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martedì 18 maggio 2021

CRONISTORIA BELLICA DI UN SUPERSTITE
di Nicolino Longo


Soldati a El Elamein

Il soldato di Fanteria Mobile Giuseppe Longo, numero di matricola, 23745, è stato uno dei pochissimi superstiti della battaglia di El Alamein.
 
I.
Nel mio articolo sono trattati atti di sprezzante e raccapricciante autolesionismo, ed i sacrifici affrontati da uno sprovveduto contadino, quale era mio padre, in un contesto bellico, quello di El Elamein, altrettanto esiziale e raccapricciante, che procurò la distruzione totale di diversi battaglioni dell’esercito italiano e tedesco. Nel rileggermelo mi ha fatto piangere veramente a dirotto. Pensavo che mi prendesse il terzo infarto.
[Nicolino Longo. 6 maggio 2021]
 
Come da suoi racconti e foglio matricolare, Saluzzo, Chieti, Galatina, Galatone, Molfetta, Brindisi, i luoghi in cui Giuseppe Longo (in forza al 44° Reggimento Fanteria di stanza in Saluzzo, con predesignazione al I Battaglione Complemento per il 260° Fanteria) prestò servizio militare, per poi sbarcare -avendo usufruito, dappoiché nato il 29 luglio 1921, di un anno di rinvio per due fratelli già al fronte- solo il 27 febbraio 1942, a bordo di un bimotore decollato dalla Puglia, a Tripoli. L’atterraggio ebbe a concludersi -tanto per cominciare - con un gran spavento per tutti gli aviotrasportati, essendo, in fase di rullaggio, scoppiato uno pneumatico al velivolo. Di lì a poco, dovette, comunque, assistere, “obtorto collo”, non solo a chi, in preda alla tanatofobia, non riuscirà più a ingurgitare cibo, fino all’inanizione, ma anche alle molteplici e truculente mutilazioni che talaltri suoi commilitoni, quali cutter, si autoprocureranno “en cachette”, con le proprie armi, per farsi rimpatriare: ci fu, infatti, chi si fece saltare un braccio, chi l’indice della mano destra, e chi arrivò persino a rendersi  reo di edipismo, ossia di autolesionismo diretto sugli occhi (in specie, quelli atti alla mira), ma anche chi si finse matto, per venire poi sottoposto, ovviamente senza previa anestesia, a onicectomia, o ad altre torture tendenti  sempre allo smascheramento, fino a rinsavire. Tutto questo per difetto di self-control, a causa dell’eccessiva fobia bellica. Lui si propose, invece, di far rientro tutto “intero” in patria, e se qualche “pezzo” (o tutto il corpo) avesse dovuto pur perderlo, questo sarebbe dovuto avvenire solo ed unicamente per causa di servizio, e bensì non per follia fobica autolesionistica. Non mancò però -come poi racconterà- di affidarsi alla promessa di un voto, se, a fine conflitto,  fosse rimasto vivo: recarsi a piedi nudi al santuario della Madonna del Pettoruto, in San Sosti, CS: voto il cui scioglimento poi, vuoi per motivi di riservatezza, vuoi per asperità dei sentieri da attraversare, non sarà mai onorato da lui, se non con l’atto della confessione auricolare in occasione della celebrazione, assieme ad Ada Ferraro, delle sue nozze d’oro, 20 febbraio 2000, di cui avrà ad occuparsi, con dovizia di particolari, Il Quotidiano della Calabria.
 

