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giovedì 13 novembre 2025

SCAFFALI
di Massimo Del Pizzo


 
Il senso del passaggio: Il giallo del semaforo di Valeria Di Felice
 
Oggi vorrei ricordare il futuro e non il passato.
Jorge Luis Borges
 
È una questione di soglie, una questione di attimi: quelli (fra passi e passaggi) che si presentano all’attenzione del viaggiatore metropolitano (e non). Segni e segnali del Semaforo, cioè il verde del via libera, il rosso del divieto e, quello più importante, il giallo dell’attesa. Fra queste soglie, tra questi segni esegnali, sta la prova poetica di Valeria Di Felice con un nuovo volume pubblicato nella elegante veste grafica proposta dalla Società Editrice Fiorentina (SEF), come primo volume della Collana “Pasifæ”, diretta da Mario Fresa, con prefazione di Giuseppe Girgenti, in libreria da maggio 2025. Dell’autrice conosciamo le opere poetiche precedenti: L’antiriva (2014), Attese (2016), Il battente della felicità (2018). La nuova offerta editoriale si articola in quattro sequenze, secondo un andare che definiamo sussultorio, invece che ondulatorio, orientato cioè verso il verticale: un poetare spesso inquieto, mai inquietante, però non tranquillizzante. Una ricerca del nuovo alfabeto / a scrivere i geroglifici del senso (La chiamata, p.17). Non crediamo alla poesia come liberazione, terapia e consolazione. Solo i “conciliati” possono credere (o far finta di credere), che sia tale. Solo chi ha paura di affrontare e inventare la vita in parole può credere che la poesia offra un orizzonte di pace. La poesia è esattamente il contrario: è danno, tormento e condanna, negazione e scompiglio, scandalo e dubbio. Così per lo scrittore, ma anche per chi legge. Del resto, il rapporto intimo fra scrittore e lettore è già da tempo indicato nel grido definitivo (e “scandaloso”) di Baudelaire che, nell’incipit de I fiori del male, proprio a quest’ultimo si rivolge: “(…) mio simile, fratello mio”.


Massimo Pizzo
con Valeria Di Felice

Accenti di non conciliazione col presente e col senso comune li troviamo anche in Valeria Di Felice, la quale si muove tra presenze note, familiari, siano oggetti d’uso comune (il semaforo, in primis, ma anche Ombrelli chiusi, La panchina appisolata, I bordi del panino, Scarpe da calcio, I tergicristalli, L’ idrovora, La carta copiativa, La penna), siano animali (La talpa dal muso stellato, La gallina). Per definire (se possibile) i quali, viene però utilizzato un linguaggio straniante. Ne derivano una oggettistica stravolta da una inattesa collocazione e un bestiario metamorfico che nessuno zoo può ingabbiare.
Il registrare presenze verificabili e note, non garantisce un accesso al reale. Ma il monito, in Valeria Di Felice, è perentorio, e si veda per esempio, L’editore: Gli chiese perché lo fosse. / Non lo sono un editorerispose. / Non posso più mettere a fuoco / la tavola delle parole” (p.66).
Ed ecco il punto: la poesia (anche quando finalmente è a stampa e ha dunque un corpo reale che è il libro) non chiarisce, non descrive, non semplifica, non rende chiaro ciò che è oscuro (… ) e sentiamo il filo rosso tirare / dall’ignoto (La chiamata, p.17) e si legga allora soprattutto, e per intero, La signora verità (p.67): Bussò alla porta la signora verità. / Era leggera, truccata, / aveva tacchi a spillo / che bucavano il pavimento. / Non disse nulla / batté le ciglia / e mosse i capelli / sventolandomi contro / l’avvenenza del gesto. / Non la feci entrare. / Avevo ancora addosso / il pigiama della notte e - negli occhi / i sogni più irraggiungibili.



Non ci si lasci ingannare quindi: nei versi di Valeria Di Felice, l’universo dell’ovvio è collocato in un altro quando verbale straniante, perché: Lui voleva restare / nel caos dell’indecisione / ma lei era già altrove (La lavagna e l’altrove, p. 60), ovvero perché: Non poteva sapere – la folla / che i mimi del vero / fossero altrove (I mimi, p. 57).
Per quanto codificati e prevedibili siano i messaggi che l’avvicendarsi dei colori del semaforo veicola, resta un che di interrotto, un margine di incertezza: se sia opportuno e necessario passare, se sia opportuno e necessario arrestarsi e infine, o se non sia piuttosto il caso di vivere il momento dell’attesa del transito.
Il colore giallo, in questo senso, crea una sospensione fondamentale, una luce possibile, per quanto fugace: Ancora noi che ricordiamo il futuro nelle illusioni di luce, oppure: () noi, in esilio dall’universo / mentre scontiamo gli inganni / della ragione (ancora in La chiamata, p. 18).
Una parola in movimento: Il viaggio era la segnaletica / che stavo cercando (Il giallo del semaforo, p.33).
Finalmente il viaggio è possibile, perché il giallo del Semaforo non lampeggia in nessuna delle città geograficamente localizzabili.