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lunedì 8 gennaio 2018

PECHINO: UNA SFIORITA PRIMAVERA
di Li Dan



Roma e Pechino, Piazza Del Popolo e Piazza Tiananmen, due piazze simboliche colte nel rosso incendiato del tramonto. In una delle due, la speranza della libertà fu assassinata dal Potere e si tinse di rosso, il rosso delle vittime di quella lontana primavera. Li Dan faceva parte di quella primavera e di quella speranza. Questo è il suo racconto per i lettori di “Odissea”

Ogni volta che vado a Roma non manco mai ad uno spettacolo, ora pieno di spettatori, ora un’esibizione solo per gli alberi e le pietre che saggiamente immobili ne rimangono fedeli. L’appuntamento è all’ora del tramonto. Mi siedo su una delle pietre sul bordo di due mondi. Mentre il cielo si intimidisce in una sfumatura rosa, abbasso gli occhi e guardo Piazza del Popolo che pian piano si accende. Mi piace sfiorare con lo sguardo il bordo della piazza, un cerchio, un cerchio dorato. In un’altra città, capitale anche lei, in centro c’è un’altra piazza, una piazza con degli spigoli, una piazza non arrotondata. Sono tutte e due piazze del popolo, anche se l’altra ha un nome più astratto e filosofico che la collega alla pace celeste.


Laggiù l’orizzonte si tinge di rosso fuoco, le sottili dita delle tenebre punto per punto incendiano la città.La luce comincia ad alleggerire la cupola di San Pietro rendendola quasi trasparente. Sento una certa intimità con la sua bellezza, forse perché la trasparenza mi illude che il potere si stia preparando per una breve pausa. Anche in quell’altra città c’è un vistoso simbolo di potere, di colore rosso ma la luce non riesce mai a penetrarlo, è sempre consistente,  imponente e opaco, il potere non si riposa mai. È l’ingresso principale di una costruzione antica, viene chiamato Tiananmen, letteralmente “Porta della Pace Celeste”. La Piazza che lo ospita ne prende il nome, Piazza Tiananmen.


Rosso anche il sole che ho di fronte adesso, il suo viso sorride dolcemente a tutti gli occhi. Mi sposto un po’ a sinistra per vedere la strada coperta dall’obelisco. I fari cancellano i profili delle macchine, la Via Ferdinando di Savoia si trasforma in un fiume luminoso. Un fiume che scorre come fluisce il tempo, le luci brillano come scintillano i ricordi. Il Pincio mi incanta, qui i frammenti remoti si ritrovano, compongono forme, lasciandomi stupita dalla facilità degli incastri perfetti.
Un rombo, una figura in jeans rivolta nel fumo bluastro. “Sali”, lui e la sua moto mi coprirono la piazza.  “No, grazie” fu la mia risposta. Riconobbi subito dai jeans un tipico bad boy di Pechino, e la moto era un’ emblema dei giovani pechinesi con oscure storie alle spalle. Avevo una caviglia rotta e non potendo più andare in bicicletta i 16 kilometri che separavano la mia università e la piazza erano diventati una vera difficoltà. Portavo un bastone e lo mettevo di traverso sulla strada per fermare qualsiasi mezzo per un passaggio. La parola d’ordine era “studente”. Noi studenti universitari eravamo adorati e coccolati da tutti perché eravamo stati noi ad accendere la scintilla del movimento e il movimento stava insaporendo l’aria della capitale di rivoluzione.  Avrò fatto la resistenza, avrò cercato di mostrare la mia autonomia, avrò aspettato sperando che arrivassero altri mezzi? Che importanza ha?  Salii sulla sua moto, e gli chiesi “cosa devo fare?”,  lui sorrise “abbracciami alla vita, tieniti forte”. Sentii il vento nei capelli e la tshirt che si gonfiava come una vela,  la notte mi diede una piacevole sensazione di leggerezza,  gridai: “è la prima volta!”.


