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lunedì 31 maggio 2021

LA GIUNGLA DEI SUBAPPALTI E ALTRO
di Alfonso Gianni

 
Piccola ma significativa storia di un decreto-legge
 
Il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto-legge in 68 articoli che assembla la questione delle semplificazioni e il tema della governance del Piano di Ripresa e Resilienza. Lo ha fatto non senza qualche sofferenza all’interno della maggioranza e nel rapporto con le parti sociali. Il che merita più di una riflessione. Possiamo pure cominciare dall’esito finale, del quale tutti si dicono soddisfatti. Il che, vista la turbolenza in atto fino all’ultimo momento, ingenera qualche sospetto. Mario Draghi aveva convocato in fretta e furia i sindacati confederali giovedì 27 maggio per un confronto sui punti controversi. Si è discusso dei subappalti, ma non della scottante questione dei licenziamenti, che Draghi ha considerato formalmente chiusa.
Le modifiche hanno riguardato quindi il tema dei subappalti, visto che l’argomento del criterio del massimo ribasso nelle gare d’appalto è stato stralciato dal provvedimento legislativo. La soluzione trovata è stata quella di mantenere un tetto per i subappalti pari al 50% innalzandolo dall’attuale 40%. Dal 1° novembre il tetto dovrebbe sparire in ossequio alle sentenze della Corte di giustizia della Ue, come quella del 26 settembre 2019 che aveva considerato illegittima l’apposizione del limite indipendentemente dalla sua entità. Al suo posto dovrebbe comparire un criterio alquanto indeterminato, basato sul fatto che l’affidamento dei lavori non potrà avvenire “in misura prevalente” e con il rafforzamento del “controllo delle condizioni di lavoro e di salute e di sicurezza dei lavoratori”. Una soluzione piuttosto scivolosa e rischiosa, poiché, come sappiamo, le capacità di controllo effettive sulle condizioni di lavoro nel nostro paese sono assai ridotte, anche per l’eseguità del numero degli ispettori del lavoro, come denunciato anche dall’ultimo Rapporto annuale dell’Ispettorato.
Gli altri aspetti del decreto governativo che riguardano il sistema di governance nella implementazione del Piano si sono risolti come era facilmente prevedibile, ovvero con un accentramento senza precedenti dei poteri in mano al Presidente del Consiglio. Inutile stupirsene. Draghi è lì esattamente per questo. Rappresenta direttamente l’attuale dirigenza della Ue. Come ha scritto con grande efficacia Lucio Caracciolo su Limes “Il Draghi-sistema è il vincolo esterno cogestito dall’interno”.
Conviene ora fare un passo indietro ai giorni che precedono l’ultimo Cdm per farsi un quadro più completo della vicenda. L’inconsueta asprezza del titolo del Sole24Ore di domenica 23 maggio - “L’inganno di Orlando”- avrebbe già dovuto fare capire chi era che si apprestava a dare le carte nella partita sulla proroga dei licenziamenti. Il giornale confindustriale non è solito sparare a vuoto. Qualche affidamento da parte di chi conta nel governo era probabilmente già stato dato alla Confindustria. E il dubbio su chi fosse in realtà l’ingannatore e chi l’ingannato avrebbe dovuto già sorgere in più d’uno. Quanto è accaduto poi, con il correlato di dichiarazioni e commenti, lo dimostra.
Pare che il ministro Orlando abbia dovuto agitare la minaccia delle dimissioni. Poi non attuata non solo perché intrinsecamente debole, ma soprattutto perché non sarebbe stata sostenuta dal suo partito di cui è capodelegazione nel governo. Del resto il Pd era già pronto ad assorbire il colpo - a proposito di “resilienza” - e a dichiarare che la soluzione prevalsa dopo lo scontro in Consiglio dei ministri si configurava come un ragionevole compromesso. Basta stare al merito per capire che non è così.



