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giovedì 6 settembre 2018

SUL PONTE MORANDI
di Paolo Maria Di Stefano

Il ponte crollato a Genova

Pare un obbligo tassativo. Da mezz’agosto in poi: dire qualcosa attorno alla vicenda del ponte Morandi. E dunque di Genova. E della Liguria. E dell’Italia. Qualsiasi cosa, purché se ne parli e si dimostri il massimo dell’interesse e della partecipazione. Peraltro più che giustificati dal numero delle vittime e dalla entità dei danni diretti e indiretti, presenti e futuri. Si è sentito e letto di tutto. Salvo, probabilmente, una cosa: che si è aperta una opportunità immensa per le mafie di tutti i tipi, di ogni scuola, di qualsiasi origine, comunque mascherate, con chiunque collegate. E ovviamente, oltre allo scaricabarile tradizionale e non soltanto in Italia, non si è neppure messo in discussione che, forse, il crollo sia dovuto anche alla atavica sottovalutazione (tipica italiana ma forse non esclusiva) dei principi di pianificazione della ideazione, della costruzione, della “gestione”, della manutenzione, dell’aggiornamento del prodotto strumentale chiamato “ponte”. Il quale (sottolineava Alessandra nella sua tesi di laurea, riconosciuta degna di lode dalla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano) “ha sempre avuto per l’uomo un significato che supera la semplice realtà costruttiva, la pura funzionalità. Il ponte come elemento di passaggio, di transizione -tra la vita e la morte, tra il passato e il futuro…-, il ponte come superamento del limite, come luogo del cambiamento, come luogo di prova, è presente nelle religioni, nella filosofia, nella letteratura, nell’arte, nella psicologia. Il simbolismo del ponte risulta essere uno dei più universali: per gli antichi greci, il collegamento tra il mondo degli dei e quello umano era rappresentato da un ponte, l’arcobaleno, percorso da Iride; nel Corano, è tramite il difficoltoso attraversamento di un ponte, sottile come una lama, che avviene la distinzione tra gli eletti e gli empi; nelle antiche leggende anglosassoni il re è spesso visto come un ponte, come intermediario perfetto trac cielo e terra. L’aspetto simbolico e metaforico del ponte è talmente forte, il suo ruolo in tutte le culture così rilevante da non poter essere trascurato qualora si voglia arrivare a una piena comprensione e ad una corretta lettura anche dei ponti reali, di quelli che gli uomini costruiscono grazie elle loro conoscenze tecniche.” E forse è anche importante notare con Alessandra come “non siano i sofisticati sistemi di calcolo oggi a disposizione dei progettisti, i materiali tecnologicamente avanzati e le evolute metodologie di cantiere i principali fattori da cui dipende la qualità globale di un progetto. Questa qualità è invece strettamente correlata con la capacità del singolo progettista o, come è sempre più frequente, dello staff di progettazione di fondere in un unico momento la concezione architettonica e la concezione strutturale di un’opera. Pier Luigi Nervi (…) afferma che… il vero, completo architetto, quello con la A grande, dovrebbe essere una specie di superuomo con la mentalità scientifica del tecnico, l’anima e la sensibilità dell’artista, la forza di carattere del Capo, ed infine con una sufficiente padronanza degli aspetti economici del costruire…è evidente l’opportunità che l’opera dell’architetto diventi sempre più un’opera di collaborazione tra competenze complementari…la sostanza del problema… è… ricercare i modi per rendere sempre più feconda la loro collaborazione. Collaborazione che, quando il tema costruttivo è notevole, deve essere in atto all’inizio dell’ideazione architettonica per evitare sia gli eccessi formalistici, sia le inespressive. È all’interno di un panorama culturale di questo tipo, caratterizzato dalla collaborazione e dall’osmosi tra le diverse competenze che si può venire a delineare una nuova figura di progettista: l’architetto di ponti. Si tratta ovviamente di un progettista che, superate le sterili distinzioni tra architettura e ingegneria, ha allargato gli orizzonti dei propri interessi e dei propri studi, occupandosi della scienza e della tecnica delle costruzioni, delle analisi di impatto ambientale, degli studi di percezione visiva … Per questa nuova figura professionale si apre, se inserita in una struttura polivalente come il SETRA in grado di fornire il necessario supporto tecnico e organizzativo, un vasto ed impegnativo campo di intervento. (…)       
E siamo ad un punto focale di una tesi -questa- che si pone oggi, ad oltre venti anni dalla sua elaborazione, come una summa di suggerimenti assolutamente concreti e, a me pare, per l’Italia in gran parte innovativi e che sembra tornare a vivere in una occasione -gli eventi del ponte Morandi- di importanza notevolissima. Vorrei non si banalizzasse: la tesi esamina con attenzione e competenza una struttura - Service d’études techniques des routes et autoroutes (SETRA, appunto) e il suo modus operandi che in Francia fa tutto quanto necessario per la progettazione, la costruzione, la manutenzione - in una parola, la gestione e il controllo dello scambio relativo al prodotto “ponte” (e non solo). E l’esame è condotto attraverso l’analisi di tre ponti notissimi: il viadotto Le Corbusier (1992-1994), il Pont sur l’Ante (1992-1993) e il Ponte d’Antrenas (1993-1994). Il primo è un’opera nata completamente al di fuori delle struttura del SETRA; il secondo è stato progettato grazie alla collaborazione tra il SETRA e le imprese costruttrici; l’ultimo è stato invece concepito interamente all’interno delle strutture del SETRA. Con a mio parere questo vantaggio, oggi: disporre di indicazioni precise su cosa fare e come farlo per Genova e il ponte, e non solo. Cosa tutt’altro che da sottovalutare. Lo stesso Renzo Piano- architetto genovese noto in tutto il mondo e delle cui capacità creative, realizzative e gestionali nessuno può dubitare, parlando del suo “dono progettuale” sembra abbia precisato: non intendo sostituirmi né agli ingegneri né agli architetti che lavoreranno per concorso”. E ha detto anche: “Mi sono fatto un’idea di come debba essere il nuovo ponte, ma è soltanto l’inizio. Un progettista pensa e ragiona aiutandosi con oggetti e schizzi. Da qui a dire che c’è un’idea progettuale è eccessivo. C’è un impegno morale. Deve essere un ponte che esprima tutto questo, ci deve essere il ricordo di una tragedia e il suo elaborarsi nel tempo. L’architettura fa questo: celebra e costruisce. (…)”. Ed è a queste parole che credo di aver capito perché Alessandra abbia scelto di dedicare la sua tesi al “ponte come luogo del costruire” e, prima ancora di concluderla, abbia cercato in molti modi di mettersi in contatto con l’Architetto Renzo Piano, allora una serie di tentativi andati a vuoto, oggi, forse un incontro di spiriti colti, forse ignari di aver raggiunto quel lavorare insieme tanto desiderato dalla giovane, e oggi reso possibile dall’essere Alessandra una colonna portante del Cantiere che “gestisce le idee” creandole, comunicandole a chi le concreterà e ne farà storia e motivo di evoluzione, assicurandosi della loro continua rispondenza alle esigenze della storia dell’umanità.