Longo al fronte in
Africa nel 1942

II. 
Ridotta Capuzzo, Sollum, Tobruch, Derna, Porto Said, Sidi Barrâni, Marsa Matruh, Alessandria, Il Cairo, i toponimi libico-egiziani che rimarranno, invece, tristemente (e maggiormente) impressi, per sempre, nella sua memoria di ex combattente in forza al 61° Reggimento Fanteria Mobile, in Africa Settentrionale. Come anche la morte vista in faccia nel Canale di Suez, nelle cui acque fu catapultato, per scherzo, da un suo commilitone, ignaro del fatto che non sapesse nuotare, e dalle cui profondità riemerse, dispnoico e annaspante, dopo qualche minuto, solo per miracolo, o chissà quale legge fisica (di Archimede?) o di sopravvivenza. Il luogo di cui più spesso, e dolorosamente, avrà, comunque, a ricordarsi, sarà quello in cui fu fatto prigioniero, El-Alamein. Qui, più che altrove, infatti, rischiò la vita sia quando una scheggia di bomba ebbe a rasentargli un fianco, sia quando persino un carro armato amico, arretrando, nottetempo, sotto il fuoco intenso e travolgente dell’artiglieria inglese (che disponeva di blindati assai più robusti e più veloci di quelli dell’ACIT), ebbe a passare, lasciandolo fortunosamente illeso, proprio sulla trincea d’approccio da cui stava, col suo corredo bellico, operando. Ed a proposito di carri armati, a lui non poté non rimanere, per sempre, impressa nella memoria, anche l’astuzia del suo generale Rommel (la volpe del deserto), che riuscì -racconterà- a far credere al nemico che disponesse di migliaia di quei mezzi cingolati, col farne andare uno solo, durante tutta una notte, avanti e indietro su tutta una vasta area del deserto, in modo tale da farne lasciare una quantità enorme di tracce, che, al mattino, costrinsero, gli inglesi -allibiti e terrorizzati- almeno per quella volta, alla ritirata senza colpo ferire.
E fu in questo stesso villaggio egiziano di El-Alamein che rischiò anche la fucilazione per esser rimasto, a resa avvenuta, in possesso di alcune bombe a mano (che lui, proprio in qualità di ex contadino-pastore, riusciva a scagliare, con precisione quasi millimetrica, a una distanza di gran lunga superiore a quella dei suoi stessi istruttori). Se ne disfece, facendole cadere ad una ad una in un cespuglio dietro di sé, infatti, all’ultimo momento, proprio quando si convinse che la resa era ormai totale e che gli ufficiali dell’VIII Armata britannica (quella stessa -poi riorganizzatasi- che, circa un pentamestre prima, era stata sbaragliata dalle forze italo-tedesche) stavano per fargli la rivista. Cessò di essere in zona operativa il 3 novembre 1942, rimanendo, così, internato, quale prigioniero di guerra, in Egitto, dal 4 dello stesso mese fino al maggio 1946. Si può dire che, con gl’inglesi, gli andò bene anche quando, poi, si rifiutò, categoricamente, di lavorare a contatto con le perniciose e nauseabonde esalazioni della catramatura. Rifiuto, questo, per cui gli albionici lo condannarono, in nome della regina Elisabetta, a soli ventotto giorni di “calaboose”, che scontò, “così, con prigionia nella prigionia”, a pane e acqua, nel chiuso di una tenda. 