Dal 1° luglio le imprese manifatturiere ed edilizie avranno la possibilità di scegliere tra due opzioni: utilizzare la cassa integrazione ordinaria in modo gratuito, in questo caso - e mancherebbe altro - non potendo licenziare durante l’uso della medesima; oppure licenziare senza chiedere l’intervento della Cig. Gli anglosassoni la chiamano una soluzione win win, solo che in questo caso a vincere è uno solo, il padrone (desueto quanto appropriato termine), qualunque delle due alternative scelga. Nel primo caso risparmia sulla Cig, ovvero tra il 9% e il 15% della retribuzione, che palazzo Chigi chiama “un forte incentivo” a non interrompere il rapporto di lavoro. Nel secondo potrebbe procedere subito ai licenziamenti. Dove stia il compromesso, prima ancora della sua ragionevolezza, resta davvero oscuro.
Già la proroga limitata al 28 agosto era indigesta ai lavoratori e al sindacato che su questa questione si gioca un bel pezzo di credibilità, già non fortissima dopo l’endorsement incautamente fornito al buio all’atto della nascita del governo Draghi. Ma così la situazione precipita verso un disastro sociale. Il binomio con il decreto semplificazioni, pur con le modifiche di cui sopra, non è casuale. Era già chiaro dal discorso di Draghi sulla fiducia che su quel versante non ci si poteva aspettare che il peggio. In un paese che l’anno scorso ha accumulato la tragica cifra di 1270 “morti bianche”, oltre tre al giorno se si lavorasse tutti i giorni dell’anno, solo una logica disumana condita da lacrime di coccodrillo può pensare a cuor leggero alla liberalizzazione di appalti e subappalti e di accelerazione del lavoro nei cantieri.
Insomma il padronato è all’offensiva sul fronte del lavoro, come su quello della proprietà, con particolare riguardo a quella intellettuale oggi sempre più chiave del sistema. Basti guardare alla questione brevetti sul vaccino e sui farmaci anti-Covid. Capitale contro lavoro. Si chiama lotta di classe. Senza pudore Carlo Bonomi dichiara che l’Italia è in piedi grazie alle aziende, tace sul fatto che il 74% dei flussi di denaro governativi sono andati alle imprese e che esse hanno operato grazie a lavoratori costretti a prestare la loro opera malgrado lo scoppio della pandemia. E se questo non è proseguito durante tutta la fase pandemica lo si deve alle azioni di sciopero, non certo alla benevolenza padronale.



La Confindustria non vuole “sprecare la crisi”; si prepara ad una riorganizzazione della produzione che comporta una massa di licenziamenti e una riduzione stabile della forza lavoro occupata. E il Pnrr glielo consente. Industria 4.0 non è solo una sigla numerico linguistica, ma una sfida e una minaccia alla già debole occupazione. Questo piano confindustriale che non si ferma all’emergenza non sopporta neppure i più timidi ostacoli. Il vice di Bonomi, Maurizio Stirpe, ha detto esplicitamente che questa vicenda “è destinata a segnare in modo profondo anche i rapporti tra Confindustria e il ministero (del lavoro)”. Non sono più i tempi in cui “noi siamo governativi per definizione”, come diceva Gianni Agnelli. Quindi l’associazione padronale punta ad articolare la sua tattica, dosandola ministero per ministero, cercando così di disarticolare la maggioranza e costruendosi la propria ideale interfaccia governativa. Spetta soprattutto al sindacato impedirglielo. Ed è bene che Maurizio Landini abbia dichiarato che la vicenda della proroga dei licenziamenti non è da considerarsi chiusa. 

COSTA SAN GIORGIO E I SUOI DIFENSORI


Un momento della maratona civile
a Firenze

Particolarmente onorati dell’adesione arrivata in questi minuti dall’autore di un’opera fondamentale per la memoria della storia della nostra città, che gelosamente custodisco, Firenze architettura e città. Avendo lavorato per parecchi lustri in quella scuola, mi piace ricordare che una copia del volume e dell’atlante allegato è anche nella biblioteca di redazione del giornale studentesco “Scuola & non solo”, uscito in 56 numeri fra il 1992 e il 2018 nell’Istituto di Istruzione Superiore (una volta ITI-IPIA) “Leonardo da Vinci” di Firenze, in Via del Terzolle.
 Grazie, prof. Fanelli, della Sua firma sotto il Manifesto Boboli-Belvedere!
Qui il video (purtroppo privo al momento dei primi interventi, dello scultore Piero Gensini e del ricercatore Paolo Paoletti): https://youtu.be/t-HiaYoEypM.
Qui l’elenco degli oltre 600 sottoscrittori del Manifesto alla data del 28 maggio, cortesemente pubblicata sul suo blog ‘Odissea’ da Angelo Gaccione: https://libertariam.blogspot.com/2021/05/firenze.html.
Per Idra
Girolamo Dell’Olio  

 
L’ADESIONE DI FANELLI 
Sottoscrivo il Manifesto Boboli-Belvedere 


             
Dovrebbe essere evidente e addirittura scontato che:
1) la destinazione ad albergo del complesso dell’ex ospedale militare di Costa San Giorgio è assolutamente impropria rispetto anche solo a una elementare visione urbanistica e una basilare corretta gestione urbana;
2) il complesso di Costa San Giorgio inserito in un progetto di valorizzazione coordinata delle realtà Boboli-Forte Belvedere-Giardino Bardini, costituirebbe un sistema di spazi culturali e ricreativi di eccezionale valore per l’intera città tanto da proporsi come esemplare all’attenzione (ammirazione) della cultura mondiale.
Spero che si riesca a fermare questa delittuosa mostruosità urbanistica e culturale.
 
