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martedì 19 novembre 2019

Taccuino
LA LEONESSA
di Angelo Gaccione

Brescia è una città bellissima; per me una fra le più belle città d’Italia: su questa convinzione posso sfidare chiunque a sostenere il contrario. Potete scegliere un Corso, un Viale, una Contrada e percorrerla a caso: raramente voi incontrerete qualcosa che visivamente offende il vostro sguardo. Non voglio con questo dire che non siano stati operati dei guasti; sappiamo benissimo come il tessuto medievale sia stato in ogni dove compromesso, Brescia compresa. Se ne lamentava a suo tempo il celebre narratore francese Victor Hugo per la sua Parigi e ne scriveva con dolore, come io ogni volta con dolore ne scrivo. L’aggressione alla trama urbana medievale era stata feroce e gli aveva fatto aggiungere al passo di Ovidio: tempus edax rerum, il sintagma homo edacior, e traduceva polemicamente così: il tempo è cieco, l’uomo è stupido. Lo scrittore non si era potuto rassegnare alla cancellazione di “Quel fitto di abitazioni borghesi, pigiate come le celle di un alveare, [che] aveva una sua bellezza” e così proseguiva: “La vista dei tetti di una capitale è, come quella delle onde del mare, uno spettacolo grandioso. I vicoli incrociati e intricati disegnavano in quell’insieme cento figure curiose. Attorno ai mercati, [la Ville] appariva come una stella a mille raggi. Le vie Saint-Denis e Saint Martin, dalle ramificazioni innumerevoli, salivano una dopo l’altra come due grossi alberi che confondono i loro rami. Serpeggiavano poi su tutto l’insieme come linee tortuose, le vie della Plâtrerie, della Verrerie, della Tixeranderie, ed altre ancora”. 


Immaginiamoci ora alcune delle nostre città medievali dove più ferocemente sono penetrate le ganasce dei bulldozer. Possiamo immaginarci anche Brescia circondata da mura, spalti, porte e pusterle; possiamo immaginarci il suo cuore medievale prima del 1929, prima della demolizione di tutta l’area delle Pescherie, per capire cosa si è perso della sua atmosfera. “Il quartiere si sviluppava fra vicoli angusti, larghi anche solo due metri, su cui si affacciavano edifici di edilizia medievale che toccavano i venticinque metri di altezza” scrive Giuseppe Spatola su ‘Bresciaoggi’. Un intrico armoniosamente dissonante, splendidamente incoerente nel suo artistico “disordine” da costituire una vera e propria trama poetica, una sinfonia di pietra, se mi permettete una metafora così ardita, che da Piazza del Mercato fino al quartiere del Carmine, lambiva i portici di via Dieci Giornate. Nemmeno possiamo dimenticare la barbarie dei bombardamenti aerei del 1944-’45: le infamie della guerra non si sono fatte scrupolo del patrimonio storico e tanto meno delle chiese di questa magnifica città. E tuttavia, malgrado le perdite, si è stati abbastanza accorti a evitare che “il nuovo” preservasse il cuore; forse l’esperienza della megalomania monumentale espressa dal regime fascista in Piazza della Vittoria, era servita abbondantemente a vaccinare la città.

Le demolizioni

Ho detto che Brescia è bellissima, e dunque vi esorto a non dar retta a quanti sostengono che vi basterà una mezza giornata per visitarla; diffidate anche delle guide e degli uffici di informazione turistica. Mezza giornata vi basterà sì e no per Santa Giulia e i suoi chiostri, e per l’area archeologica del Capitolium. In mezza giornata potete solo “guardare”, ma “vedere” e soprattutto “capire”, vi sarà impossibile. Dovete tornarci come me più e più volte, se volete entrare in sintonia con questo luogo. Io l’ho girata e continuo a girarla in lungo e in largo ogni qual volta vi metto piede. Se trovo un portone aperto mi ci infilo subito, perché di palazzi notevoli Brescia ne ha a bizzeffe. E non mi riferisco solo a quelli più noti come il Maggi Gambara e a quelli disposti lungo la via dei Musei. Di chiese, poi, la cattolica Brescia ne ha una caterva; appartenenti ai secoli più diversi non sono solo belle le loro facciate (da quella tardo-romanica di San Francesco a quella rinascimentale di Santa Maria dei Miracoli; da quella cinquecentesca di Santa Maria della Carità a quella tardo-gotica di Santa Maria del Carmine), sono ricchissime di opere pittoriche e scultoree, di affreschi, di arredi sacri, di chiostri. 

San Francesco

Se non vi prenderete tutto il tempo necessario per esplorarle, non potrete ammirare opere importanti del Tiepolo, di Tiziano, del Romanino, del Veronese, del Tintoretto, di Moretto, di Celesti, di Foppa, di Bellini, tanto per fare qualche nome. Ignorereste che in San Giuseppe, per esempio, sono custodite le spoglie di Benedetto Marcello e di Gasparo da Salò, e se siete fanatici dell’organo come me, vi perdereste un Antegnati del 1581. Se non entrerete in San Clemente, nell’omonimo Vicolo al numero 6, ve ne tornereste a casa senza rendere omaggio alla tomba di Moretto; e se non salirete la scalinata di via Giovanni Piamarta al numero 9 non potrete mettervi in raccoglimento nei bellissimi chiostri di San Cristo (per la verità il nome completo è Santissimo Corpo e Sangue di Cristo), e soprattutto farvi sedurre da quell’ammasso di affreschi che la ricoprono. Giustamente i bresciani ne vanno orgogliosi e la considerano la loro Cappella Sistina.