Longo in divisa (1941)
a Galatina

III.
L’acqua era, comunque, già tanto, se si pensa che, molte volte, lui e i propri compagni avevano, per dissetarsi, dovuto bersi la propria urina, che veniva lasciata per tutta una notte al sereno e tracannata poi al mattino.  E gli andò, infine, abbastanza bene anche quando, da un suo caposquadra italiano, in forte succubanza di quelli britannici, incitato per mesi, freneticamente, a battere sempre più forte e più celermente, con un maglio a due mani, sopra a dei paletti per palizzate, da conficcare nel suolo, finì, per la troppa stanchezza, e quindi involontariamente, dopo ore e ore di questo massacrante lavoro, sotto il caldo intenso del deserto, per colpire, un giorno, la mano con cui questi reggeva, verticalmente, uno di quei paletti, quasi a sfracellargliela, e facendolo così “cantare” - come racconterà, scherzosamente, ma contrito, lui - anche di giorno, dal momento che il malcapitato, zelante, burbero (sit venia verbo) caposquadra si chiamava “Cantalanotte”: al quale si impetra perdono, adesso per allora, se è ancora in vita, nonostante si fosse trattato, come dianzi delucidato, di un mero e puro sinistro sul lavoro.
C’è da dire, a proposito di provvigione idrica, che, durante la permanenza di quasi un quinquennio in Africa Settentrionale, lui vide piovere, usufruendone, solo una volta. La cosa più terribile nel deserto era -diceva spesso-, proprio a causa della canicolare siccità, la frequenza delle tempeste di sabbia, alimentate dal famigerato vento libico, il ghibli. Ma anche la fame, se si pensa che lui e i suoi compagni, quando in deficit di piastre, scorze di patate crude o gatti (lui, però, detestava, in quanto pratica schifosa e nociva per la salute, l’“ailurofagia”, anche a costo di digiunare per giorni),  dovevano, pur consci di perpetrare un atto fraudolento, ingegnarsi a confezionare pacchetti di sigarette con sabbia, per poi barattarli con uova o cocomeri deserticoli in cui erano soliti commerciare gli arabi, i quali, quando poi si avvedevano della frode, ritornavano presso le loro tende, a domandare, imprecando, la restituzione del maltolto. Ma bastava - diceva lui - mostrare loro un tocco di fune, con un cappio ad una delle estremità, per dispergerli senza mai più rivederli: e ciò perché essi credevano, in osservanza della metempsicosi della  loro religione, che, morendo impiccati, e, quindi, non bagnando del proprio sangue il terreno, non sarebbero potuti poi più rinascere.
E quando si dice che “Non tutto il male viene per nuocere”, durante quel bensì diutino periodo di cattività, grazie alla disponibilità e pazienza di alcuni suoi commilitoni dotti in materie letterarie, lui ebbe anche modo di imparare a leggere, a scrivere e a far di conto e, soprattutto, a far tesoro della saggia e ferrea disciplina inglese, che osserverà, poi, coinvolgendone anche la propria famiglia, vita natural durante: mangiare, senza mai ingozzarsi,  sempre agli stessi orari; radersi la barba ogni mattina; lavarsi ogni sera i piedi; le mani ogni volta prima di toccare cibo; volgere sempre il petto, e mai le spalle, alle correnti d’aria quando si era sudati; saltare sempre sulla punta dei piedi, e mai sui talloni, per evitare di procurarsi l’ernia inguinale, ecc. Rientrò in Italia, sbarcando nel porto di Napoli, nella primavera del 1946. Lasciandosi, così, una volta per sempre, alle spalle quella terra che lui avrà, per tutta una vita, in astio, definendola “maledetta” al punto che, per nessuna ragione al mondo, avrebbe voluto più mai rivedere, anche se ne serberà, gelosamente, e per sempre, un portafogli in pelle, una valigia in ciliegio (lì, fattasi costruire da un commilitone reggino), e gli attrezzi per la barba, che utilizzerà fino alla morte. All’atto del congedo, fu liquidato - per la partecipazione alle azioni belliche e le incombenze onorate quale “prigioniero di guerra nel fatto d’armi di Africa Settentrionale” - con una somma di lire quarantamila (€ 20,66 circa), con cui acquisterà la sua prima casa (oggi toccata, in eredità, al suo ultimogenito Antonio, ex assaltatore presso la Caserma Militare “Berardi” di Avellino prima, ed ex bersagliere atleta presso la “II Compagnia Speciale” omonima  di Napoli poi, in forza alla quale parteciperà, assieme a truppe speciali statunitensi, al recupero dei superstiti sotto le macerie e all’installazione delle tende, nel terremoto dell’Irpinia 1980). Era il 20 del mese di maggio, e, quando lui, il reduce dal fronte d’Africa, rivide gli alberi e le ginestre in fiore, pianse di gioia.
Ma mentre il quarto fratello, Domenico, aveva evitato, solo d’un soffio, la guerra in quanto nato nel 1924, e l’altro, Nicola, dal cappello con la penna alpina, nato nel 1918, e in forza presso il 63° Reggimento Fanteria, I Compagnia Vercelli, era rientrato, anche lui sano e salvo, dal confine italo-francese.
Il meno giovane, Angelo, che era nato nel 1916, e in forza presso il 69°Fanteria CC.PM261/c, aveva, invece, immolato la propria vita per la patria, dilaniato da una bomba inglese, nel 1943, in terra di Libia (bomba che precluse a lui, per sempre, la possibilità di rivedere le “ginestre in fiore”). Era stato un giovane contraddistinto da una salute di ferro, dotato, come nessun altro suo coetaneo, di una forza erculea e un coraggio daddovero non comune che lo aveva indotto a stare quasi sempre fuori dalle trincee, e a sfidare quindi a viso aperto il nemico. Nel periodo prebellico, aveva dato prova, tra le altre cose, anche di eccellere nell’arte orchestica, in cui si esibiva suonando contemporaneamente l’organetto (con il quale parimenti dimestichezza avevano anche i tre fratelli). In più - come racconterà un suo commilitone di Praia a Mare, che lo aveva visto “ire ad patres”, in mille pezzi - era stato, in virtù altresì della sua particolare intraprendenza e intelligenza, anche assai amato e stimato dai suoi superiori, a tal punto che, in alcune incombenze, molto spesso, importanti e delicate, nonostante il suo status di contadino non alfabetizzato, era stato, da essi medesimi, anche chiamato a farsi supplire.


