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mercoledì 17 aprile 2019

CASSOLA E UN SOGNO GROSSETANO
di Federico Migliorati

Carlo Cassola

Quando capitai a Grosseto, diversi anni fa, ebbi la netta sensazione di una città già conosciuta, presente in qualche recondito cassetto della memoria: forse erano le Mura che la rendevano così simile, almeno a prima vista, alle mie amate Lucca e Ferrara in cui tornavo spesso e sovente? O era l’aria dimessa che permeava l’atmosfera di una discreta eleganza, tipica di quelle città ai margini del consueto flusso del turismo tradizionale? Sta di fatto che, posto piede per la prima volta, e come sempre accade nelle mie vacanze culturali in solitaria, cercai subito di assaporarne gli umori, approfondirne i dettagli, usare insomma gli occhi, non quale turista comune, bensì come viaggiatore, se a questo termine diamo il valore caro a Proust. Tra una passeggiata e l’altra passai un paio d’ore a discettare, con alcuni grossetani che avevo conosciuto, di Luciano Bianciardi e della sua geniale idea del bibliobus, che nella Grosseto degli anni Cinquanta rappresentò un’esperienza pionieristica in Italia. Quei pochi giorni che mi ero scelto per uno stacco dalla routine quotidiana di giornalista di provincia, tra comunicati stampa da diramare a getto continuo ed eventi di grande, media e talvolta nulla importanza da seguire, mi fecero decisamente bene. Sì, la città aveva riscosso il mio gradimento, avrei certamente dovuto tornarci per un’ulteriore visita, mi dissi. Qualche tempo ebbi modo di leggere un saggio-biografia su Carlo Cassola, che da tempo mi proponevo di “avvicinare” per quella letteratura subliminare che tanto mi affascinava e che lui, assieme a Manlio Cancogni, aveva contribuito a portare all’attenzione della critica e del pubblico. Quel testo, che si nutriva di un italiano forbito e privo di sbavature, catturava immediatamente la lettura e trasferiva pienamente il vissuto dello scrittore al lettore…

Le mura di Grosseto

Lo vidi all’improvviso incamminarsi a capo chino (com'era sua usanza tra i corridoi del liceo, raccontano ancora oggi certi suoi studenti d'allora) in direzione delle Mura, le Mura volute dai Medici, gemme possenti e salde sulle loro fondamenta cinquecentesche che “proteggono” la città da pericoli ormai inesistenti. Si sedette su una panchina, una delle tante che si rinvengono lungo i 5 chilometri del percorso tutt'attorno al cuore della città. Tra le mani, aperto sulle gambe, un libro che egli sfogliava rapidamente e di cui riuscivo ad intravedere il titolo in copertina: “La ragazza di Bube”. Era timido, lo si notava anche a distanza: una timidezza innata, certo (oh, quanto conoscevo tutto ciò, in fondo ero stato anch’io tremendamente timido in adolescenza), connotata da una gentilezza fuori moda ormai, da un sussiego mai disgiunto da una franchezza di carattere che lo rendeva sincero e diretto, così almeno recitavano le cronache del tempo. Quando si alzò, lo seguii a distanza: sono sempre stato curioso di vedere i gesti semplici di personaggi noti. Avanzava verso il bastione Sud, per poi con una certa agilità (era ancora nel fiore degli anni) scendere la scalinata che, poco distante, l’avrebbe condotto, seguendo le Mura, alla Porta Vecchia. Accelerò il passo, quasi come se avesse una fretta improvvisa o si sentisse davvero seguito (in quell’ora del vespero le strade iniziavano a farsi trafficate di mezzi e di persone). Quindi piegò a sinistra non appena ebbe impegnata l’imponente piazza Dante che recava al centro la statua soverchiante del Canapone. Davanti ad una boutique fui fermato da alcune signore (venete, si sarebbe detto dal marcato accento che ne contraddistingueva la parlata) che mi chiesero informazioni su un tal ristorante che volevano raggiungere. Tanto bastò per perderne le tracce. Feci appena in tempo a ripercorrere mentalmente i suoi passi: ero certo si fosse fermato da qualche parte, in piazza Dante, entrando in qualche abitazione o in un bar, chissà. Del resto non era venuto ad abitare qui in zona, ormai da anni, dopo la morte della prima amatissima moglie? Mi misi a percorrere in lungo e in largo l’ampia e irregolare piazza, sotto i portici, poi, giunto a metà degli stessi, nella parte opposta al Duomo, lo stupore si impossessò del mio animo. Su una targa in marmo, proprio sopra il numero civico 11, una scritta recitava “In questo palazzo abitò Carlo Cassola”. Un senso di scoramento si fece largo in me, quasi una frustata interiore: avevo sognato forse? Oppure mi ero talmente immedesimato in uno dei personaggi da diventare l’ombra di sé stesso? Ripreso lo zaino, lo apersi cercandovi un bloc-notes per imprimervi le impressioni di quel momento. Vi notai, in una delle pagine ancora bianche, una firma strana, nuova, che non ricordavo ci fosse mai stata: l’autografo di C.C., con una dedica: “A F., perché sia sempre attento al rumore continuo della vita”. La grafia era minuta, stretta, quasi nervosa. Dove poteva avere mai rintracciato quel mio taccuino? E come poteva conoscermi? Mi sedetti, sfiancato da questo turbinio di sensazioni da cui faticai a riemergere con la mente serena. La città, improvvisamente, diventò frenetica ed un fiume di gente si riversò nella piazza, come richiamata da un evento fuori dall’ordinario. Tutti mi osservarono: c’era chi si prodigava porgendo aiuto, chi si domandava cosa mai mi avesse causato questa spiacevole situazione, altri ancora ridevano sguaiatamente come davanti a un episodio buffonesco. Era un trambusto rumoroso, troppo rumoroso.

Grosetto, Ottobre 2017
Da sinistra Federico Migliorati
al centro Angelo Gaccione
   a destra Graziano Mantiloni
davanti alla casa dove visse Carlo Cassola

Quando mi svegliai, di soprassalto, gli occhi cercarono la luce del sole che penetrava a fatica dalle massicce persiane verdi. Mi ci volle qualche manciata di secondi per comprendere appieno il contesto in cui mi trovavo: ero nella mia camera, da cui non mi ero mai allontanato, e il silenzio imperava. Accanto a me, sul comodino, alcuni libri, tra cui spiccava il saggio-biografia posizionato malamente ai piedi della lampada, fermo al capitolo “Grosseto: l’addio all’insegnamento e l’impegno totale per la scrittura”. Quell’avvenimento non restò privo di conseguenze, non poteva essere capitato casualmente, ci doveva essere una spiegazione, mi dissi. Tutte le estati successive a quella le trascorsi in Maremma, ma non mi capitò più di incontrare lo scrittore. O forse sì, ma questa è un’altra storia.