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lunedì 28 novembre 2022

FULVIO PAPI, POESIA E VITA
di Giancarlo Consonni
 
Papi con i poeti Luzi e Sereni
nel 1981 alla Fondazione Corrente
 
«Poesia e vita restano in una reciproca impossibilità di esaustione: né la poesia riscatta al valore definitivo e univoco l’incidente perpetuo della vita, né la vita mette nella propria direzione compiuta il senso della poesia». Mi capita di ritornare su questa affermazione di Fulvio Papi (La parola incantata e altri saggi della filosofia dell’arte, Guerini e Associati, Milano 1992, p. 104). Papi delinea due limiti: della poesia in rapporto alla vita e questo si capisce –, ma anche della vita in rapporto alla poesia. E questo è più arduo da afferrare. Ma nell’indicare il rispecchiarsi di due impossibilità – quella della poesia di conquistare un senso «definitivo e univoco» in cui racchiudere la vita (il suo «valore») e quella della vita, ovvero degli esseri umani, di possedere le chiavi per accedere fino in fondo al «senso della poesia» – Papi ci conduce sulla soglia del segreto dell’esistenza. È lì, in prossimità dell’inconoscibile, che l’umano prende coscienza della sua condizione e dei suoi limiti. Solo stando dentro alla vita e facendone esperienza con questa consapevolezza – essere nel vivo della vita senza mai discostarsi dalla soglia che dà sul mistero – la conoscenza, il pensiero e, ancor più, la poesia possono procedere; ovvero cogliere ciò che è possibile della condizione umana.
E questo con attenzione particolare a ciò che può riscattarla e innalzarla, non a sfere immaginarie, ma in direzione della piena realizzazione dell’umano. Grazie Fulvio.