Giovanni Fanelli
già professore ordinario di Storia dell’architettura, autore dei libri:
Firenze architettura e città, Vallecchi, Firenze 1973;
Firenze,
 Le città nella storia dItalia, Laterza, Roma-Bari 1980

 

L’AFORISMA



Nella discesa degli anni, ogni passo è in salita.

Nicolino Longo

RIPENSARE LA CITTÀ
di Giannozzo Pucci


Un momento della maratona civile
a Firenze

Costa San Giorgio e identità
 
Generalmente si è portati a pensare, anche i politici, che si governa con le leggi, i progetti, i piani urbanistici, i grandi interventi che “lasciano il segno” nella memoria della città, in realtà il segno più importante si lascia con la concezione di governo, che guida le tante piccole o grandi scelte politiche che spingono o meno i cittadini a fare il bene comune nelle loro attività.
Negli anni ’60, col nuovo piano regolatore, si confrontarono due visioni opposte, quella di La Pira, che voleva una città circolare, con una reinterpretazione fedele della sua storia sia in centro che nei nuovi insediamenti, come si può vedere oggi nel vecchio Isolotto. Vinse invece la visione di Detti, l’estensore del piano, il quale, a seguito delle idee moderniste di Le Corbusier, voleva una Firenze che togliesse dal centro storico tutte le sue funzioni per i fiorentini per trasferirle in gran parte verso la piana di Nord-Ovest, mentre il centro, come salotto buono, doveva essere consegnato al turismo e alla rappresentanza.
Questa concezione, contrastante con l’identità profonda di Firenze è stata seguita, salvo qualche rara eccezione, da tutte le giunte susseguitesi per 60 anni. Il motivo è che chiunque, anche senza nessuna cultura della nostra città, può praticarla quasi passivamente, seguendo la corrente.
Lo sport urbanistico più diffuso è stato quindi l’esportazione di funzioni anche storiche, come la giustizia, dal centro e per tutti i vuoti che si sono formati nella politica sono apparse fra i decisori solo e sempre le stesse idee: 1) un museo; 2) un albergo o residenze turistiche.
Verso la fine degli anni ’80, Pierluigi Cervellati che da assessore all’urbanistica è riuscito a mantenere la vitalità moderna e tradizionale nel centro di Bologna, commentò: “Il centro storico di Firenze è il più vuoto e il più ingorgato d’Italia.” Ingorgato perché, qualunque svuotamento si faccia, continuerà ad attrarre con la sua bellezza e magnetismo tantissime persone: giovani dalle province nelle notti dei fine settimana, turisti usa e getta o danarosi, ma tutti consumatori della storia dei fiorentini, i quali in massima parte sono costretti a vivere altrove. La degenerazione della cultura politica traspare dalla mancanza di memoria, ad esempio che la nostra creatività spunta anche ora fra persone che vivono o lavorano in centro e che conoscendolo per quotidiana consuetudine sono più capaci di proteggerlo.
Una classe politica con un minimo di grazia di stato, sapendo che quel luogo straordinario corrispondente all’ex scuola di sanità militare a Costa San Giorgio è in vendita, dovrebbe per prima cosa assicurarsi che almeno dopo i 99 anni torni alla città e poi cambiare i vincoli di destinazione urbanistica solo a condizione di garantire una quota sensibile e a basso prezzo per attività tipiche dell’identità di Firenze e assicurarsi che il tipo di traffico veicolare sia consono alle strade e alle destinazioni per cui si concede la funzione d’uso.
 

 

domenica 30 maggio 2021

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada


 

La metafora della guerra


Come ho avuto modo di dire, i simboli alfabetici, in numero molto limitato, furono ideati dal pastore indoeuropeo per rappresentare l’attività riproduttiva, per cui la realtà, spesso, è una metafora di ciò che avviene nel grembo o, meglio, di ciò che si ritiene avvenga. In molti altri casi ci si servì di quella simbologia per indicare oggetti, sensazioni, sentimenti ecc. Quando i greci vollero indicare: io odio, coniarono il verbo: (echtheo) χθ-έω, avvalendosi di questa semplice perifrasi: è ciò che consegue per me, quando più passa il tempo e più mi gonfio (perché lego costipando dentro di me tutto il malanimo, causato dal mancare, nel senso di torti subiti). Quindi, l’immagine del grembo, cresciuto a dismisura per i torti accumulati, servì a greci e anche ai latini per indicare che cos’è l’odio. In altra occasione, infatti, i greci si erano avvalsi di (miseo) μισ-έω per dire: io odio (da cui, in italiano, misantropo), utilizzando questa circonlocuzione: è ciò che consegue dal rimanere il legare. A questo proposito si ricorda l’espressione dialettale: “come mi fa gonfiare!”, ad indicare accumulo di acredine, rabbia, livore.


