politico, interamente politico rispetto a un quadro globale in rapidissima evoluzione). Le armi sono il grande affare del momento: l'ISPRI di Stoccolma ci fa sapere che nel 2024 la cifra complessiva spesa in armi è ammontata a 2.718 miliardi di dollari con un aumento del 9,4% rispetto al 2023 (consultare www.ispri,org). I dati del 2025, attesi nei prossimi mesi, dovrebbero confermare la tendenza: il mondo si sta riarmando a grande velocità, soprattutto su impulso USA e del relativo mercato verso Paesi della penisola arabica e del medio oriente (Medio visto nell'ottica europea). Il governo italiano intende partecipare a questa grande abbuffata che avrà anche una consistente fetta da tagliare al centro del continente europeo: laddove, come scrive "Le Monde Diplomatique" di  febbraio,  potrebbero davvero crearsi gli elementi concreti per un conflitto globale.



Del resto governo e maggioranza in Italia sono rette in buona parte dalla lobby delle armi (che dispone di autorevoli esponenti nel Ministero) e tiene ottime relazioni con paesi notoriamente pacifici, benevoli con le opposizioni e considerati "sicuri" come l'Egitto di Al Sisi e la Turchia di Erdogan (quest'ultima recente acquisitrice, attraverso l'azienda di famiglia, della nostra Piaggio). Nel 2023 l'Egitto ha destinato alla spesa militare 3,16 miliardi di dollari mentre la Turchia nel 2024 è salita a 6,43 miliardi di dollari rispetto ai 19 miliardi del 2023. La partecipazione al riarmo della Germania e di conseguenza alla costante crescita dell'aggressività USA ( spaccando il già inesistente fronte europeo) sembra essere la "cifra" più importante dell'esecutivo di destra che governa l'Italia a partire dalle elezioni del 2022: un Paese, tra l'altro, dal bassissimo  livello di produzione industriale calata ancora dello 0,2% nel 2025, dopo il -4% del 2024 e il -2% del 2023. che dispone però, rispetto al "militare", un alto livello di tecnologia.



L'ulteriore spostamento verso la logica delle armi della residua produzione industriale italiana (che avverrebbe  comunque in forma subalterna rispetto alla Germania, vista la funzione sussidiaria svolta in quella direzione, dall'industria lombarda) richiama anche un altro dato posto direttamente sul piano politico: una operazione di partecipazione al riarmo richiede oggettivamente un conduzione più autoritaria del governo riducendo ancora i margini per opposizioni, controlli, richiami di legalità e costituzionalità, anche e soprattutto rispetto a eventuali partecipazioni belliche. Non è una forzatura accostare logica bellica e autoritarismo all'esito del prossimo referendum del 22/23 marzo. Crescono le ragioni di un "No" che sconfigga la logica dell'indebolimento della democrazia, obiettivo primario della deforma che è necessario respingere.

“UN AIUTO PER GAZA” A FOGGIA 


  
U
n’iniziativa di solidarietà, sostenibilità e partecipazione collettiva: si terrà il 14 e 15 febbraio presso la Parrocchia dell’Annunciazione di Foggia il mercatino di beneficenza Un aiuto per Gaza, con vendita di abbigliamento second hand per donna, uomo e teenager. L’evento, promosso da un piccolo nucleo di volontarie e volontari, ha l’obiettivo di raccogliere fondi da destinare alla Parrocchia Latina “Sacra Famiglia” di Gaza, a sostegno di una popolazione stremata da anni di conflitto e da condizioni di vita ormai insostenibili. In un momento in cui l’attenzione mediatica su Gaza si è affievolita, nonostante le uccisioni e le privazioni continuino, l’iniziativa vuole essere un segnale concreto di vicinanza e responsabilità. Il ricavato della vendita sarà interamente devoluto per portare aiuti alla popolazione civile. «Non possiamo girarci dall’altra parte – sottolineano gli organizzatori –. Il silenzio dei media non significa che la sofferenza sia finita. Vogliamo fare la nostra parte, partendo da un gesto semplice: comprare un capo di abbigliamento, riutilizzarlo con consapevolezza e, allo stesso tempo, contribuire a salvare vite». L’iniziativa ha anche un forte valore ambientale: promuovere il riuso significa ridurre l’impatto ecologico della filiera tessile, tra le più inquinanti. Un’occasione per coniugare solidarietà e sostenibilità, nella logica dell’economia circolare. Tutti i capi in vendita sono di buona qualità e in ottimo stato, selezionati per offrire un’alternativa molto accessibile ed etica allo shopping tradizionale. L’appuntamento è per sabato 14 e domenica 15 febbraio, con doppia fascia oraria: 10:00–13:00 e 17:30–20:30, presso la Parrocchia dell’Annunciazione, Via Spagna, Foggia. L’ingresso è libero. L’invito è a partecipare numerosi e a diffondere il più possibile l’iniziativa. Per informazioni e contatti: 328 8231616 – 333 9877188

venerdì 13 febbraio 2026

ANCORA SULLE FOIBE
di Giuseppe Natale


 
La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. (Art. 1 - Legge n. 92/2004)
La legge venne approvata dal Parlamento italiano 4 anni dopo l’istituzione del “Giorno della memoria”. È una legge equilibrata e rispondente alla verità storica della complessa vicenda dei rapporti dell’Italia con i popoli sloveno, croato e jugoslavo? Mi permetto di rispondere di No. Si pone, secondo me, il problema di modificarla nel rispetto vero della storia e della memoria di tutte le vittime delle due guerre mondiali, e della ferocia nazista e fascista. È una legge che sembra quasi voler fare da "contrappeso" alla Giornata della Memoria, che ricorda le vittime della Shoah e tutti i deportati nei campi di concentramento nazisti e fascisti: gli oppositori politici, gli operai delle fabbriche in lotta, i militari internati, i rom e gli zingari, gli omosessuali, gli handicappati e tutte le persone ritenute diverse dalla razza ariana. È una legge usata dai fascisti di oggi per attenuare o addirittura fare perdere la memoria della barbarie nazifascista e del colonialismo italiano, e rinfocolare rigurgiti nazionalistici sempre risorgenti e molto pericolosi. La “questione dei confini e dei rapporti italo - sloveni” cominciò all’indomani della Prima Guerra Mondiale, con le aggressioni squadriste e con la politica violenta e razzista del regime fascista nei confronti dei territori e dei popoli slavi. A Pola nel 1920 Mussolini affermò in un comizio: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone»
ANPI Crescenzago, impegnata a fare memoria storica, la più obiettiva possibile, ricorda che, sulle foibe nel contesto della questione dei confini orientali, sulla politica nazionalistica e colonialista dell’Italia, sul ruolo delle formazioni partigiane, sull’esodo degli italiani istriano-sloveni, sulle responsabilità della Jugoslavia di Tito, è da leggere e studiare la Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena, pubblicata il 25 luglio 2000: una ricostruzione storica documentata e un tentativo importante di fare memoria condivisa dopo un secolo di tragiche contrapposizioni. Nel 2016, ANPI Nazionale, riprendendo questo testo, rimasto quasi nascosto nella continua temperie di pregiudizi negativamente ideologici, approva il 9 dicembre 2016 un documento di analisi e riflessione su “Il confine italo-sloveno, un contributo storico-politico importante mirante a promuovere conoscenza riflessione e dialogo, come mette in evidenza Carlo Smuraglia, allora presidente nazionale, nella sua introduzione.
 

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