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giovedì 23 novembre 2023

DONNE E MASSACRI. COME USCIRNE?
di Laura Margherita Volante
 

Dedicato alla giovane Giulia Cecchettin. 
  
Ogni minuto è l’8 marzo per ricordare non solo le conquiste sociali, economiche e politiche, ma anche le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in quasi tutte le parti del mondo.  Dal 17 dicembre 1999, il 25 novembre viene celebrata la Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Alla fine del 1946 nasce il simbolo del riconoscimento della donna e dei suoi diritti come persona con la mimosa. La Costituzione Italiana in vigore dal 1° gennaio 1948 nell’ Articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ormai da anni la Festa della Donna è diventata una ricorrenza più che mai vitale, anche se non esaustiva, per attirare l’attenzione “sull’Isola delle donne”, affinché possano uscire dall’isolamento psicologico, morale e sociale, nel quale da secoli per motivi antropologici e culturali sono relegate. Inutile qui fare un excursus storico sulle condizioni femminili nelle varie culture ed etnie del mondo, che ancora oggi sono sotto gli occhi di tutti, attraverso i mass media, i filmati degli inviati speciali di guerra e non solo. Ogni giorno in Italia avvengono crimini nei confronti della donna, che ancora soffre di disparità anche economiche nel mondo del lavoro. Ogni tre giorni una donna viene barbaramente uccisa dal fidanzato, dal marito, dal compagno, spesso padre dei suoi figli, la cui ricaduta lascia segni indelebili per tutta la vita nelle vittime. “Sindrome di Stoccolma”, “sindrome di Medea” all’incontrario da parte di soggetti disturbati dall’odio, dalla sete di possesso e controllo sulla propria vittima, in nome di un amore malato e ossessivo, che amore non è.



Sindrome di Stoccolma. Sono stati prodotti anche dei film su questo fenomeno sociale, che appare nei campi nazisti. Un esempio ne è il film di Liliana Cavani “Il portiere di notte” del 1974.
Sindrome o complesso di Medea. Medea, in greco, significa “scaltrezze”, per evidenziare il carattere del personaggio che, per raggiungere i suoi fini, non esita a commettere con deliberata astuzia i più atroci delitti. Il mito di Medea è diventato il simbolo di infanticidi e purtroppo la prassi insegna che la sindrome di Medea è molto diffusa anche fra gli uomini; infatti esistono sempre più spesso padri che tolgono la vita ai propri figli per una ritorsione nei confronti delle compagne. Anche in loro sono presenti gli analoghi sentimenti di vendetta, di onnipotenza, di incapacità nel rispettare il bambino come persona, usandolo come arma, contro chi li abbandona. Da questa premessa si evince quanto il problema sia ancora presente con rivoli tragici in una società che vuol dirsi civile, riconoscendo sulla Carta i Diritti inviolabili della persona.



Il problema è prima di tutto culturale. Nelle culture più evolute, per un elevato grado di Conoscenza e Amore - come fondamento biologico - in un’etica di condivisione, i rapporti di genere convivono su un piano di pari dignità, in una ricerca di rispetto dell’altro/persona, riconosciuto e legittimato in quanto tale. L’amore è visionario dove spazio relazionale si fonda sulla consapevolezza. Nelle culture arretrate il fenomeno sociale della violenza è parte integrante dei rapporti interpersonali, dove il maschio dominante detiene il controllo sui propri simili e in particolare delle donne, ultimo gradino della scala sociale. Prevale, quindi un’ottica di prevaricazione e di odio verso chi non si sottomette al potere. 
Il cammino è ancora lungo nella complessità odierna, in una fase epocale di grandi trasformazioni, per cui anche nelle realtà più evolute la crisi morale e di valori sta prendendo il sopravvento. Una famiglia senza società e una società senza famiglia non offrono più coordinate per una mappa solida di relazioni, ferite nell’affettività. La caduta dell’educazione sentimentale e di reti sociali capaci di contenere i soggetti più deboli, finisce di logorare il tessuto connettivo sociale, che apre le sue falle su scenari inquietanti. La tecnologia ormai la fa da padrone diventando altro veicolo di devianza per soggetti sempre più fragili, alla ricerca di altro da sé su modelli diseducativi e disturbanti. Non solo gli adolescenti ne diventano dipendenti, ma anche gli adulti danno uno spettacolo deformante e privo di qualsiasi esempio a guida dei giovani, che soli, come piume al vento, brancolano nel buio, diventando merce di scambio di gente e di organizzazioni criminali senza scrupoli.



In tutto questo panorama c’è una famiglia in crisi dove il maschio frustrato, che non ha saputo evolversi al passo dell’emancipazione femminile, in una veste di controllore e di dominio diventa violento, per sottomettere ciò che ritiene suo e nel suo territorio, che ha segnato come un animale. Questo teatrino familiare si gioca tutto sul piano di un amore insano, plagiando con strategie, dalla seduzione alla manipolazione, la propria donna. I figli diventano inevitabilmente arma di ricatto. I segnali di personalità borderline e bipolari ci sono già all’inizio di una relazione amorosa, ma la donna non li riconosce, non è in grado di leggerli specie se è molto innamorata, per cui tende a giustificare, fino a che intrappolata non sa più come fare a uscirne, per vergogna, per paura, per protezione dei figli e dei propri familiari, tenuti all’oscuro della drammatica situazione. La vita di queste donne diventa un labirinto di specchi deformanti, la cui ambiguità ne rendono la condizione psicologica annullata, incapace di reagire. La sua mente ormai vive in un’isola sperduta nell’oceano, aspettando una nave per portarla sulla terra ferma della normalità, una normalità che sarà difficile da intraprendere, se non con il sostegno di esperti nel settore. Le donne che trovano la forza di ribellarsi, lasciando il proprio persecutore, se non denunciano e se non trovano istituzioni o leggi, fatte da uomini, gestite da uomini, capaci di metterle al sicuro in tempo, prima o poi vengono uccise o devastate con il preciso scopo di cancellarle o di deturparle. L’isola delle donne non un’isola di pace e di bellezze naturali, ma un’isola solitaria e di disperazione. Non siamo isole, ma siamo animali sociali, relazionali, emozionali, amorevoli e che l’isola non sia mai l’approdo di un inferno. 
Fonti ONU auspicano che nel mondo sia raggiunta una effettiva parità di genere entro il 2030.