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martedì 28 gennaio 2014

I HAVE A DRINK

di Giovanni Bianchi


Consumatori

Ovviamente il titolo e il tema non rifanno indecentemente il verso all'espressione epocale di Martin Luther King. Stanno piuttosto a indicare il corrompimento prima della visione e poi del linguaggio nella stagione del grande disordine storico e mediatico. Dei troppi che, ignari di obbedire a un comando da sopra e da fuori, si esibiscono e sdottorano succubi di un nuovo etilismo ideologico. Nel senso che non poco i media vanno contribuendo a disordinare il mondo: instaurando un ordine apparente e fittizio, una neolingua, l'illusione di un pianeta altro e pacificato. Vale ancora beffardamente l'antico: tutto in ordine e niente a posto. Ovviamente ciò accade quando si è riusciti a sostituire al cittadino lo spettatore, o più precisamente ancora il consumatore di immagini. Tutti esposti, nuclei familiari e legioni supine, alla manipolazione quotidiana di giornalisti e politici – anzi più spesso di commentatori o analisti che non alzano il culo dalla sedia e gli occhi dal computer – che non hanno capito che il testo fondamentale della cosiddetta Seconda Repubblica è Il più mancino dei tiri[1] di Edmondo Berselli.
Il loro è soltanto vuoto da pose e da immagine, corredato di parrucca, anche quando ostentano il cranio rasato. L'unico che si salva (perché lavora per mappe e viene dalle Acli) è Ilvo Diamanti.
C'è solo un modo probabilmente per evadere da questa gabbia di plastica e cellophane: recuperare il flaneur e perdere tempo; a zonzo per la strada guardando i passanti al posto delle vetrine, osservando da entomologo verista come in metropolitana tutte le nuove generazioni – giovani immigrati multinazionali e badanti comprese – non stacchino gli occhi dai giochini  del tablet e dal telefonino. Inutile fingere culture politiche: sono tutte consumate. È rimasto il richiamo della foresta, ma non c'è più la foresta.
Bisogna tuttavia intendere che il personale è tornato ad essere politico, in senso rovesciato rispetto al Sessantotto. La Ministra dell'Agricoltura finalmente dimissionaria giace lì, in questo incrocio confuso e stagnante, in larghissima compagnia di casta e controcasta, generazionale e non. Nel Mezzogiorno che Cavour evitò di includere nei confini della Nazione, tardivamente  rammaricandosene nel delirio dalla morte. E infatti – narra una vulgata ironica che si diverte a rifare il verso alla diceria nordista e protoleghista – chi provvide a risolvere tutto con un colpo di mano e di nave fu Giuseppe Garibaldi (le cui letture non erano molto estese) con i suoi Mille, la gran parte di Bergamo e Brescia, ponendo in tal modo le radici della ribellione generazionale dei trisnipoti.
Un Paese per vecchi? No: un Paese per cani. Affacciatevi all’ora canonica e vedrete antichi pensionati fordisti e nuove partite Iva alla passeggiata. Dopo il capolavoro di Umberto Eco su la fenomenologia di Mike Bongiorno[2], è tempo di una fenomenologia della pisciata canina quotidiana. Rigorosamente plurale: almeno tre volte al giorno, generalmente dopo i pasti. Allegra e cicloide, perché si formano capannelli d'amicizia non solo tra i quadrupedi di diversa taglia (in ascesa i mignon vista l'esiguità di troppi appartamenti) ma anche tra i proprietari, che dimenticato finalmente il tablet, fraternizzano: una stupenda combriccola di buontemponi che perdono finalmente tempo, aprendo spiragli alla creatività non soltanto canina.
Non tutti hanno letto Lorenz, ma quando il caso urge eccoli correre dallo psicologo-veterinario-comportamentista o trovare il tempo per gli interminabili scaffali dei cibi per animali, che resistono nel loro estensivo chilometraggio alla crisi dei consumi che pur affligge da tempo i supermercati. Stabilito che l'uomo è il miglior amico del cane – con gli imperdonabili abbandoni estivi causa vacanze – esternerò il mio ultimo mantra: amo il cane, ma odio i padroni (del cane).
Perché? Perché il cane non ha generalmente un cucciolo d'uomo col quale condividere i suoi umori e le scorribande, e magari allenarsi alla pet theraphy. Quel che mi addolora è che il quadrupede ha sostituito il cucciolo bipede dell'uomo. Non facciamo più figli da europei colti e  "detronizzati" (Carl Schmitt, 1971) e ci riduciamo agli animali da  appartamento, neppure più da cortile. E’ un segno tangibile di quella decadenza che la politica non riesce ad esorcizzare con la ripresina del prossimo anno dietro l'angolo del prossimo anno.
L'amore e il sesso continuano a interessarci, ma i figli non ce li possiamo permettere. E non è un problema di morale sessuale né tantomeno cattolica, se in recupero da anni troviamo la natalità degli svedesi e dei francesi, un tempo noti per la libertà dei costumi e una interpretazione separatista della laicità.








