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mercoledì 10 febbraio 2016

Scandalosi «Braghettoni» di ieri e di oggi
di Chiara Pasetti
M. Buonarroti "Il Giudizio Universale"
(particolare, 1536-1541)

Ciò che è accaduto in Campidoglio durante la visita del presidente iraniano, e che ho appreso da amici che mi hanno mandato messaggi per lo più sorpresi, in alcuni casi indignati, mi ha immediatamente fatto pensare a Michelangelo. In quarta liceo, arrivati al Rinascimento in storia dell’arte, la mia classe insieme alla docente affrontava il sublime Giudizio Universale. Ricordo tutto il mio entusiasmo giovanile e la passione con cui studiai quella parte di programma, sul testo, che talvolta consulto ancora oggi, di Piero Adorno L’Arte italiana, volume secondo (“dal Rinascimento al Barocco”). E ricordo molto bene che dopo aver analizzato la grandiosa opera michelangiolesca, Adorno si concentrava sul periodo in cui è stata realizzata: l’epoca della Riforma luterana, che precede il Concilio di Trento e la Controriforma con la quale la chiesa risponde alla Riforma riaffermando dogmaticamente la propria superiorità e infallibilità, reprimendo con energia ogni opposizione. Il Giudizio, che si inseriva in questo clima, suscitò, insieme all’entusiasmo di molti, anche molte perplessità. Soprattutto, l’aver posto sopra l’altare del papa nella Cappella Sistina dei nudi fu considerato scandaloso: «non istar bene gli ignudi in simil luogo, che mostrano le cose loro», scrisse un ignoto al Cardinale Gonzaga il mese successivo allo “svelamento” dell’affresco. L’accusa venne addirittura ripresa e enfatizzata da Pietro Aretino, scrittore irreligioso e spesso osceno, ma di grande valore letterario, che invitò Michelangelo ad apportare delle modifiche al suo capolavoro... Ciò che, all’epoca della mia adolescenza, mi colpì particolarmente, facendo ridere molto non solo me ma tutta la classe, fu il fatto che appena un mese prima della morte del Maestro un pittore minore, Daniele da Volterra, venne incaricato dalla Congregazione del Concilio di «vestire» i nudi, ossia di coprire qualsiasi parte oscena del Giudizio mettendo dei panni (o «braghe»). Da quel momento il “copritore” di oscenità venne soprannominato «Monsù Braghettoni», o «Il Braghettone». Appena appresa la notizia di cui scrive il direttore Angelo Gaccione nel suo “La foglia di fico”, mi è subito tornata alla mente quella vicenda cinquecentesca che vent’anni fa mi aveva al contempo divertita e scandalizzata. Come si poteva coprire un’opera d’arte, come si erano permessi di dire a qualcuno di modificare ciò che un genio aveva creato, dipingendo senza sosta per anni e anni, al freddo, e stando fisso nella stessa posizione al punto da contrarre una deformazione al nervo ottico che lo costrinse fino alla fine dei suoi giorni a guardare dal basso verso l’alto? Sono andata a riprendere il mio Adorno del liceo, dove ho ritrovato la pagina sul «Braghettone», e queste parole dell’autore a commento: «Non i nudi di Michelangelo, ma questa decisione era, oltre che ipocrita, scandalosa: in un’opera d’arte non vi è niente di più e niente di meno, niente che possa essere tolto o aggiunto senza turbare il complesso equilibrio compositivo». Accanto a quelle righe, a sedici anni avevo posto un segno a matita e aggiunto il mio commento giovanile: “grande Adorno”! E lo ripeto con più forza e consapevolezza oggi: Grande! Chissà di quanti episodi simili è costellata la storia dell’arte, la storia dell’uomo. 

C. Claudel "La Valse" (1889)
Tre secoli dopo Michelangelo, alla fine dell’Ottocento, Camille Claudel, una delle più grandi scultrici di sempre, realizzò La Valse. Le venne imposto, se voleva esporla al Salon, di vestire i suoi danzatori, perché nudi erano scandalosi. Esistono così due versioni de La Valse, una nuda e una coperta. Pochi anni dopo aver scolpito quell’opera sublime, Camille Claudel verrà internata in ospedale psichiatrico per una decisione della madre e del fratello Paul Claudel, il «più grande poeta della cristianità del Novecento», con la diagnosi di schizofrenia e deliri di persecuzione. Vi resterà trent’anni, fino alla morte. Nessuno all’epoca considerò scandaloso imprigionare un’artista, impedendole di continuare a scolpire, in un manicomio, senza nessun contatto con il mondo esterno. E intanto che Camille «marciva come una criminale in fondo a un manicomio», Paul Claudel era prima vice-console negli Stati Uniti e poi console in vari paesi del mondo, e ambasciatore. Ebbe una moglie e tanti figli, e, sempre, un’amante. La sorella, che era stata, colpa incancellabile!, l’amante di Rodin, non divenne console né altro, ma restò per lui e per la madre «una donna cattiva, vergognosa, che ha disonorato la famiglia», e che quindi meritava di morire sola e abbandonata da tutti dopo trent’anni di internamento in un ospedale psichiatrico. Siamo ancora, dal punto di vista della censura, all’epoca di Michelangelo e di Camille Claudel, e di tantissimi altri artisti che hanno subito simili oltraggi. Ma purtroppo, almeno così pare, non abbiamo più tali «sommi maestri», ma solo chi svilisce quelli passati. Speriamo che ci sia almeno un altro Piero Adorno (lui purtroppo è deceduto nel 2011), che scriva qualcosa sul signor Braghettone del 2016 (su quello del 1564 si è già scritto), ossia colui che è stato incaricato di coprire i marmi del Campidoglio.
Se non ci sarà, almeno ci ha pensato “Odissea” a dire la sua. E possiamo aggiungere alla fine le parole di Gustave Flaubert proprio su Michelangelo, che in questi tempi scandalosi, almeno un po’, consolano.

G. Fraubert in un ritratto


Una riflessione mi è nata ieri a proposito di Michelangelo. Non c’è niente di più vile su questa terra di un cattivo artista, un miserabile che costeggia per tutta la sua vita il bello senza mai sbarcarvi e piantare la sua bandiera. Fare arte per guadagnare soldi, blandire il pubblico, snocciolare buffonerie gioviali o lugubri in vista del successo o dei soldi, mi sembra la più ignobile delle prostituzioni, per la stessa ragione per cui l’artista mi sembra il sommo Maestro degli uomini. Sarei molto più felice di aver dipinto la Sistina che di aver vinto mille battaglie, anche quella di Marengo. Quell’opera durerà molto più a lungo ed è stata molto più difficile. E mi sono consolato della mia miseria pensando almeno alla mia buona fede. Non possono tutti essere papi… l’ultimo dei francescani che percorre il mondo a piedi nudi, dallo spirito limitato e che non capisce le preghiere che recita, è tanto degno di rispetto quanto un cardinale, se prega con convinzione, se compie la sua opera con ardore. È pur vero che, pover’uomo, lui non ha lo spettacolo della sua porpora per riconfortarsi nei momenti di scoramento, né la speranza di mettere un giorno il suo culo sulla Santa Sede. (Gustave Flaubert)