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venerdì 6 dicembre 2013

IL LINGUAGGIO E LA FINANZA
Vista da vicino la pubblicità è un linguaggio cioè un mezzo di comunicazione, un medium che si serve di un altro medium per ottenere il proprio obiettivo: comunicare. Ovviamente comunicare il plus di prodotto, il referente del linguaggio e della creatività nei mass media cioè in quei medium che raggiungono l’obiettivo della comunicazione, il target. Insomma un medium che usa un altro medium che a sua volta usa altri medium. Alla fine tutti i medium si confondono e diventano uno solo. La parola, l’immagine, la tv, i giornali, internet sono lo stesso medium dal punto di vista della comunicazione. C’è un emittente, un messaggio e un destinatario. Oggi! Ma prima, prima dei mass media, prima della pubblicità? In principio era il logos, dice l’apostolo, il logos era presso Dio e Dio era il logos stesso, così la scrittura di Giovanni. E prima del logos? E prima del logos ci sono i materiali, il papiro, il legno, l’argilla che inventano i segni che designano le cose: la scrittura. Per primi i Sumeri usarono pittogrammi, geroglifici nella gestione economica della città  per distinguere e assegnare ad ogni tribù la loro parte di cereali e frutti della terra. Da segni pittorici alla scrittura il passo è stato lungo ma prevedibile e da allora inizia quell’evoluzione segnica che porterà all’alfabeto, madre dell’occidente. La scrittura è la memoria, è il culto dei morti è la proprietà. Con la scrittura, in breve tempo, nasce la moneta, il denaro che da allora hanno sempre camminato l’una di fianco all’altra stabilendo concetti e referenti. Ogni parola scritta significa qualcosa, ogni moneta scambia qualcosa. Una legge semplice che fa della rappresentazione una realtà di riferimento. L’insieme delle parole è il mondo l’insieme delle monete è la merce. Ma nel medioevo scrittura e moneta scoprono l’altra metà di sé. La prima si accorge che ogni parola scritta è anche ‘flatus voci’ cioè puro suono e calligrafia, l’altra di valere di più di quanto dice grazie all’usura cioè prestare denaro e riaverlo aumentato. Rompere questo vincolo significa rompere il proprio significato. Quando le parole sono in libertà cioè non hanno più significato e referente diventano puro significante (flatus voci) non comunicano più come quando il denaro si svincola dalla merce. La finanza ha fatto del significante, cioè dell’usura, il proprio significato cioè invece di rappresentare la merce, il referente, rappresenta se stessa, il proprio essere significante diventa il profitto derivato dall’usura. La parola usura rappresenta il guadagno del capitale al suo rientro: si presta una somma di denaro a qualcuno che lo restituisce maggiorato di una percentuale che varia a secondo dell’uso che se ne fa. Più l’uso è importante più la percentuale aumenta. Ecco allora che il denaro produce denaro, il suo referente non è più la merce ma l’uso che se ne fa. L’usura è valore, profitto per chi presta e nuova opportunità di guadagno per chi usa. La storia delle banche corrisponde a quella dell’usura fino al punto in cui la finanza prende il posto dell’usura e perde di vista il destinatario del proprio linguaggio. Invece di creare profitto nella vendita si svaluta progressivamente e il denaro perde valore e significato. La crisi finanziaria è una crisi linguistica in cui il medium denaro è svincolato da qualsiasi mercato e merce. Non comunica, non ha significato ovvero non vale nulla. L’alfabeto detta una volta ancora la propria legge. Non si muove foglia che lui non voglia.

Michelangelo Coviello