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venerdì 4 dicembre 2020

L’ULTIMA PASSEGGIATA 
di Fulvio Papi


Ernesto e Lidia Treccani
ad una manifestazione



La telefonata del maestro Treccani, del tutto inaspettata, mi distrasse dall’ansia filosofica di non aver capito tutte le risorse teoretiche che possono derivare dalla “dialettica trascendentale della ragione” di Kant. Nella mia formazione non era una incertezza marginale di quelle che si possano dimenticare appena si volta pagina. Eppure non fui privo di gratitudine al suono del telefono, è molto probabile che togliermi dalla nube di inquietudine intellettuale fosse, almeno in quel momento, più importante che venire in chiaro sulle mie incertezze kantiane.
“Ciao, sono Ernesto. Scusa se ti disturbo, ma sarebbe importante che ci vedessimo un momento per chiarire certe questioni di Corrente. Le mostre per esempio, e anche, come sai, certi problemi economici”.
Allora il maestro presiedeva direttamente alle attività della Fondazione, se pure con un certo sorridente distacco, come preferisse ascoltare il parere degli amici del Comitato, sempre partecipi e attenti, spesso severi per quanto si riferiva al bilancio, talora invece complici di una immaginazione che imponeva i suoi diritti al di là degli stessi confini che precedentemente avevamo concordato. La decisione relativa ai programmi futuri finiva col risentire di questa inevitabile ambiguità che lasciava aperta le necessità di nuovi incontri che, con il passare del tempo, avrebbero dovuto educare ad una necessaria resa alla realtà.
Ero sicuro che il nostro colloquio sarebbe stato un’occasione felice per prendere quel percorso in cui i dubbi, le incertezze, i giudizi, le speranze, i desideri (“astratti”, avrebbero detto i filosofi) relativi a Corrente, si sarebbero incontrati con le nostre considerazioni sui fatti culturali e politici. E, in fondo, era la mia aspettativa perché, senza magari saperlo bene, desideravo finire il mio giorno nella nuvola di parole, profonde e vane ma tutte segnate dalla saggezza della amicizia.


Ernesto Treccani e Fulvio Papi 
durante un dibattito alla
Fondazione Corrente di Milano


Il taxi poi avrebbe sfiorato piazza Leonardo da Vinci dove la primavera ormai avanzata, donava lo scenario di fronde fresche e opulente, e la tavolozza multicolore dei fiori e, sullo sfondo, rosati e timidi i colori delle magnolie. Era del resto il tempo in cui il mio sguardo aveva la fortuna di rinascere nella ammirazione estetica.
Il maestro Treccani mi accolse con quel sorriso che gli era proprio, educato ormai a una irrinunciabile aspettativa di un mondo senza violenze, sopraffazioni, povertà morali e materiali. Le parole? Non le ricordo proprio, perché appartenevano al consumo dell’anima, quindi impegnative e profonde come verità, ma fuggevoli come rondini.
Nella penombra dell’ingresso alla ricca stanza dei quadri, leggera più che un soffio di vento, comparve Lidia: “Fulvio ci porteresti a fare una passeggiata fino ai giardini?”
Questa domanda faceva scomparire ogni piccola e inutile cerimonia che è d’abitudine in un incontro.
“Certamente, possiamo andare anche subito”.


Veduta dei Giardini Pubblici
di Milano

I discorsi precedenti con il maestro avrebbero trovato il loro riposo nelle nostre enciclopedie private. L’improvvisa domanda apparteneva a un’altra forma della vita. Sapevo anche se in maniera imprecisa, per il riserbo di Treccani, che Lidia era ammalata gravemente.
“Certamente”. E così in pochi minuti ci trovammo tutti e tre in via Porta già invasa dall’ombra. Poi io in mezzo, sicuro di me, se pure con le ginocchia ribelli, Lidia e il maestro accolti sottobraccio a destra e a sinistra. Camminavano lenti, eppure leggeri, meglio di chiunque fosse considerato una persona anziana. Un osservatore dal suo lessico avrebbe scelto la parola “affetto”. Attraversammo prudenti ma sicuri il tratto di via Turati, dove, mi pare, ci fu favorevole e comprensivo il traffico quotidiano.
I giardini furono conquistati facilmente, noi per nulla simili a personaggi minori della Milano dell’Ottocento messi in teatro. Ai giardini ci attendeva una panchina tutta nostra, ombrosa e prossima a quella che, un tempo, era la grande gabbia delle scimmie, dove, bambino, venivo portato per distribuire noccioline. In quel momento questo era solo un bozzetto sfuocato, la convinta lontananza da un altro personaggio che non fosse me stesso. Devo però aggiungere che sul momento una parola sola avrebbe potuto avere la pena di una infrazione insensata. Lidia era chiusa in un silenzio che nemmeno l’orgoglio di un grande poeta avrebbe potuto spezzare con il suo verso migliore. Avevo letto la sua autobiografia, ma quel silenzio spezzava anche quel racconto. Sapevo cogliere la rottura dei tempi. Le sole parole che volarono nell’aria, leggere farfalle, furono poi del maestro rivolte a me:
“Guarda quel verde delle foglie, intenso profondo, eppure luminoso, è meraviglioso”.


Scorcio dei Giardini Pubblici


Feci il cenno di chi aveva capito, ma era un falso convenzionale. Il valore del colore, in teoria lo sapevo, era un abisso tra l’emozione, ampia come un ricco respiro e il mio distinguere o paragonare simile a un apprendimento scolastico. Ernesto poteva misurare la nostra pena con un metro che immaginavo ma non conoscevo. Il mio silenzio era un eco del tutto indifeso del silenzio di Lidia, dove ogni parola poteva indicare un confine smarrito, un futuro vuoto per un “io” che era costretto a percepirsi simile a un vuoto.
Ernesto forse lucidamente lo capiva. Quanto tempo siamo rimasti sulla panchina? Non l’ho mai saputo. So invece, di certo, cha fu Lidia a dire “adesso torniamo”. Il ritorno fu silenzioso, nemmeno una parola sulla nostra sosta. Io un po’ più veloce. Lidia ed Ernesto quasi indipendenti rispetto al mio sostegno. O stavo improvvisando un breve e inconscio racconto per tacitare la pena?
Ingresso della Casa delle rondini, Lidia abbandonò il suo appoggio e senza guardarmi disse: “Fulvio quando guarirò da questa malattia?”.
“Ci vorrà pazienza, ci vorrà del tempo, ma guarirai”.
Capivo che non potevo che aggrapparmi alla saggezza convenzionale e, infine, alla sua inutilità. Poi in fretta ho aggiunto “Vi accompagno di sopra?”
Ma Lidia questa volta sorridendo, quasi per punire con gentilezza la mia superflua e vana premura: “Adesso siamo capaci di prendere l’ascensore”.
Il “ciao” di Ernesto era una voce vuota, impersonale, lontana.