Pagine

mercoledì 16 novembre 2016

GORNALISMO E CULTURA
di Paolo Maria Di Stefano

Pubblicista dimissionario
In occasione di una conversazione “Dall’incunabolo al web




Ora la Storia si occuperà anche di me! La fortuna mi ha aiutato e, in un manoscritto abbandonato in un angolo di una piccola antica biblioteca di un villaggio toscano -non c‘entra ma non guasta-: ho mangiato divinamente bene!) ho rinvenuto quelli che potrebbero essere i versi finali di una prima stesura del ventunesimo canto dell’Inferno, abbandonati da un Dante teso a tracciare una linea comica e popolare, in ossequio, io credo, ai dettami del tempo, secondo i quali un accenno “comico” non poteva mancare, soprattutto in un’opera complessa e “assorbente” come la Commedia.
Il Canto, se Dante non avesse tagliato quei versi, si sarebbe concluso così:

(…)
136   “Per l’argine sinistro volta dienno;
         ma prima avea ciascun la lingua stretta
         coi denti verso lor duca per cenno;

139   ed egli avea del cul fatto trombetta.
         Odoroso rumor come di morto
         da gran tempo insepolto all’aere esposto   

142   quasi un parlare dal respiro corto
         a me aggrinzito là poco discosto
         anelante a fuggir eppur attento

145   formar parole a compilar un detto
         che latino mi fu: te l’ dico, io sento
         giornalismo e cultura  maledetto

148   connubio innatural contra naturam.


          

Eliminando i versi da 140 (Odoroso rumor come di morto) a 148 (connubio innatural contra naturam), il Sommo ha probabilmente inteso valorizzare la comicità della scena di un diavolo che usa il posteriore come una trombetta. Comicità grossolana e popolaresca quanto si vuole, ma in grado di fare dell’endecasillabo in oggetto un verso immortale, inciso nella mente di tutti, senza distinzione di ceto, di cultura, di formazione culturale. In questa volontà di raggiungimento del massimo effetto comico, a me sembra, però, che il Poeta abbia perso un’occasione d’oro: inventare il neologismo “giornalismo”, oggi sulla bocca del mondo intero, in una con la distinzione tra questo e la cultura, a significare che una cosa è “cultura”, altra il giornalismo. Che è esattamente quanto sembra accadere oggi, a secoli di distanza. E che gli stessi giornalisti sottolineano in più riprese. Da ultimo, in occasione di una conversazione “Dall’incunabolo al web” -proposto dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia- che avrebbe dovuto avere un seguito non fosse altro che a soddisfazione delle aspettative dei cento giornalisti in lista d’attesa, dopo i centoquindici ammessi al primo incontro in Sala dell’Accademia della Ambrosiana, il 29 ottobre scorso.
È stato ordinato il blocco dell’iniziativa.


Qualcuno si è stupito, ma in realtà la SIGEF, guidata dal Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, non ha fatto che intervenire tempestivamente e con decisione per impedire che nascesse confusione tra “formazione giornalistica” e “formazione culturale”, testualmente affermando che, in quel caso, si trattava di formazione culturale, non giornalistica. Ed è ovvio che i “giornali” non avendo il compito di contribuire a “fare cultura”, non possano che giovarsi di giornalisti non colti, il cui non colto mestiere va difeso contro ogni attacco. E d’altro canto: essendo i giornalisti, per auto proclamazione, depositari della scienza e della pratica della comunicazione, perché dovrebbero occuparsi di una storia -"dall’incunabolo al web"- che con la comunicazione nulla ha a che vedere? 
E i giornali, perché dovrebbero accettare di veder lievitare i costi, consentendo ai giornalisti di impiegare il loro tempo -lautamente pagato- in inutili bazzecole culturali?