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sabato 27 luglio 2019

Taccuino
LA CASA DEGLI OMENONI
di Angelo Gaccione

La Casa degli Omenoni

Dopo il Duomo e la Galleria forse il palazzo più fotografato di Milano e la Casa degli Omenoni. Tra l’altro, spazialmente è quasi contigua ad entrambi: sbucando in Piazza della Scala, uscendo dalla Galleria e seguendo il profilo dell’enorme palazzo della Banca Commerciale Italiana (ora sede espositiva delle Gallerie d’Italia), appena superato il Palazzo Marino e svoltando in via Case Rotte, dietro la chiesa di San Fedele, la “Casa” ve la trovate lì, all’imbocco di via degli Omenoni n. 3. È una strana piccola via questa degli Omenoni, costituita da appena due edifici che si fronteggiano e contrassegnata da due soli numeri civici, il 3 e il 2. La “Casa” è al 3 e spicca con i suoi 8 enormi telamoni disposti lungo la facciata. Gli otto “omoni” ne fanno indubbiamente una facciata singolare e a questo deve il successo dei tanti che la fotografano o vi si fanno fotografare. L’architettura ci informa che il telamone ha una funzione di sostegno strutturale (lo si adopera al posto della colonna o della lesena), ma può rivestire anche una funzione decorativa. Qui è proprio questa la ragione che appare più evidente nelle otto sculture realizzate da Antonio Abondio. Costruita nella seconda metà del Cinquecento (1565), la data incisa sul frontone può depistare perché porta 1722. Può darsi che questa data si riferisca a dei rifacimenti posteriori, ad uno dei passaggi di proprietà, o alla numerazione civica in vigore nei secoli successivi. I riferimenti alla classicità nascono invece dall’amore che per quella cultura ebbe il Cinquecento. La mitologia ci svela che Telamone era figlio di Eaco e di Endeide e fratello di Peleo. Dalla voce contenuta nel Dizionario di mitologia classica (Libreria Meravigli Editrice 1985) curato da Paola Crescini, Luigi Della Peruta e dall’amico Franco Fava, scomparso prematuramente, apprendiamo che Telamone si sposò almeno tre volte, che commise un fratricidio e che come guerriero partecipò non solo alla spedizione degli Argonauti, ma persino alla guerra di Troia. Proprietari ne furono Leone Leoni e suo figlio Pompeo che oltre ad abitarla, ne fecero il loro laboratorio di scultura e un luogo prestigioso, ospitandovi le loro preziose collezioni d’arte. Un tempo anche il famoso Codice di Leonardo, ora custodito alla Biblioteca Ambrosiana di piazza Pio XI, è transitato da questa abitazione. Leone era stato nominato scultore ufficiale della Zecca di Milano, ma dalle cronache non pare fosse stato uno stinco di santo, visto che la sua vita avventurosa ed estrema gli procurò qualche assaggio ai remi delle galere pontificie. Doveva avere un carattere alquanto “leonino” visto che leone lo era nel nome e nel cognome (nomen omen), e che di leoni ne ha fatti inserire a profusione sotto il cornicione. Persino una allegoria della Calunnia sbranata dai leoni. Ad ogni modo, come ci informa il Vasari, Leoniha con molta spesa condotto di bellissima architettura un casotto nella contrada de' Moroni, pieno in modo di capricciose invenzioni, che non n’è forse un altro simile in tutto Milano”. E singolari e “capricciosi” appaiono questi otto telamoni che non mi sazio mai di ammirare, ogni qual volta percorro i cinquanta passi della via che immette nella settecentesca Piazza Belgioioso. Piazza Belgioioso è un rettangolo formato dall’omonimo palazzo realizzato dal Piermarini per il principe Alberico XII di Belgioioso, e dal neoclassico Palazzo Besana che gli sta di fronte con le sue imponenti otto colonne doriche, ora sede di una famosa banca. Tutta la zona è piena di grandi banche.

La Calunnia sbranata dai leoni

Nel palazzo Belgioioso ha sede quello che viene considerato il più antico ristorante di Milano, il “Boeucc”, nato nel 1696. Frequentato dai Carbonari nel 1848 durante i moti rivoluzionari, allora era una semplice osteria popolare, una rivendita di vini. Oggi esibisce con una nota di orgogliosa civetteria il suo elegantissimo blasone retrò. La Casa del Manzoni (oggi Centro Studi dedicato al romanziere) fa da quinta verso il fondo e si salva grazie al cotto dei suoi elementi decorativi, altrimenti sarebbe oppressa dai due mastodontici palazzi. Sul fronte opposto il rettangolo è separato dalle arcate che immettono in piazza Meda con i portici e i preziosi pavimenti e dove troneggia il Disco, la scultura solare realizzata da Arnoldo Pomodoro nel 1980. Purtroppo piazza Belgioioso non è fruibile: su un lato è transennata da cippi e catene (la parte prospiciente di cui è proprietaria la banca) e non ci si può sedere; si presenta solo come un luogo di transito con il traffico che vi scorre nel mezzo. Come ho anticipato più sopra, la via degli Omenoni si compone di due soli numeri civici. Il numero 2 è costituito da un unico palazzo di stile in voga negli anni Trenta. Non sono riuscito a conoscerne il realizzatore né parlando col portiere, né chiedendo ad una delle attuali inquiline; lo stile è tuttavia identico a quello degli edifici vicini progettati da Pier Giulio Magistretti, Piero Portaluppi, Giovanni Greppi, e tutti affacciati su Piazza Meda.
Questa architettura col tempo è diventata molto più dignitosa di come il dibattito sul fascismo ce l’aveva presentata, forse perché la ricostruzione post-bellica dagli anni Cinquanta in poi non ha brillato né per postulati teorici, né per resa inventiva, né per solidità. Banale e priva di idee, e lasciamo pure da parte i dati speculativi e di offesa al territorio. Quella nata durante gli anni del Regime (di devastazioni urbane il fascismo ne ha fatte a iosa) almeno obbediva a una sua idea e a un suo delirio.
La galleria ha persino un tetto ligneo; a me piace percorrerla così al coperto lungo la via Adalberto Catena che costeggia la piazza Meda fino alla via Verri. In genere lo faccio per giungere al numero 10 dove Pietro, il grande illuminista, aveva avuto casa. Nessuna notizia all’ignaro passante ricorda che qui nacque “l’Accademia dei Pugni” o la rivista “Il Caffè”, in compenso dei negozi di lusso di via Monte Napoleone e dintorni, i turisti dello shopping internazionale sanno tutto.