Longo nel 1946
con la sorella Carmela

Lui, Giuseppe, che fu, dunque, uno dei non molti superstiti dell’assai cruenta e tragica battaglia di El-Alamein (in cui, gli eserciti italo-tedeschi, al comando del feldmaresciallo Rommel, il 4 novembre 1942, dopo un’acerrima, eroica resistenza in atto dal precedente 30 giugno - con perdite, negli ultimi cinque giorni, gravissime, soprattutto per le divisioni italiane di fanteria, in prima linea: Trento, Bologna, Trieste, Pavia e Brescia, nonché per la paracadutisti Folgore, e, in particolare, per le due corazzate, Littorio e Ariete, che vennero addirittura annientate -, dovettero capitolare di fronte alle meglio equipaggiate e preponderanti - tre volte superiori a quelle del Panzergruppe tedesco - forze di terra e dell’aria britanniche, al comando del generale Montgomery), lui, Giuseppe, si diceva, assieme ai già defunti, fratello Nicola e padre Nicolino (che aveva partecipato, nel I Conflitto mondiale, o IV guerra d’Indipendenza che dir si voglia, alle due battaglie del Piave), è stato, in data 4 novembre 1999, “a testimonianza del gran sacrificio profuso in guerra”, insignito, da parte di una delle tante amministrazioni comunali di San Nicola Arcella a guida del sindaco, prof. Domenico Donadio, di Diploma con Medaglia. Angelo, unitamente agli altri caduti in guerra sannicolesi nelle due Guerre, invece, è commemorato da un megacippo litico-marmoreo, svettante, da parecchi decenni, all’interno del “Parco delle Rimembranze” del paese natio.
A Carmela (nella foto con Giuseppe e che andò in isposa all’ex bersagliere scaleota, Giuseppe Antonio Galiano, reduce da Città del Capo ove era stato tradotto, quale prigioniero di guerra, dagl’inglesi) e agli altri fratelli, oggi sopravvive solo la sorella Rosina (di anni 90), suocera dell’attuale sindaco di San Nicola Arcella, rag. Barbara Mele, e vedova dell’ex combattente, Rodolfo Laino, deceduto, poco più che cinquantenne, per i postumi dei pregressi malanni contratti nell’esiziale algore del fronte russo.