Il bastone funzionava abbastanza bene, i 16 kilometri furono superati seduta dietro sulle biciclette, schiacciata nella cabina dei furgoni, accovacciata nel cassone dei camion. Studenti, professori, intellettuali, artisti, funzionari, impiegati, operai, anziani, giovani, ragazzini, bambini riempivano la piazza. Saluti, sorrisi e abbracci, il calore umano scioglieva i cuori. Si trattava di manifestare, manifestare contro un partito dominante ed un sistema politico totalitario urlando per la libertà, gridando contro la corruzione. La realizzazione di un diritto intrattabile e la fiducia di poter portare la Cina verso un futuro migliore ci scaldavano il sangue.


Anche nel centro di Piazza Tiananmen c’è un monumento alto e sottile, il Monumento agli Eroi del Popolo.  In qualche modo è considerato uno dei simboli della Repubblica Popolare Cinese, la Cina socialista che ormai, dopo tanti anni di menzogne, crudeltà e distruzioni,  di socialismo aveva poco più che il nome. Si era formato lì il centro della manifestazione. Il dialogo tra il premier e gli studenti era già fallito da tempo, era iniziato lo sciopero della fame, e intorno al Monumento erano arrivati degli autobus per fornire un riparo agli studenti che non mangiavano da giorni. Ci andavo ogni giorno, lì si sentivano più aggiornamenti. Lì venivano dei ragazzi a cantare, cantavano parole fresche e forti accompagnate da una musica quasi arrabbiata, solo tanti anni dopo si capirà che quelle erano le prime note del rock cinese, voci di quei giorni pieni di gioia e vitalità. Sì, i nostri cuori scoppiavano di felicità. I volantini del governo lanciati dagli elicotteri e i toni minacciosi del potere sulle prime pagine di quasi tutti i giornali rimbalzavano nel vuoto. La paura, lo strumento più efficace di qualsiasi dittatura, fu completamente dimenticata. Si respirava la gioia, una gioia che in sé fu una vittoria.


Fu a fianco del Monumento, lui e la sua moto saltarono davanti a me per la seconda volta.
“Hey, Pilastro!” mi chiamò.
Sulla mia faccia sarà comparso un punto interrogativo… lui aggiunse “vista l’università che frequenti, sarete i famosi pilastri della patria”.
“Banale” dissi.
“In che senso?”.
“Fare complimenti è banale”, prima di finire la frase mi ero già un po’ pentita del tono, e per ammorbidire “e tu, sentiamo, come ti chiamo?”.
“Fondo… siamo quelli caduti più in basso nella società, no?....” rise.
“Sciocchezze! Non vedi che qui sono sparite queste distinzioni inutili?” quel filo amaro nel suo sorriso mi aveva messo in imbarazzo. Però era vero, non avevo mai visto e non ho più visto quella città così unita. Persero il senso posizione, classe, provenienza e tutte le altre distinzioni. Milioni di persone semmai erano divise tra i pro e i contro, se vogliamo tra sognatori e rassegnati, tra popolo e potere. In quei quasi cinquanta giorni non si erano visti poliziotti ed erano spariti anche i ladri. La gente donava soldi a qualsiasi studente con una scatola appesa al collo senza mai dubitare della destinazione del denaro. Tutto ciò che non era in sintonia con la rivoluzione e con la lotta per questo futuro diventava improvvisamente minuscolo, miserabile. In piazza la compravendita era disprezzata, le persone portavano ravioli, riso, piatti, pane e uova preparati a casa che regalavano ai manifestanti, spesso insieme a del tè caldo e delle bibite fresche.
“È bellissimo così”, sorrise senza quell’ombra di amarezza, “sarebbe bello se Pechino rimanesse così per sempre”.
 “Sicuramente sei uno delle Tigri Volanti” dissi, lui rispose con un silenzio. Tigri Volanti era il soprannome di un gruppo di motociclisti di Pechino che in quei giorni portavano notizie ad ogni angolo della città, notizie e avvisi sulle manifestazioni, sui cambiamenti nella piazza, sulle operazioni del governo, sulle organizzazioni delle azioni da parte degli studenti e dei cittadini e anche sui potenziali pericoli. 


