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giovedì 6 settembre 2018


CATANIA: TRA ACQUA E FUOCO
di Renato Pennisi

Veduta di Catania

Catania è una città costruita sull’acqua. Pochi, credo, lo sappiano e molti catanesi lo hanno dimenticato. Costruita sulle sue rovine, coperta da eruzioni e polverizzata da terremoti paurosi, le sue fondamenta sono attraversate dalla rete degli affluenti del fiume Aci, e dal fiume Amenano che affiora giusto a Piazza Duomo, dalle acque che scorrono limpide nate dai ghiacciai dell’Etna.
Ci sono molte altre  città nelle profondità di Catania, dalle case e dalle strade inondate. Si racconta che molti anni fa un’intera scolaresca con il proprio insegnante scese nelle profondità di Catania venendo sorpresa da una piena improvvisa. I loro corpi non vennero mai trovati.
Che posto è mai questo? C’è un teatro greco chiuso da palazzi ottocenteschi in uno dei quali nacque Vincenzo Bellini. C’è il piccolo anfiteatro, perfettamente conservato, dell’odeon dove Alcibiade cinque secoli prima di Cristo chiese ai catanesi di intervenire a fianco di Atene contro Siracusa, e i catanesi per loro fortuna dissero di no.
Che posto è mai questo? Dove le colonne dei templi romani le trovi sulle facciate delle chiese e nel portico di Piazza Mazzini. C’è il castello voluto da Federico II dove Messer Jacopo scrisse i primi sonetti. Ci sono i resti dell’Anfiteatro romano, poco più piccolo del Colosseo, che fece da cava per costruzione della cattedrale-fortezza che avrebbe difeso i catanesi dalle scorribande dei pirati saraceni, con l’altissimo campanile, meraviglia del mondo. Il terremoto dell’11 gennaio 1693, che devastò la Val di Noto, avrebbe abbattuto quel campanile facendolo crollare sulla cattedrale e ammazzando i catanesi che stavano pregando la loro Sant’Agata. Che razza di posto è mai questo? Dove gli studenti più anziani superstiti al terremoto si sono organizzati sostituendosi ai docenti morti, e continuando le lezioni in un insopprimibile attaccamento alla vita. Una città che sarebbe rinata barocca e festante, con la Via Etnea che la taglia in due come un fuso, con Giovanni Verga che da Via Sant’Anna passeggia fino al Duomo salutando gli amici. Una città che sarebbe diventata liberty ed elegante, petulante e menzognera.
Che posto è mai questo? Stai sul mare, lo stesso dove la Provvidenza andava in cerca della buona ventura, e in tre quarti d’ora d’automobile sei a duemila metri dove la lava fende la neve. La lava che da bambino vedevo in sogno scendere da Monserrato e riempire Largo Rosolino Pilo, e poi mia madre mi stringeva rassicurandomi: “La lava qui non arriverà”. Ma so che la lava qui c’è stata e che ritornerà, in questo luogo dove la violenza si arrende alla vita, dove lo stupore ti prende per mano e ti fa compagnia.