I corpi degli Italiani

Saltiamo d'un balzo tutta una serie di passaggi doverosi e diciamo ex abrupto che le riforme non sono affare di popoli decrepiti e avviati sul viale dell'estinzione. Come può sopravvivere una Repubblica tanto a lungo attaccata e alfine svuotata dagli stessi soggetti che dovrebbero esserne parte ricostituente? Il problema cioè è tornare a riflettere non soltanto sull'indole degli italiani – lo hanno fatto Machiavelli, Guicciardini, Leopardi, Prezzolini – ma sul rapporto carsico tra le energie antropologiche della società civile e il suo destino politico. L'emergenza antropologica è dunque la prima e più inquietante tra le molte emergenze che quotidianamente ci affliggono. A che punto siamo nel rapporto tra i corpi degli italiani e gli scenari della politica?
Non è neppure un problema di avvicinamento alle esistenze quotidiane, se quanti si occupano lodevolmente dei percorsi di cittadinanza attiva ci informano che nel rapporto tra volontariato e istituzioni monitorato dal Cinque per Mille, ben 40.000 associazioni si candidano alla tabella delle entrate. Quanta strada compiuta nel tempo! Il volontariato contemporaneo nasce nel 1975, in un gennaio napoletano nel quale si danno convegno otto persone intorno alla leadership mite e determinatissima di monsignor Giovanni Nervo. Con un processo di adattamento rapido delle istituzioni. (Il forum nasce nel 1994.) Mentre il sistema dei partiti italiani è alla deriva, impegnato in un ripiegamento corporativo e castale per assorbire o resistere alle pressioni del sistema economico.
Il tutto in una crisi in corso la cui natura resta tutto sommato indefinita e senza plausibile spiegazione. La crisi del 1929 durò un paio d'anni e fu subito individuata come crisi di sovrapproduzione di merci. Noi viaggiamo da cinque anni in una sorta di terra di nessuno, avendo al massimo inteso che non si tratta di crisi del vecchio sistema nel quale sarà poi possibile rientrare, ma di crisi piuttosto che sospinge alla creazione di un nuovo modello di sviluppo e di civiltà.
In grado di sinceramente rallegrarsene pare fosse soltanto Albert Einstein, che però è deceduto qualche decennio fa. Diceva lo scopritore della relatività nel 1931: "Non possiamo pretendere che le cose cambino se facciamo sempre le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorgono  l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e le difficoltà violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell'incompetenza".[3]
È così che dalla solidarietà costituzionalmente e istituzionalmente supportata si è passati a una politica come luogo esteso e tumultuoso del rancore. Dilaga l'invidia. Tutto ridotto alla categoria dell'emergenza. Mentre la capacità innovativa della politica tende a zero perché  scarso e sempre insufficiente è il tempo che le è concesso per capire, programmare, intervenire (vedi Luigino Bruni). È dunque prevedibile che il dramma esploderà ancora più drammaticamente tra 10 o 15 anni, e morderà sicuramente nel vivo le carni delle nuove generazioni.
Alcide De Gasperi poteva suggerire sacrifici: andate all'estero a cercare lavoro (anche nel Belgio delle miniere e di Marcinelle) e trovate modo di aiutarci... D'altra parte nessuno al mondo riesce più a fare riforme, da Cameron, alla Merkel, a Obama, ma tutti si cimentano in manovre di adattamento nel breve periodo. Mentre il dovere dell'ora sarebbe non tanto quello di vincere la prossima competizione elettorale, quanto quello di riformare queste democrazie esauste.








