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martedì 29 giugno 2021

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada

 
La moralità


Per i greci (agathòs) γαθός, che è un concreto, significò: buono, onesto, eccellente, abile, propizio, ragguardevole, di buona nascita, mentre il neutro τ γαθόν indicò il bene, che è un astratto, a seguito di questo ragionamento: in chi è buono, si riscontra colui che fa il bene e, per dire  meglio, si rinviene: il bene; anche i latini adottarono lo stesso percorso logico, per cui, per esempio, da pulcher (colui che è bello) ricavarono il bello/la bellezza: pulchrum, così da verus (ciò che è vero/il veridico) si ebbe verum: la verità. Inoltre, dall’astratto τ γαθόν fu generato il concreto (tà agathà) τ γαθά (le cose buone): beni, ricchezze, le buone qualità. La perifrasi che portò a determinare i significati di γαθός fu la seguente: è colui che, quando si genera la crescita iniziale del grembo, fa un’ottima scelta: lega l’essere in divenire alla madre, determinandone la formazione e la creazione. Logicamente, si tratta di una fictio, in quanto il pastore attribuisce ad un benevolo saggio quella decisione. Poi, per definire il bene assoluto ci si avvalse di: (tò autoagathon) τ ατοάγαθον, che è il bene di per sé, in sé, che si realizza nel processo di riproduzione. Il pastore greco asserisce: si rinviene il più grande bene in ciò che si trova dentro il tendere che genera la crescita. Il tendere che genera la crescita significa l’attività riproduttiva, ma anche quella del pastore e, comunque, ogni fatica umana produttiva.



I latini tradussero γαθός bonus e τ γαθόν bonum. Con bonus dissero: si riscontra in colui che ha operato il legame (la simbiosi) tra la madre e la creatura, per cui si tratta di una persona: buona, favorevole, benigna, onesta, che giova. Con bonum indicarono il bene in sé posseduto dal buono. Per gli italici l’0mologo di bonum divenne il bene nel senso di affetto per quella creatura e di possesso di qualcosa d’importante. Il bene, nella metafora del grembo, è ciò che nasce, è per chi nasce.



L’aggettivo (kakòs) κακός: brutto, sordido, malevolo, cattivo è colui che, nel processo di riproduzione, stringe, attanaglia, durante il travaglio, la creatura innocente che deve nascere, determinando i dolori del parto e tutte le conseguenze di un cattivo parto. La perifrasi potrebbe tradursi: dal generare (dal far nascere), è colui che lega (stringendo in modo asfissiante la creatura inerme e innocente). Un’altra espansione logica per indicare il male, dedotta da τ κακόν, fu (kakotes) κακότης: cattiveria, male, codardia, anche: sventura, sciagura, danno, miseria. Da κακ(ό)τ(ης) fu desunto in italiano: cattivo, come colui che causa danni e sventure, mentre, in alcuni dialetti del mio territorio, fu dedotta la cattiva, che indica la vedova, come la sventurata. Nella cultura meridionale la vedovanza rappresentava la sventura somma, condizione espressa da Omero, quando Andromaca, paventando la morte del marito Ettore, evoca ciò che si abbatterà su di lei e sul figlio Astianatte. Incidentalmente, vorrei ricordare che nel mio dialetto c’è l’espressione: “A coria meia” (sorte sventurata!), che rimanda all’avverbio χωρίς: separatamente, in disparte, a sua volta dedotto da χήρα: vedova.
Tra i mali: (tà kakà) τ κακά fu annoverato (nosos) νόσος: malattia, morbo, peste, flagello (da ricordare: nosocomio). Il pastore greco individua la malattia come metafora del travaglio e dei primi giorni del puerperio, per cui la perifrasi suona così: è ciò che si riscontra dentro il travaglio. Non è il travaglio la malattia, ma è assimilabile alla condizione della partoriente.
I latini tradussero κακός malus: cattivo, malvagio, deforme, brutto, ricalcando la stessa perifrasi di κακός: è colui che serra la creatura che sta per nascere (alla lettera: colui che lega, facendo il rimanere dallo sciogliere, anche nel senso che non fa nascere). Il malus (malo) ha in sé il male e arreca i mali, è malevolo, è maligno. Per gli italici un’espansione logica di male generò malato, che è colui che è provato dal male, meglio: è colui che lega il male, ha dentro di sé il male. Poi da malato si ebbe malatia e, quindi, malattia.