Poi da (echthos) χθος furono dedotti gli aggettivi: (apekthés) πεχθής: odiato, nemico e (ekthros) χθρός: inviso, nemico, ostile.
I latini coniarono l’aggettivo inimicus, come contrario di amicus, che è colui con cui trascorro piacevolmente il tempo, perché c’è un forte legame affettivo da sempre. Invece, il nemico rappresenta colui con cui non si lega, ma colui che manca, poiché ha fatto gravi e innumerevoli torti.
Bisogna ricordare che anche la guerra, che gli antichi ben conoscevano, venne rappresentata attraverso delle metafore attinenti al grembo. D’altra parte, la guerra avveniva con sbarramenti fissi (fortezze) e con sbarramenti umani per contrastare l’azione di sfondamento del nemico.
La creatura che nasce, cresciuta a dismisura, si protende in avanti (l’immagine del nemico) per conquistare il territorio che non è il suo (il suo spazio è il grembo). Chi subisce la guerra adotta delle strategie: erige mura di difesa e chiude con falangi, con legioni e quant’altro l’unico varco possibile, dove, durante il travaglio, si svolge la battaglia campale. Quindi, lo spazio strettissimo, in cui si va ad incuneare la creatura per poter nascere, diventa pericoloso trabocchetto per tendere insidie mortali.



I greci per indicare battaglia, combattimento, mischia coniarono (polemòs) πολεμός, che contiene questa perifrasi: è ciò che si verifica, quando la creatura sta per nascere: la lotta del travaglio oppure si potrebbe trattare di una metafora dell’eiaculazione. Poi dissero che, se c’è una battaglia, ci sono i nemici; pertanto, da πολεμός dedussero (polémios) πολέμιος: nemico, da cui estrapolarono πολεμικός: ciò che riguarda la battaglia, il bellicoso e polemista, per indicare il combattente, colui che fa la guerra. Gli italici usarono polemico, polemica, polemista in senso attenuato, forse non tanto in conseguenza di un combattimento, ma che innesca un combattimento. Quante polemiche verbali sono il segno di divergenze insanabili o ne sono la causa!



I latini mutuarono il concetto di hostis da (ostizo) στίζω: spingo, a sua volta dedotto da θ-έω: spingo, caccio, allontano (significati ricavati dalla perifrasi: è ciò che si genera dalla crescita della creatura) e da (osticòs) στικός: violento, impetuoso, attribuendo non solo il significato di nemico, ma anche di straniero.
Il nemico che ti fa guerra è diverso da te, in quanto viene da una terra (il grembo), che è misteriosa e sconosciuta ed ha una potenza micidiale. Nella spinta di chi cresce, c’è il legare (l’accumulo di odio e di acredine), causato dal mancare (dai torti subiti e dal bisogno). Nel bambino che si protende in avanti, che cresce (auri sacra fames), c’è tutta la spinta offensiva (determinata dal legare, quindi dall’odio) di chi vuole sfondare a causa del mancare, come bisogno incoercibile. Caratteristica del nemico è essere ostile (va sempre contro) ed è ostico come diverso, in quanto straniero, anzi: di terra straniera.
I greci, inoltre, coniarono il verbo medio μάχομαι: combatto, contendo, lotto, a seguito di questa perifrasi: è ciò che deduco per me dal rimanere il passare, che rappresenta il travaglio. Quindi coniarono μάχη: lotta, combattimento, poi μηχάνη, in dorico μαχάνη, in italiano, macchina (anche da guerra). Gli italici dedussero, anche, macina (da cui macigno) e macinare, probabilmente macello, nel senso di fare una strage e macerie nel senso di rovine conseguenti al combattimento. I latini con maceria avevano indicato un muro a secco (come barriera di contenimento) e maceries maceriei come pena, afflizione per l’esito del parto/guerra. I latini, inoltre, avevano dedotto, mac-eo: sono macilento, mac-er: magro, esile, quindi: mac-erare.  