La fatica d’apprendere

Da che cosa si apprende? Generalmente dal dolore. "Nessuno più dovrà patire quel che ho provato io", ripetiamo nella sventura che ci ha appena colpiti. Senza solidarietà non se ne esce (e neppure si capisce). Le idee del resto non stanno più sui libri. Si tratta piuttosto di sperimentarle in maniera molecolare e diffusa per individuare vie nuove di sortita. Le ricerche sono necessarie e aiutano, ma si è anche fatta evidente l'insufficienza delle ricerche. Non tutta colpa delle istituzioni. Non tutta colpa dei partiti che da vent'anni hanno lasciato la scena. Non tutta colpa di un volontariato che continua contro le apparenze a crescere: i suoi numeri infatti sono passati a 301 mila realtà nel 2011 rispetto alle 235 mila del 2001. La voglia e la competenza a partecipare non si sono dunque estinte.
Aumenta il tessuto della cittadinanza attiva. Il volontariato non dipende più dalla crisi fiscale dello Stato analizzata da Klaus Offe. Le foreste camminano davvero... Nonostante le resistenze e le controtendenze istituzionali che hanno sviato riforme destinate ad essere "epocali" nelle intenzioni. È in tal modo che le Regioni hanno assunto la sussidiarietà come esternalizzazione dei Servizi Sociali consentita dal titolo V della Costituzione. Lo stesso dicasi ancora una volta della latitanza dei partiti. I partiti costituenti non ci sono più, e i loro resti furono tiepidamente presenti nel referendum del 2006 nel quale gli italiani decisero di mantenere la Costituzione del 1948.