A quell’epoca la mobilità dipendeva soprattutto da autobus e biciclette, i pochi che possedevano le moto erano i più veloci. Allora il business e il commercio non erano attività comuni, gli stipendi variavano solo in base al livello di istruzione e di posizione, le differenze alla fine non erano così importanti per fare nascere contrapposizioni tra ricchi e poveri. Possedere una moto era un pensiero lontano per i più, chi poteva permettersela quasi sempre aveva a che fare con il business o il commercio. A Pechino la maggior parte dei primi piccoli commercianti privati erano dei giovani con oscure storie alle spalle, non pochi erano stati in prigione per reati spesso banali. Con queste macchie era quasi impossibile continuare a studiare o trovare lavoro, quindi si adattavano a svolgere questo mestiere che suscitava qualche diffidenza, e le prime merci più diffuse erano jeans e occhiali da sole, automaticamente anche loro simboli di bad boys. 
Capii di avere sbagliato argomento e rimasi in silenzio. “Senti,” prese la parola lui, “secondo te, perché la parola movimento () ha a che fare con nuvole ()?”. Non ci avevo mai fatto caso, però mi venne come un lampo, “è una questione fonetica” risposi.
potrebbe starci, ma ?” Obbiettò.
“Dai, lascia perdere nuvole ha la radicale via e strada ha forza, con la nostra forza troveremo la via!” Fui stupita da sola e soddisfattissima di questa risposta improvvisata.
Ho incontrato tante volte le Tigri Volanti, nel campus e per strade, di giorno e di notte, sempre di sfuggita, però non avevo più rivisto lui. Chissà, forse non era uno di loro.


La sera del 3 giugno, stavo ascoltando le discussioni sull’ultimo annuncio del governo, per l’ennesima volta parole minacciose: “Non andate in strada, non andate in piazza Tiananmen… rimanete a casa… in modo da garantire la sicurezza della vostra vita…”. Improvvisamente sentii “Pilastro!”, mi voltai “Fondo!” fui contentissima di rivederlo. Lui invece era molto serio, “è tardi, ti porto all’università”. Il sole cominciava a picchiare di giorno, si stava più volentieri nella piazza di sera. “Non è neanche mezzanotte, voglio rimanere ancora un po’”. “Pilastro, ascoltami”, usò un tono autorevole, “oggi c’è molto meno gente in giro, ho paura che dopo non trovi un passaggio. Ti porto all’università adesso, dopo sarò impegnato”. Non dissi niente, mi tirò su dalla scalinata su cui ero seduta, “guardami”. Alzai gli occhi, come colpita da una corrente elettrica, rimasi immobile, sentii le sue pupille appoggiate sulle mie. “Sali!”. Obbedii.
Dormii profondamente e tranquillamente, senza agitazioni e senza sogni. Mi svegliai tardi, e alla prima voce che sentii crollò tutto il mondo.


Corpi che correvano, corpi che cadevano, proiettori luminosi dei proiettili che li inseguivano, file di carri armati che avanzavano, fari che abbagliavano… carne, sangue, grida… i frammenti dei racconti mi strillavano nella testa. Ignorai la caviglia, presi la bicicletta e pedalai, pedalai verso la piazza. Seppi che l’esercito aveva già spazzato via tutti e che gli studenti si erano ritirati dalla piazza, ma ci volli andare lo stesso. Non vedevo l’ora di arrivare in piazza, dove ero mancata, mancata nel momento fatale.
Per le strade, le barricate fatte con i cassonetti e i blocchi di cemento degli spartitraffico,erano   ormai abbandonate. In un angolo due carri armati bruciati, nell’ombra dei rami inceneriti di un maestoso albero di acacia fiorito. I cavalcavia, che a quei tempi erano rari e esistevano solo in poche grandi città, avevano creato difficoltà ai mezzi militari guidati dai soldati, perlopiù ragazzi di campagna. Nella notte tra il 3 e il 4 i cittadini infuriati dall’inaspettata operazione crudele del governo riuscirono a bloccare qua e là dei carri armati e distruggerli. Cittadini completamente inermi.