I latini, per indicare combattimento, battaglia, duello, si avvalsero di pugna, da collegare al greco (pygmé) πυγμή: pugno, lotta a pugni, lotta, che rappresenta l’accapigliarsi di due avvinti in una stretta mortale, come la creatura nella fase finale della nascita. Da chi combatte si dedussero: pugnale, pugnace, come strenuo combattente, pugnare (combattere), impugnare, come azione di contrasto, da cui impugnativa e impugnazione, espugnare, ad indicare la riuscita dello sfondamento con relativa occupazione del territorio del nemico. I latini con repugnare avevano voluto indicare: essere in contrasto, essere inconciliabile, essere incompatibile, per cui con repugnantia indicarono: contrasto, incompatibilità, inconciliabilità, antipatia, mentre gli italici assegnarono a ripugnanza il significato di avversione viscerale e di disprezzo fino al disgusto. Infine, nel mio dialetto l’espressione: tenere una pugna con uno sta ad indicare: risentimento profondo, con senso di rivalsa per un torto subito.
I latini, oltre a pugna, coniarono bellum con significati affini. C’è chi lega bellum a duellum, in quanto le due metafore sono simili. Con bellum i latini dissero: è ciò che avviene quando la creatura sta per nascere, con duellum: per nascere c’è da affrontare uno scontro fatale a due. Da bellum furono dedotti: imbelle, ribelle, ribellione. Nel mio dialetto: u ribill’ (il ribello) indica una confusione di gente concitata per un evento coinvolgente.
Per fare la guerra ci vuole l’esercito, per cui i greci coniarono (stratòs) στρατός, ad indicare una compagine serrata per impedire il passaggio. Da stratòs furono dedotti: stratega (se c’è un esercito, c’è una guida), che adotta delle strategie, che è strategico, che si avvale di stratagemmi. Da rimarcare che gli eserciti greci, come tutti quelli antichi, erano disposti su più file, su più strati, per cui il concetto di stratificazione (da sterno/stratus dei latini) potrebbe risalire a στρατός. Inoltre, dedussero στρατό-πεδον: accampamento, che per i latini fu castra castrorum, come esercito che si sposta per raggiungere la località dello scontro.



Per non farla troppo lunga, mi voglio soffermare su miles militis e su esercito.
Miles è colui che si oppone, legando con gli altri commilitoni, a che avvenga il mancare come nascita. Con mancare si è inteso dire il venir meno, come cedere e pur di non cedere è disposto al sacrificio estremo. Da miles furono dedotti milizia e milizie, militare (aggettivo e verbo) e militanza.
In latino exercitus fu aggettivo e fu nome dedotto: exercitus exercitus. Dall’aggettivo exercitus: esercitato nelle avversità, duramente provato, abile a fu dedotto il concetto di esercizio: in chi ha provato e riprovato ed ha acquisito abilità, ci sono stati esercizi ripetuti, per cui io prediligo questo tipo di esercizio, in funzione di acquisire padronanza in, e, in particolare, l’esercizio della mente, della memoria, delle virtù, della volontà ecc.
Tornando ad esercito, come gruppo compatto predisposto alla difesa, bisogna ricordare che questo nome fu dedotto dal verbo arceo: serro, rinchiudo, trattengo, impedisco, proteggo contro, allontano. Con arceo (da cui arx arcis: roccaforte), i latini pensarono a tutte le difese per contrastare la nascita della creatura, in questo senso si parla di metafora del grembo. Da arceo fu dedotto exerceo/exercitum che è ciò che nasce da arceo: travagliare, tribolare, molestare, non lasciar riposare, tenere vivo, tenere in esercizio, esercitare. Dal participio passato exercitus che contiene i significati dedotti da arceo: proteggo contro ecc. fu dedotto l’esercito: in chi ha protetto contro, in chi si è esercitato a proteggere contro si deduce il concetto di esercito.
Ben venga, dunque, l’organizzazione militare per la difesa, per opporsi all’invasore, così come fu concepito dal civis romano, che, però, con il passare del tempo, utilizzò l’esercito per compiere invasioni e per realizzare il dominio sui popoli. A conclusione di queste riflessioni su arceo, mi piace ricordare che in greco (arceo) ἀρκέω acquisì i seguenti significati: respingo, allontano, resisto, sto saldo, che fanno sicuramente pensare a un collegamento con arx arcis, ma anche ad esercito.
I greci per indicare il comandante dell’esercito avevano coniato stratega (da στρατός), il polemarco (da πολεμός) e, in un certo senso, l’arconte polemarco. Inoltre, per indicare chi esercita una supremazia, si avvalsero di egemone. I latini coniarono dux, colui che guida. In realtà il duce, nella metafora del grembo, è colui che ha ideato un abile stratagemma: far crescere la creatura per farla passare attraverso lo stretto cunicolo.