Drinko anch’io








Rompo cautele ed indugi. Mi fingo dinanzi un buon bicchiere di rosso, e da antico ufficiale degli alpini provo a esporre il nucleo del mio pensiero. Comincio malauguratamente dall'onda dei ricordi. Era la primavera del 1996 ed ero candidato nelle liste dell'Ulivo per la circoscrizione di Sesto San Giovanni e Bresso. Alla chiusura della campagna elettorale fu organizzato al Cinema Rondinella un confronto tra i tre candidati della costituency: una giovane leghista, uno stimato chirurgo di proclamate ascendenze fasciste e il sottoscritto. Alla fine del dibattito, tanto vivace quanto urbano, il moderatore invitò i tre candidati a lanciare un messaggio sintetico agli elettori. Toccò a me per ultimo. (Chi legge tenga conto che anche in quella occasione il pericolo da esorcizzare risultava l'astensionismo, con i soliti profittatori che invitavano al mare al posto del seggio.) Dissi pressappoco così: Avete certamente misurato quanto grande sia la distanza tra le nostre posizioni. Eppure mi sento di dirvi: preferisco chi vota per uno dei miei avversari a chi diserta il seggio per una piccola vacanza. Grande fu lo sconcerto tra i miei supporter, pari forse al mugugno: "Cosa ti salta in mente! Vai sempre a caccia di difficoltà inutili". E invece avevo semplicemente reso omaggio alla mia fede democratica, che veniva prima del successo, che d'altra parte mi fu decretato abbondantemente dalle urne.
Vale la spesa porre a questo punto un problema di sistema, fattosi cronico per la latitanza della politica quotidiana. Bisogna ripetere ancora una volta che il nostro è l'unico Paese al mondo, che, a far data dal 1989, ha azzerato tutto il precedente sistema dei partiti di massa. Non è successo così in nessun altro Paese europeo. Neppure nel Belgio che ha battuto ogni record di durata dell'assenza di governo.
Anche l'importazione benefica della pratica delle primarie rischia di essere alla lunga logorata dall'assenza di partiti gestori e collettori. Le primarie, che sono un comportamento collettivo, non possono fare da toppe per tutti gli sbreghi dell'abito della democrazia. È curioso che il partito che le ha importate, il PD, non si sia neppure interrogato sulle conseguenze derivanti dalla circostanza che si tratta di un comportamento americano innestato su un corpo partitico in ogni caso europeo. Quasi che difficoltà, anomalie, crisi di rigetto non dovessero comunque affiorare. In un quadro dove gli sforzi in direzione del bipolarismo si scontrano con una consolidata conformazione dell'elettorato in quattro parti evidenti: un quarto non vota più; un quarto si pone totalmente fuori dal sistema invocando ed aspettando una propria investitura ad unico rappresentante del popolo; gli altri due quarti si dividono il campo tra Partito Democratico e nuova Forza Italia, destinati in queste condizioni dai rapporti di forza e dalla forza del destino ad affrontarsi, opporsi, accordarsi...
Esiste tuttavia al fondo di tutto una questione di sistema che dovrà pur essere affrontata. È quantomeno dal 1994 che il tema centrale intorno al quale ruota la politica italiana è costituito dalla governabilità. Governabilità è un termine ereditato dal 1974, quando la Commissione Trilaterale in Giappone lo mise all'ordine del giorno a fronte di una condizione che presentava, secondo il suo giudizio, "un eccesso di democrazia". L'Italia in particolare pareva rientrare in questa "anomalia" messa sotto le lenti da Huntington – lo studioso che poi avrebbe assunto un ruolo di evidenza mondiale con la teorizzazione dello scontro di civiltà – e preparata dalle analisi di Niklas Luhmann. In Italia le relazioni del convegno furono raccolte in un testo prefatto da Gianni Agnelli.
Vent'anni di sperimentazioni non proprio fortunate per non dire fallimentari ci hanno condotti in una sorta di Waste Land dove le macerie della Prima Repubblica superano di gran lunga i cantieri della Seconda. Pare a questo punto di poter dire che la governabilità non è la soluzione dei problemi della nostra democrazia, ma un problema interno alla nostra convivenza democratica. Mettendo la governabilità al principio e al primo posto si creano problemi e difficoltà in primo luogo alla democrazia e in secondo luogo alla stessa governabilità.
Discriminante è sempre la circostanza che il nostro Paese è l'unico ad avere azzerato tutti partiti di massa della Costituzione repubblicana. Fu inattesamente lapidario il rappresentante in Italia del popolo Saharawi che, mio ospite dopo una conferenza, alla colazione del mattino mi propose non richiesto la sua sintetica visione delle cose: "Negli altri paesi cambiano gli uomini e restano i partiti. In Italia cambiano i partiti restano gli uomini". Lucido candore africano...
Orbene le prove di un ventennio, sia nel campo della destra come in quello di centrosinistra, hanno testimoniato che senza partiti strutturati la gestione del governo incontra difficoltà insormontabili. Non dunque i ritmi della democrazia discendono dalla governabilità, ma la governabilità è conseguente al funzionamento complessivo – partecipazione popolare inclusa – del sistema democratico. Le difficili performance governative di Berlusconi e Prodi sono a questo punto testimonianze incontrovertibili.
Ovviamente non si tratta di ripristinare le vecchie case partitiche con le loro culture e le loro sigle. Anche se il confronto con le altre nazioni europee suggerisce che dal dopoguerra in poi in Germania come in Francia come in Gran Bretagna si sono continuati a votare i partiti dalla tradizione, con poche variazioni. Può essere che ancora una volta giochi e funzioni l'anticipo italiano. Pare comunque evidente che senza partiti non si dia democrazia e neppure governabilità. Senza partiti o un loro analogo e succedaneo: una struttura organizzativa e culturale che colleghi i cittadini e la società civile ai canali istituzionali. Possiamo definirli diversamente. Chiamiamoli pure "motociclismo". Ma pare improbabile prescindere da una loro rinnovata presenza. Non risultano cioè sufficienti per la democrazia e per la governabilità formazioni riconducibili alla logica e al funzionamento delle liste elettorali, disponibili ad un rapido smantellamento una volta conseguito il risultato.

