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martedì 19 settembre 2023

POETI
di Gino Scarsi


Marco Lodoli

Sergio Arneodo nell’antologia nazionale Quasi un lieto giardino, a cura di Marco Lodoli.   
  
Volume dopo volume, il Credito Cooperativo Italiano editore della collana “Italia della nostra gente”, intende mettere in valore e promuovere il patrimonio culturale italiano attraverso le sue diverse identità materiali ed immateriali. A firma del famoso fotografo Pepi Merisio e dello scrittore giornalista Marco Lodoli (Premio Mondello, Premio Grinzane,) il volume n. 29, appena uscito in libreria, intende presentare l’Italia attraverso le civiltà dei luoghi letterari. Grande formato, cartonato con sovracoperta, in 240 pagine si scoprono le regioni italiane da sud a nord. Per ogni territorio stupende immagini di paesaggi, uomini e ambiente a commento delle creazioni letterarie di scrittori e poeti che abitano quella terra. Gli autori non hanno disdegnato di unire i grandi nomi della letteratura (Alessandro Manzoni, Umberto Saba, Dante Alighieri, Pascoli, Guareschi, Ignazio Silone, Grazia Deledda…) con scrittori meno altisonanti, ma di grande valore letterario (Giuseppe Parini, Ada Negri, Antonia Pozzi, Paolo

 Volponi, Mario Luzi, Carlo Porta…).


Arneodo

L’unico poeta contemporaneo scelto per il territorio piemontese risulta Sergio Arneodo. Due componimenti in lingua provenzale e relativa traduzione italiana. Dello scrittore-drammaturgo di Coumboscuro sono state riportate le poesie Tres Crous: Tre croci (a cui è stata abbinata la suggestiva immagine del cimitero del Santuario di Castelmagno) e Signal: Segnale (a cui sono state abbinate due immagini di figure in costume, durante la processione di San Lorenzo di Chianale). Dopo gli importanti 
riconoscimenti giunti dall’estero, per la prima volta Sergio Arneodo viene affiancato a più noti poeti italiani. La motivazione va colta nelle parole del curatore dell’opera, Marco Lodoli: “Lo spaesamento, ecco lo stato dominante di noi uomini occidentali. Il Novecento è stato il secolo degli indifferenti. Poco più di nulla è ancora ancorato alla terra ed alla vita con radici profonde. Ed il paesaggio non si riduce certo ad un insieme di linee e di colori. Ogni luogo ci corrisponde, intreccia i fili tremanti con le nostre esistenze con le riflessioni più profonde e più sfuggenti. Come i poeti di questa raccolta, noi tutti abbiamo bisogno di luoghi precisi, descritti con pazienza, compresi con ogni cellula del corpo, luoghi che sono casse di risonanza per la musica dell’Essere. Sergio Arneodo esprime con grande lirismo questi orizzonti del cuore”.
 


Alcune poesie di Arneodo
 
Signàl
 
Me pauso, moun enfant, soubre l’issàrt
de la mountanho li lenh pouderoùs
qu’al caus avihes coupà: n’en fau ma crous
dreissà ici-amoun, ente la seho despart
 
lou monde en dùi: i à l’oumbroe i à lou quiar
i à ubàc e adréch, li champ de l’ome e i vrous
sarvage. Pauso aquì, n’en fau ma crous
dreissà ici-amoun, sinhal entre doues part.
 
Me pauso, moun enfant, sus la bruhèro
li lenh boussù: quouro la calabruno,
me charjou de ma crous, vau dins la nièro
 
nuéch, sus lou fil peiroùs de la barriero,
perqué jamai souto souléi, nì luno
ié sibi pus adréch, ni ubàc sus terro.
  
Segnale
 
Figlio mio, posa per me sopra l’alto pianoro
della montagna i due tronchi robusti
che avevi tagliato al piede: ne faccio la mia croce
issata quassù, dove la displuviale separa
 
il mondo in due parti: c’è l’ombra e c’è la luce,
c’è il versante a notte e a giorno,
i campi degli uomini e gli ontani selvatici.
Posali qui, ne faccio la mia croce
drizzata quassù, segno santo fra le due parti.
 
Figlio mio, posami sull’erica
i tronchi nodosi: quando il giorno imbrunisce
mi carico della croce, vado nella nera
 
notte, lungo il filo pietroso della cresta,
perché mai più, sotto sole o luna,
ci sia versante a giorno o a notte sulla terra.


 
La copertina del libro
 
Terro d’abandoun
 
Aquéi brout, séc e frachìs,amoun,
countro lou cièl, que l’aire fort penchéno,
soun lou signal picant, tressà de péno
de nosto duro terro d’abandoun.
 
Chapuéi i branc, senço jamài perdoun
de sého en quiòt lou journ creissént nous méno
per lou grand ourisount, toujour nous tréno
de peiro en garb, prihant en janouioùn.
 
Ma a tu, Marìo, aquéi brut frachìs
de la mountagno, soun la vous doulénto
de nosto coumbo, soun vous de luenchoùr,
 
dounà per la vengudo claro, esclénto
de toun Enfant, pourtaire de lindour,
de toun enfant, pastre de Paradis.
   
Terra di abbandono
 
Quei germogli, nudi e spogli, lassù,
contro il cielo, che il vento impetuoso piega,
sono il segno pungente, intrecciato di pena
della nostra dura terra d’abbandono.
 
Su per i rami, all’infinito,
di dosso in conca, il giorno nascente ci guida
per il grande orizzonte, sempre ci spinge
di rupe in valle, a pregare in ginocchio.
 
Ma per te, Maria, quei germogli spogli
della montagna sono la voce dolorante
della nostra valle, sono voce di lontananza,
 
portata dalla venuta splendente, limpida
del tuo Bambino, portatore di luce,
del tuo Bambino, pastore di Paradiso.
 
[Deinial – Natale 2011]