I greci, per indicare la vittoria, coniarono (nike) νίκη, che è quella che riporta la creatura che viene alla luce. I latini coniarono il verbo vinco, con grafia greca υινχω, che è ciò che avviene quando passa/nasce la creatura. Quindi, dedussero vincitore e da victus (che ha vinto/che è stato vinto): victor e victoria.
I greci dedussero dal verbo medio (essaomai) σσάομαι: sono vinto (essa) σσα: sconfitta, da cui, poi, i latini ricavarono vexare/vessare. I latini, inoltre, si avvalsero di clades: perdita, rovina, flagello, dedotta, probabilmente, da κλάω: spezzo, tronco o da κλαδεία: potatura. Gli italici usarono s-confitta, dalla creatura morta durante il travaglio.
Si ritiene opportuno concludere queste riflessioni sulla guerra, ricordando il processo formativo di pace. Con pax pacis (anche questa è metafora del grembo), i latini dissero: fa dal generare il mancare l’andare a legare, in quanto la pace implica il concetto di riappacificazione. Il pastore latino ricorda che, in natura, dopo il mancare, che rappresenta la crescita del flusso gravidico, avviene il legame tra madre e figlio, particolarmente fruttuoso. Nella riconciliazione si ottengono grandi risultati. La pace è legame che porta come frutto la nascita della creatura, che è un grande bene. I greci si erano avvalsi di (eirene) ερήνη (da cui in italiano: irenico), che ha lo stesso significato: dopo il mancare dell’inseminazione, ciò che fa nascere la creatura è il legare nel grembo (quello tra madre e figlio).

LA BUONA EDUCAZIONE



“In quanto a educazione, a scuola imparai
tutto quello che mi insegnarono i genitori”.
Nicolino Longo

 

 

 

PER DECIDERE INFORMATI
di Paolo Celebre
 

Un momento della Maratona civile
a Firenze

Ancora su Costa San Giorgio
 
Da un po’ di tempo sulla stampa cittadina politici ed opinionisti dicono che dobbiamo smetterla col turismo massificato, che sono preoccupati per il declino di questa città, che dobbiamo riportare residenti e servizi nel Centro storico e cambiare questo modello di accoglienza.
Ma poi vediamo che si vorrebbe sostituire il turismo di massa col turismo elitario, con operazioni tipo questa di Costa S. Giorgio, o quella di via S. Gallo, di via Bufalini o dell’ex Collegio della Querce e ora di Villa Basilewsky, e potrei così continuare. Pezzi interi e pregiati della città consegnati ai resort del lusso, agli appartamenti di charme, ai grandi fondi immobiliari.
Ci dicono anche che dobbiamo costruire una “Città della conoscenza” in un clima di rinnovata apertura ed integrazione fra residenti e giovani delle università, delle scuole di formazione e delle sturt up e che in questo modo produrremo vivacità culturale e prosperità economica.
A noi sembra invece, che al posto di un “Nuovo umanesimo”, abbiamo più lavoro precario e dequalificato, più movide e più necessità di emigrare per i giovani, più possibilità di essere impiegati al solo servizio di chi i viaggi se li può permettere.
Intanto sempre più residenti e lavoratori impoveriti sono spinti lontano dal Centro storico e dai quartieri moderni, ai margini dell’area metropolitana o nelle province vicine, strangolati da affitti e spese diventate insostenibili.
Ci dicono anche che la città smart dovrà aumentare la sua taglia e che, dopo aver perso 100.000 abitanti in mezzo secolo e 22.000 negli ultimi 5 anni, paradossalmente dovrà diventare una “Grande Firenze”, con nuove edificazioni, con il suo aeroporto, il suo inceneritore, la sua stazione dell’Alta velocità, le sue confuse e costosissime infrastrutture, a spese del suolo naturale e dello spazio aperto.
Invece della città policentrica, fatta di centri storici, nuclei abitati e attività agricole che generazioni di amministratori ed urbanisti hanno faticosamente difeso, avremo una grande periferia. Con un milione e mezzo e persino due milioni e mezzo di abitanti, come favoleggia qualche influente personaggio senza vergogna: un sogno per tutti i palazzinari.
Così, fuori dai quartieri eccellenti, continuerà un turismo di massa indigeribile, per gitanti scesi dalle navi da crociera, per frettolosi frequentatori di musei e di affitti brevi, per tutti coloro che nel mondo possono ancora permettersi di disporre di tempo libero retribuito. Mentre i cittadini, privati ora anche del proprio patrimonio culturale, se vorranno andarci in quella ormai irriconoscibile Firenze, o raggiungerla per lavoro, potranno sempre farlo in tramvia.
Ma se vogliamo invece promuovere quello che qualcuno chiama “turismo posato”, lento e riflessivo, se vogliamo facilitare l’integrazione tra turisti e residenti, dobbiamo invertire questa mortale distopia. Fermando in primo luogo operazioni come questa, rivendicando il nostro diritto di decidere informati, di essere adeguatamente e frequentemente consultati, prima che queste istituzioni screditate, lo facciano al nostro posto.