Crisi dei partiti e crisi della politica






Ci siamo lasciati alle spalle quella che Palmiro Togliatti definiva una Repubblica fondata sui partiti, chiamati a surrogare una storica debolezza dello Stato italiano. Non solo per questa ragione la crisi dei partiti si risolve in crisi della politica e contribuisce al suo dilatarsi. Non poco ha pesato la circostanza che le classi dirigenti italiane hanno da subito abbandonato il testo costituzionale nella vicenda della politica politicante quotidiana.
Un ultimo problema e un'ultima frizione si evidenziano. Essi consistono nel rapporto problematico tra la leadership e il partito. Scorre sotto i nostri occhi tutto il film dei capi populisti, di un narcisismo esasperato nei decenni, del partito personale. E torna alla mente l'ammonizione di Norberto Bobbio che considerava una contraddizione in termini il partito personale: proprio perché lo strumento partito indica da sempre un'impresa collettiva.
Resta il fatto che così come sono problematiche le riforme dall'alto, ancora più problematico appare il vezzo di assegnare la riforma della politica ai leaders, pensati in grado di produrla dall'alto per una sorta di emanatismo plotiniano. Il partito, comunque pensato e ristrutturato, è destinato ad essere in ogni caso una impresa collettiva. Destinato a precedere, accompagnare, seguire il governo quando l'avvicendamento democratico lo assegna alla parte avversaria e concorrente.
Il resto assomiglia in tutto alle liste elettorali, costringendoci ogni volta a ricominciare daccapo e a richiamare un uso dei partiti che ricorda la celebre espressione di Enrico Mattei, che gli assegnava la funzione e il prezzo di un taxi. Né cambia se al posto del taxi si è sostituita la metafora del pullman.
L'interrogativo finale è se dopo aver tanto puntato sulla governabilità per restaurare la democrazia, non sia pensabile di instaurare la governabilità attraverso la ristrutturazione della democrazia e del suo funzionamento in termini di partecipazione. Sostengo da tempo che dobbiamo avere il coraggio di porci domande per le quali sappiamo di non avere risposte. E l'interrogativo appena formulato può non essere uno dei più ardui che ci inseguono in questa fase storica. Anche perché se è vero che la democrazia è commisurata all'uomo comune, è altresì vero che essa suscita risorse che al comune buon senso fanno riferimento e dalla prassi quotidiana traggono ispirazione.





Non è del tutto vero che siamo rimasti all'anno zero della forma partito e che le soluzioni non siano state cercate. Non è casuale l'accorciamento della distanza tra gli ambiti dell'amministrazione e quelli della politica. Non solo i politici più avvertiti, ma anche la pubblica opinione si sono ben presto resi conto che, archiviati i partiti e chiuse le scuole di partito insieme alle sezioni territoriali, un qualche banco di prova andava comunque trovato per produrre cultura politica condivisa e selezionare la classe dirigente. L'unico luogo disponibile a un qualche training, a percorsi di acculturazione e avvicinamento alla cosa pubblica, a tecniche necessarie nello spazio pubblico è rimasto quello dell'ente locale, di quelli che la dottrina sociale della Chiesa continua a chiamare "corpi intermedi".
Qui il confronto con le esigenze della popolazione e le difficoltà di soluzione è obbligato e quotidiano. Qui le capacità vengono comunque messe alla prova ed allenate. Non a caso a far data dal 1994 i movimenti che fanno riferimento ai sindaci hanno di tempo in tempo guadagnato la cresta dell'onda e il favore dell'opinione pubblica.
Detto in breve e alla plebea: si sono notevolmente accorciate le distanze tra l'amministrazione e la politica. Una sorta di "via francese": perché in Francia nessun leader è tale e può sperare di arrivare all'Eliseo senza aver prima fatto il sindaco della propria città. Ci imbattiamo addirittura nella figura del deputé-maire.
Rutelli fu sindaco di Roma. Veltroni diventa leader del PD dopo aver occupato la medesima carica. Matteo Renzi è sindaco a Firenze. Le competenze altrove smarrite per la dissipazione della tradizione e la mancata organizzazione di percorsi formativi e selettivi, hanno dunque l'amministrazione come banco di prova. Una base estesa e certamente non priva di competenze. L'immaginazione politica può attingervi energie, stili di vita, leadership. È un augurio, ma anche una realtà in movimento. Perché la democrazia non è un guadagno fatto una volta per tutte. E perché la democrazia si occupa anche di quelli che non si occupano di lei.


Note

Edmondo Berselli, Il più mancino dei tiri, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma 2010.
Umberto Eco, Diario minimo, Bompiani, Milano 1992
Albert Eistein, Il mondo come io lo vedo, Newton Compton, Roma 2012






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