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mercoledì 29 maggio 2019

Cinema
Selfie, uno spaccato napoletano
di Mila Fiorentini


Implacabile, non ammiccante, oltre gli stereotipi, senza lo sguardo morboso e un po’ compiaciuto che fruga nel marcio: un autentico documentario, se si potesse dire un ‘auto-documentario’, da cui il titolo Selfie, la risposta dei protagonisti alla domanda del regista sulla capacità di utilizzo della telecamera: nessuna conoscenza, meglio il telefonino.
Due ragazzi, protagonisti di grande verve, si filmano: ne esce un quadro agghiacciante perché ne emerge la banalità del male, lo sguardo disincantato dei giovani, che sono dimenticati ma non perduti. In tal senso lo sguardo è molto interessante e non ha nulla di moralistico perché è un film senza violenza, che parla di un quartiere di camorra, violento, senza usarla. Eppure è tratto da una storia vera drammatica, citata senza neppure farla vedere. Dal 30 maggio al cinema, il film di Agostino Ferrente, regista di origini pugliesi, autore già de L’orchestra di Piazza Vittorio (2006) - prima del quale aveva però concepito insieme al collega Giovanni Piperno un interessante progetto di pedinamento di alcuni adolescenti napoletani, Intervista a mia madre (2000) - riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo per 78 minuti senza una scena di sesso, né di sangue. Un film minimalista e delicato che prende avvio dalla morte di un sedicenne ucciso ‘per sbaglio’ dalle forze dell’ordine. La verità si saprà solo con i titoli di coda: una storia vera, tragica e ingiusta. Nello sguardo dei protagonisti la protesta silenziosa, il disappunto per il loro quartiere: i due adolescenti, i due bambini, e due ragazzine che sentono di vivere un destino dal quale è difficile emanciparsi, perché senza lavoro, un’occupazione dignitosa e adeguatamente retribuita, non c’è possibilità di uscire dal perimetro del Rione Traiano, di Napoli. È questo quartiere popolare, lo scenario del film dove, nel 2014, un ragazzo di sedici anni, Davide, muore, colpito durante un inseguimento dal carabiniere che lo ha scambiato per un latitante.
Davide non aveva mai avuto alcun problema con la giustizia. Come tanti adolescenti, cresciuti in quartieri difficili, aveva lasciato la scuola e sognava di diventare calciatore.
Anche Alessandro e Pietro, i due protagonisti, hanno 16 anni e vivono nello stesso quartiere. Sono amici fraterni, diversissimi e complementari, abitano a pochi metri di distanza, uno di fronte all’altro, separati da Viale Traiano, dove fu ucciso Davide.
Alessandro è cresciuto senza il padre, che dopo la separazione dalla madre si è trasferito lontano da Napoli. Ha lasciato la scuola dopo una lite con l’insegnante che “pretendeva” imparasse a memoria “L’Infinito” di Leopardi. Ora fa il garzone in un bar: guadagna poco, non va in vacanza ma ha un lavoro onesto in un quartiere dove lo spaccio, per i giovani disoccupati, è un ammortizzatore sociale di facilissimo accesso.
Pietro ha frequentato una scuola per parrucchieri, ma al momento nessuno lo prende a lavorare con sé. Il padre, pizzaiolo, ha un lavoro stagionale fuori città e torna a casa una volta alla settimana, mentre la madre è andata in vacanza al mare con gli altri due figli. Lui, invece, ha deciso di passare l’estate al rione, per fare compagnia al suo migliore amico e iniziare una dieta che rinvia da troppo tempo.
Alessandro e Pietro accettano la proposta del regista di auto-riprendersi con il suo iPhone per raccontare in presa diretta il proprio quotidiano, l’amicizia che li lega, il quartiere che si svuota nel pieno dell’estate, la tragedia di Davide. Aiutati dalla guida costante del regista e del resto della troupe, oltre che fare da cameraman, i due interpretano se stessi, guardandosi sempre nel display del cellulare, come fosse uno specchio, in cui rivedere la propria vita.
Una disputa allontana i due amici: Alessandro preferirebbe venisse raccontato solo il loro rapporto e il resto delle cose belle del rione, ché di quelle brutte parla già quotidianamente la stampa. Pietro, al contrario, non vorrebbe tacere nulla, perché solo così lo spettatore potrà capire quanto è difficile per loro, in quel contesto, vivere una vita “normale”.
Il racconto in “video-selfie” di Alessandro e Pietro e degli altri ragazzi che partecipano al casting del film viene alternato con le immagini gelide delle telecamere di sicurezza che sorvegliano come grandi fratelli indifferenti una realtà apparentemente immutabile, con i ragazzi in motorino che sembrano potenziali bersagli in un mondo dove la criminalità non sembra una scelta ma un destino che ti cade addosso appena nasci. Un film fatto interamente di sguardi dove il rione appare ai due ragazzi come una parafrasi dell’Infinito di Leopardi, che Alessandro prova finalmente a raccontarci: circondato da un muro che esclude la conoscenza di tutto ciò che sta al di là e che forse, si augura, un giorno, almeno i suoi figli potranno finalmente scoprire.
Un film malinconico e disarmante, a suo modo tenero, commovente per i sentimenti di amicizia, che lega le persone al di là delle condizioni. Interessante la miscela tra la non rinuncia al sogno e il senso pratico della vita che anima soprattutto uno dei due ragazzi. L’affresco forse più drammatico è restituito dalle due ragazzine che hanno introiettato i valori della famiglia, la fedeltà assoluta all’uomo, anche nell’eventualità di una carcerazione lunga o all’ergastolo, perché il rispetto è la prima cosa, come affermano in più occasioni. Con un ragazzo che non fa mancare nulla e che ama, anche se fa una vita sbagliata - queste più o meno le parole di una delle ragazze - si può pensare di costruire una vita e anche di fare dei figli, certo addossando una vita difficile a chi non ha chiesto di venire al mondo. D’altronde molti dei ragazzi del quartiere sono figli di carcerati. Apparentemente è un film come tanti, un documentario di denuncia su una realtà degradata e su Napoli ne sono stati fatti altri. Mi pare però che sia interessante l’angolatura con la quale la macchina da presa riprende questa realtà e l’attenzione, senza la facilità del lieto fine - che anzi è tragico - al dovere di sognare e di non arrendersi. Non sono due ragazzini redenti, sono due che vanno in motorino senza casco, uno dei quali ha provato anche spacciare ma che sanno distinguere il bene dal male, che sanno tener fede ad alcuni valori essenziali.
Al caso Bifolco sono stati già dedicati parti di libri quali Una città dove si ammazzano i ragazzini (Edizioni dell’Asino, 2014) firmato da Maurizio Braucci, Massimiliano Virgilio, Giovanni Zoppoli e Chiara Ciccarelli o volumi interi come Lo sparo nella notte. Sulla morte di Davide Bifolco, ucciso da un carabiniere (Monitor, 2017) di Riccardo Rosa da cui è nato anche un audiodocumentario.
Selfie è stato presentato nella sezione Panorama della Berlinale 2019 nello stesso anno in cui La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi vinceva il premio per la Miglior Sceneggiatura (firmata dal regista con Braucci e Roberto Saviano) nel Concorso principale. 

Selfie
un film scritto e diretto da
Agostino Ferrente
interpretato e filmato da
Alessandro Antonelli, Pietro Orlando