Arrivai in piazza, la bicicletta sobbalzava, il viale che attraversava la piazza e che aveva ospitato tutti i cortei di questi giorni era stata ridotta dai carri armati come un asse per lavare. Cenere e baraonda per terra, non avevo mai visto la piazza così vuota. Cercando di fermare le lacrime, alzai gli occhi verso il cielo, una distesa grigia, un grigio fitto. Le nuvole, così scure così pesanti, ondeggiavano violentemente come se volessero rompere quell’equilibro di forze che impediva loro di precipitare verso la piazza. “… quanto a me, le mie braccia son rotte, per aver abbracciato solo nuvole” (Charles Baudelaire,  ‘I lamenti d'un Icaro’, I fiori del male). Capii, non si trattava di una questione fonetica. Esistevano così tante forze, forze fredde che spegnevano con insopportabile facilità la nostra forza alimentata da volontà, fiducia, speranza e dal sangue caldo della gioventù.  Noi non abbiamo trovato la strada su cui camminare verso un futuro che credevamo vicino. Fondo, forse lui sospettava già la tragedia?
La televisione, la radio, i giornali si riempirono presto di annunci di ricercati, di notizie sulle ricerche e sugli arresti.  Le strade erano pattugliate da mezzi militari carichi di soldati con i mitra puntati verso la gente. Faceva caldo? Era umido? Non mi ricordo. La percezione era di una città che stava cuocendo al vapore, con il vapore della paura.  Una sensazione che è ancora tagliente oggi nella fresca brezza del Pincio.
Piazza del Popolo brilla di un colore oro, guardo le persone che ci passano, piccole figure ben definite. Quante persone ci stanno in questa piazza? E questa piazza quante volte ha visto la vittoria della gioia?


Non ho più visto Fondo. L’ho cercato allora anche negli ospedali che aiutavano i feriti e dove andavamo a donare il sangue,  l’unica possibilità rimasta che ci collegava ancora al sogno che ci stava allontanando. Non osavo pensare a cosa poteva essergli successo, con le targhe non sarà stato difficile trovare le Tigri Volanti. Non so neanche come si chiamasse.
Tanti anni sono passati. Ho visto tante altre piazze, rosse bianche gialle azzurre dorate, arrotondate o squadrate, con forme regolari o con morbide linee sinuose. Ho saputo di tante rivoluzioni, non poche esattamente nello stesso anno 1989, chissà se in qualche modo abbiamo influenzato qualcuno. Forse è solo un’illusione, o meglio ancora una nostra esigenza pensarlo, lo sappiamo. Un fallimento senza avere seminato niente incendia la disperazione, che potrebbe in un attimo trasformarsi in veleno.
Il sole è sceso. Le nuvole si tolgono il trucco e tornano essere bianche, un’irresistibile attrazione, un incanto e allo stesso tempo un rischio di delusione. Solo tanti anni dopo ho saputo che quei giorni vengono chiamati “primavera democratica cinese”.  La primavera di Praga, la Primavera Araba…, primavere che profumavano di speranza e di gioia come la nostra, immagino.
Il cielo si calma in un blu trasparente, le nuvole con una danza soffice preparano il sogno di notte. Tutto si calma, il silenzio abbraccia il Pincio. Il Pincio mi ubriaca, è l’unico luogo a Roma dove trovo l’interpretazione di “Roma, città eterna”, qui i momenti esiliati della vita tornano a casa. “Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera” (Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera). E fra poco, a Pechino, sarà l’alba. 

Note:
: /yùn dòng /movimento.
(composto da +): /yùn/ muovere, rimuovere; fortuna, destino.
(composto da+): /dòng/ muovere, muoversi, agire, cambiare; movimento, azione.
: /yún/, nuvola.
: Radicale, camminare.
/lì/ potere, forza, abilità.