Ovvio che per gustare tutti questi tesori mezza giornata non basta. Tornateci, dunque, più e più volte, così potrete alternare a piacimento le vostre passeggiate sul Corso Zanardelli e Magenta, sedervi in Piazza della Loggia, salire al Castello, e percorrere le vie più blasonate. Sedervi ai piedi della fontana di Piazza del Duomo e gustarvi la superba scenografia di questo immenso splendido rettangolo. L’hanno dedicata al papa Paolo VI questa piazza, ma per me resta Piazza del Duomo Vecchio; provo un vero fastidio tutte le volte che vengono cambiati i nomi di luoghi storici, specialmente se si tratta di nomi antichi o medievali i cui toponimi servono a tramandare informazioni preziose che il cambio dei nomi fatalmente cancella. Che senso ha avuto, mi domando, battezzare Largo Augusto quello che era l’antico Verziere qui a Milano? Perché non tenere più coerentemente l’antico nome che lo caratterizzava per la sua funzione di mercato?

Il Duomo Vecchio

Piazza del Duomo Vecchio (con la V maiuscola e a dispetto di tutti gli “innovatori”) per la “nostra” Brescia, e se ne abbia a male chi vuole. E onore alla sua bella forma rotonda (per me bella quanto la Rotonda di San Lorenzo in Piazza delle Erbe a Mantova, quanto la Rotonda di San Tomè di Almenno San Bartolomeo in provincia di Bergamo che mi ha letteralmente incantato), onore alla sua Cripta dove nel settembre del 1943 prese vita il Comitato di Liberazione Nazionale per la Resistenza al nazifascismo, e onore al vescovo Giacinto Tredici che la mise a disposizione.



Io non trascuro le zone più popolari, quelle dove i turisti non vanno; e poi vado alla ricerca dei miei miti: senza quelle soste mi sembrerebbe di far torto alla città. Vado perciò per la Contrada del Carmine come vado per via San Faustino e Santa Chiara; vado fino al Piazzale Garibaldi per un saluto all’eroe dei due Mondi, come a Piazzale Arnaldo per un inchino all’acerrimo avversario del potere temporale del papato: la Chiesa trionfante ed opulenta ne ha fatto bruciare il corpo e disperdere le ceneri. Vado, naturalmente in Piazzetta dell’Albera, l’attuale Tito Speri, perché non trascuro mai di far visita al suo monumento. Ultimamente sono partito da Piazza della Loggia (un’altra Piazza della Strage di Stato come la nostra di Piazza Fontana), seguendo le 200 formelle tonde con i nomi dei morti ammazzati dell’Italia degli anni bui con cui sono state lastricate alcune vie, per arrivare qui in Tito Speri. 


È una specie di Memoriale dei morti della violenza politica dagli anni Sessanta in poi; un lungo e articolato filare, come fossero tante pietre d’inciampo di un percorso che arriva fino alla zona delle barricate, dove la resistenza agli austriaci durante le Dieci Giornate era stata accanita (Brescia non per nulla ha una via Barricate). Il giovane Tito Speri di quelle giornate era stato l’eroe; il “glorioso ribelle”, come si legge sul marmo del suo monumento, aveva appena 24 anni. Ne aveva 28 quando Radetzky lo fece impiccare nel marzo del 1853 a Mantova, facendone uno dei “martiri di Belfiore”. Nel marzo del 1862 il poeta bresciano Giulio Uberti gli dedicava un commosso ricordo in 31 strofe: “A te noi ripensiamo: idolo e duce / a popolar valanga, irrequieto, / ansante all’alba della nuova luce, / povero e lieto…”. 



Se sono stanco mi infilo in qualche chiesa, accolto non di rado dalle note di un organo sui cui tasti qualcuno si sta esercitando, o vado a sedermi al Teatro Grande in Corso Zanardelli. Qui posso incantarmi a quell’incredibile fantasmagorico trionfo Rococò che sprigiona dal Ridotto del teatro con i suoi specchi, le sue luci, i suoi affreschi, le sue decorazioni, le sue balaustre. A volte chiudo gli occhi e mi tornano in mente le tante fotografie in bianco e nero in cui l’antico Corso era percorso dai vecchi tram che scorrevano sulle rotaie: qui come in diverse vie della città. Oppure le foto con le carrozze a cavallo che battevano l’acciottolato, e lo paragono con il passeggio dei nostri giorni. Doveva essere un’atmosfera irripetibile e che ora possiamo evocare solo col pensiero. Allora riapro gli occhi e sorseggio un caffè: sulla mia testa la volta affrescata del Ridotto è affollata di angeli musici che volteggiano sospesi tra le nuvole e soffiano nelle loro lunghe trombe. Non essere malinconico, mi dicono, non essere malinconico. 



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