A questo punto bisogna ricordare che nella civiltà greca, latina e italica vi fu una radicata credenza: il malocchio. I greci individuarono nel mago, che rimanda alla radice μαγ di μάσσω, colui che è apportatore di (manganeuma) μαγ- γάνευμα: incanto, incantesimo, sortilegio, magia, opere del mago, che si potevano vincere con i segni apotropaici o con l’azione di un altro mago. I latini lo identificarono nel fascinator, che è colui che opera il fascinum: malia, incantesimo. Gli italici del Meridione dedussero da mago magaro e magaria e da fascino l’affascino. I latini avevano coniato malitia: malvagità, astuzia, frode, gli italici: malia, malizia e malizioso (come contrario di ingenuo), ammaliare, maliarda ecc. Pertanto, la malia è ciò che si genera dal malus, che è la capacità di legare/bloccare (il rimanere dallo sciogliere) i processi di natura, che sono di per sé positivi. Da quanto detto, si potrebbe affermare che il male è causato essenzialmente dal cattivo, che innesca meccanismi perversi nei processi di natura, che sono sempre tendenti al bene.
Si è affrontato il processo formativo di bene e male per introdurre il concetto di moralità nel mondo antico, nel suo originarsi e nella sua stratificazione culturale.
I greci coniarono (etho) θω: sono solito, sono abituato, mediante questa semplice perifrasi: è ciò che discende dal crescere. I processi di natura, che sono buoni, belli, giusti, hanno le sequenze abituali, solite: crescere, legare, mancare. Poi da questo verbo fu dedotto il deverbale: (ethos) θος θους: abito, costume, usanza, abitudine, consuetudine, istituzione, concetti desunti da questa perifrasi: dal crescere si genera il legare (come operosità) che determina il mancare, come graduale formazione dell’essere e come acquisizione di ciò di cui si ha bisogno. Quando il flusso gravidico cresce avviene il legame, che, nel processo formativo dell’essere, rimanda alla bolla (veste) che avvolge la creatura. La bolla assunse tanti significati positivi: la sacralità e l’inviolabilità del grembo, la protezione e la difesa della creatura, ma anche la fatica per realizzare ciò che manca. Quindi il costume, da portare sempre, diventa un’usanza (buona), ma anche un’abitudine. Poi, da θος: abito fu dedotto (etico) θικός: l’abituale, che, verosimilmente, richiamò il dovere quotidiano. Per il pastore greco, l’abituale divenne il suo duro lavoro, che aveva definito τ δέον: il dovere (quotidiano), quello che lo spingeva, per necessità e bisogno, a procurarsi l’indispensabile. Pertanto, presumibilmente, il dovere acquisì il significato di etico, come bene da perseguire sempre e comunque.



I latini coniarono mos moris: costume, abitudine, usanza, modo di vivere. La perifrasi dovrebbe essere la seguente: nel processo formativo, avviene abitualmente questo: genera il rimanere nel grembo il legare, cui consegue la formazione di ciò che manca, che, in questo caso, si tratta del costume. Pertanto, il costume, che non solo è ciò che abitualmente porto, ma è anche ciò che abitualmente faccio, divenne (buon) modo di vivere. Anche per i latini ciò che faccio tutti i giorni (l’abituale, ma anche il dovere come officium) diventa il bene. I latini, inoltre, individuarono nei mores maiorum, nelle usanze degli antenati, nel loro modo di vivere (quello che fu, quello che non c’è più, quello di cui si ha bisogno: o tempora, o mores!) le buone costumanze, le buone abitudini. I latini da mos moris dedussero l’aggettivo morale, che indica il modo di comportarsi di colui che si attiene ai costumi e che, quindi, li rispetta.
Inoltre, chi ha comportamenti morali è onesto. Onestà e moralità sono tutt’uno. I greci si avvalsero di χρηστός: buono (da collegare a χρή: è necessario), che è colui che, versando nel bisogno, lavora duramente, fatica per guadagnarsi il necessario; usarono anche καλοκγαθός, che non è da tradurre solamente buono e bello, ma nel senso di χρηστός. I latini tradussero honestus: chi ha credito, dignitoso, decoroso, ma assegnarono a honestum questi significati: moralità, virtù.
Gli italici con la morale, che è ciò che si evince dai comportamenti di chi vive in modo conforme ai mores, indicarono anche l’insieme (i dieci comandamenti) di norme e di comportamenti, che sono buoni, che sono del buono, dell’onesto, del giusto. Inoltre, con la morale della favola si intende quanto di buono si deduce da una vicenda paradigmatica.
Con fare la morale si indica il voler disapprovare i comportamenti scorretti. Inoltre, ciò che è morale attiene ad una sfera diversa da ciò che è fisico, per cui il morale (su con il morale!) indica uno stato d’animo di benessere intimo e spirituale, anche se ci sono le sofferenze morali, quelle che attengono all’animo, allo spirituale che è nell’uomo.
Per concludere, le civiltà agro-pastorali costituirono, adeguandosi a ciò che avviene in natura, che è la sfera del necessario, un mondo di valori, basato sul giusto e sul buono, che è pervenuto sino a noi.