 

SALVARE COSTA SAN GIORGIO
di M. Cristina François


Un momento della Maratona civile
in Piazza della Signoria
 
Firenze. Premetto che la mia riflessione di oggi nasce da un mio lungo lavoro storico-archivistico sulla Costa San Giorgio le cui tappe sono state illustrate in 11 articoli che ho pubblicato sulla rivista on line Cultura Commestibile dell’editore Maschietto.
(https://maschiettoeditore.com/wp-content/uploads/2021/05/Cultura-Commestibile-401.pdf
gli 11 numeri della rivista sono: 367, 368, 369, 370, 371, 372, 377, 378, 379, 380, 401).
Queste tappe sono state percorse attraverso vari contesti, quali l’archeologico, l’idrogeologico, l’architettonico e artistico, il religioso, l’antropologico e socio-economico.
Riprendendo ora qui brevemente l’aspetto socio-economico, vorrei fare la riflessione che segue: il grande albergo che dovrebbe snodarsi al di sopra del complesso di S. Felicita fino al Vicolo della Cava sarà verosimilmente, come accade, comprensivo di tutte quelle strutture e attrezzature che rispondono alle esigenze del turista in questi ambienti di lusso: cioè, stand commerciali interni dove gli ospiti troveranno ciò che si prevede essi ricerchino.
Di primo acchito questo universo, in realtà molto  chiuso nella sua autarchia, potrebbe sembrare per Firenze un’occasione di plurime offerte di lavoro in quel contesto, ma se si riflette e si analizza più a fondo vedremo che per dare vita a nuovi centri commerciali interni, verrebbero penalizzati quelli esterni che pulsano nella vita cittadina del quartiere e respirano nel quotidiano da tanti anni, se non da secoli, portatori - alcuni di essi -  del carico di storia  insostituibile degli stessi locali da loro occupati.
Inoltre, la verosimile chiusura dei clienti dentro questa grande surface alberghiera riservata, non favorirebbe alcuna vera interazione con la città. La città, dal canto suo, non avrebbe da guadagnarci nulla o quasi da questi visitatori d’élite se essi non interagiranno attivamente anche col settore commerciale diffuso nel quartiere le cui attività da decenni, se non da secoli, sono svolte nella medesima bottega o in edifici carichi di una storia sempre più distante dal turismo attuale compreso quello di élite.
Faccio alcuni esempi: di fronte alla chiesa di S. Felicita in via Guicciardini, dove ancor oggi si vendono ricordini turistici, c’era per i visiteurs du grand tour un negozio denominato Souvenirs, a piano terra del palazzo Nerli dove, fra l’altro, abitò qualche tempo Fedor Dostoevskij.
In via Toscanella, al tempo dei Lorena, aveva aperto uno dei suoi laboratori il legnaiolo di Corte Francesco Spighi; in questo stesso ambiente, oggi, i restauratori Martelli ne ricordano la continuità.
In piazza Pitti si vendono ancor oggi dal 1856, i lavorati in pergamena e carta a mano.
In piazza San Felice, quella che fu la Spezieria granducale Lorenese è oggi Farmacia in servizio e conserva nel retrobottega l’annessa sala anatomica settecentesca. In via Romana, si continua nello stesso locale, la vendita della produzione artigianale di oggetti in ferro battuto, lampadari in “stile fiorentino” e arredi. E così seguitando si potrebbe raccontare di botteghe che hanno un valore aggiunto per la contestualizzazione storica, le ultime, che non devono morire.
 

 

 

 

 

sabato 29 maggio 2021

FIRENZE. MARATONA CIVILE
di Girolamo Dell’Olio


Un momento della Maratona

La prima, primissima cosa da fare, amiche e amici care e cari, sono le nostre scuse con le/i tante/i di voi che non siamo stati in grado di raggiungere al telefono, o di ammettere al microfono dopo che avevano avuto la gentilezza di venire all’appuntamento, o di leggere dopo aver ricevuto i loro apprezzatissimi messaggi. La maggioranza: 32 su 57! È stato possibile infatti raccogliere le testimonianze di Ugo Barlozzetti, Paola Grifoni, Antonio Natali, Maria Grazia Messina, Vittorio Maschietto, Mario Bencivenni, Mario Carniani, Mariarita Signorini, Andrea De Marchi, Paolo Paoletti, Laura Fenelli, Corso Zucconi, Giorgio Galletti, Francesco Pancho Pardi, Laura Barile, Anna Guerzoni, Alessia Lenzi, Vincenzo Abruzzo, Sonia Salsi, Mara Visonà, Luigi Zangheri, Angelo Baracca, Piero Gensini, Antonio Paolucci, Luca Pezzuto. Ma non c’è stato tempo e modo per ospitare Francesco Re, Leonardo Rombai, Anna Guarducci, Angelo GaccioneMarco Massa, Maria Cristina François, Giuliano Rossetti, Paolo Celebre, Giovanni Pallanti, Giannozzo Pucci, Adriana Dadà, Silvia Mascalchi, Maria Letizia Regola, Pamela Giorgi, Moreno Biagioni, Oliva Rucellai, Grazia Gobbi Sica, Alvaro Company, Marinella Del Buono, Laura Baldini, Pier Paolo Donati, Padre Bernardo Francesco Gianni, Abner Rossi, Carlo Spagnolo, Vittorio d’Oriano, Franco Cardini, Pietro Piussi, Marco Geddes da Filicaia e Giovanna Lori, Giancarlo Donati Cori, Enzo Pranzini, Ilaria Borletti Buitoni.

Chi c’era ha potuto rendersi conto che veramente il compito era superiore alle forze: l’abbondanza e la qualità delle adesioni ci hanno costretto a una serie di rinunce dolorose. Perché davvero i contributi arrivati in forma scritta che non siamo riusciti a leggere, e quelli in voce che avremmo desiderato ospitare, meritavano e meritano ascolto e diffusione.



Pur coi suoi limiti (non avevamo sedie a disposizione, e con tutte quelle mascherine era difficile persino riconoscerci), è stata tuttavia un’esperienza particolare, un bel mix di teste e di cuori: una piccola galassia di discipline, arti, culture e provenienze differenti, anche anagrafiche, ha avuto modo comunque di vedersi, incontrarsi, ascoltarsi. Solo un inizio, speriamo. Una manifestazione di dissenso partecipato alto, un monito oggettivo a chi amministra senza ascoltare. Ma anche un abbozzo di cantiere costruttivo di idee.
Si può far meglio, si dovrà far meglio. Noi che lo abbiamo proposto confidiamo perciò che non si interrompano i legami fra noi, e anzi che si estendano ad altre esperienze. Per intanto, ci daremo da fare per raccogliere in un dossier i testi arrivati. Non appena avremo, come speriamo, le clip video - o almeno gli audio - dei singoli interventi, potremmo proporvele perché ciascuno provveda, se lo desidera, a trascrivere il proprio e a regalarci il testo da confezionare nel dossier finale. Che poi potrà prendere le strade più opportune: Palazzo Vecchio, Palazzo Pitti, la Regione Toscana, il Ministero dei Beni culturali, l’Unesco…
Se lo condividete, potremmo fare anche un passo avanti nella comunicazione fra tutti noi, mettendo in chiaro i nostri indirizzi elettronici. Se ci autorizzate, le prossime mail le invieremo a un elenco trasparente.
Questo messaggio – che qui parte all’indirizzo di tutte/i coloro che hanno risposto all’invito alla maratona di oggi - lo inviamo volentieri anche alla sorpresa della mattinata, la rappresentanza più giovane: l’Associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”. Con la collaborazione di Andrea De Marchi, avevamo ipotizzato di affidare loro la lettura degli oltre 600 nominativi dei firmatari del Manifesto... ma figuriamoci! Non c’è stato il tempo nemmeno di iniziarla. Meno male che quei nomi sono tutti comunque qui, https://libertariam.blogspot.com/2021/05/oltre-seicento-adesioni-forte-belvedere.html, sul sito “Odissea” del caro Angelo Gaccione, che torniamo a ringraziare anche per questo.

Un caro, carissimo saluto da
Sabina Laetitia de Waal e Girolamo Dell’Olio



UNA TESTIMONIANZA

 
Impossibilitato a partecipare alla Maratona davanti a Palazzo Vecchio - per la quale avevo dichiarato la mia disponibilità -, vi invio un breve messaggio.
Il processo per trasformare Firenze in una città vittima sempre più del turismo predatorio "usa e getta" sta procedendo inesorabile ed è destinato a riprendere, nonostante le affermazioni che "nulla sarà come prima", anche dopo la fine della pandemia. Siccome però tutto ciò non è frutto del destino "cinico e baro", ma di precise scelte politiche, è possibile fermare tale processo. Occorre che l'altra Firenze", quella solidale, attenta alla cura delle persone e dell'ambiente, fautrice di un turismo consapevole e sostenibile, riesca mettere insieme le sue molte esperienze ed energie, portandole e facendole pesare all'interno del Palazzo, riuscendo a bloccare gli interventi oltraggiosi come quello denunciato dal Manifesto Boboli-Belvedere", difenda la città da chi vuole consumarla e distruggerla in nome del profitto.
Confido che l'azione oggi concretizzatasi nella Maratona vada avanti, produca altre iniziative, porti davvero ad una svolta nelle politiche cittadine.
Buon lavoro a tutte/i noi!
Moreno Biagioni



ALCUNI MOMENTI DELLA MARATONA