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mercoledì 21 gennaio 2026

GENOCIDI
di Chiara Landonio


 
A proposito del Giorno della Memoria e non solo.
 
Quanto del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà più, come la schiavitù e il codice dei duelli? quanto è tornato o sta tornando? che cosa può fare ognuno di noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata?” Per riparlare del giorno della memoria proporrei di partire da queste domande di Primo Levi incise ne I Sommersi e i salvati. Il tema fondamentale del giorno della memoria, se vuole essere tale, è la questione di una memoria che impedisca nuovamente il genocidio, che funzioni da deterrenza o almeno che insinui dubbi. Non è avvenuto: il genocidio si ripresenta oggi sotto i nostri occhi a Gaza e anche in Sudan.
Cosa non ha funzionato? Nel testo citato Primo Levi parla dell’atto del ricordare dicendoci che l’esercizio della memoria mantiene il ricordo fresco, ma afferma anche: “[...] è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese”.



Il giorno della memoria, istituzionalizzato in Italia dal 2000 e dall’ONU dal 2005, si è trasformato negli anni in una mastodontica macchina mitologica, un giorno intoccabile, fondativo e perciò sacro. Ora quando ci troviamo di fronte a qualcosa che ha l’aura dell’intangibilità, mi pare che sia necessario insinuare il dubbio, comprenderne i motivi che lo hanno reso sacro e ricontestualizzarlo nell’attualità dell’oggi. Nel giorno della memoria noi ricordiamo il terribile genocidio perpetrato dai nazisti sugli ebrei in particolare, mentre lo sterminio dei rom, dei malati di mente, degli omosessuali, dei prigionieri politici è stato derubricato a evento collaterale. E già questo è un elemento su cui sarebbe utile riflettere. Inoltre lo ricordiamo come un unicum, un evento spartiacque tra un prima e un dopo. Primo Levi scrive: “Inoltre, fino al momento in cui scrivo, [...] il sistema concentrazionario nazista, rimane tuttavia un unicum sia come mole sia come qualità”. L’unicità di tale terribile evento sarebbe dovuta al fatto che alla brutalità della soluzione finale si sia accompagna una tecnicizzazione, un’industrializzazione della morte mai vista prima rappresentata dal sistema concentrazionario come modello di eliminazione. Eppure da questo assunto vi è stato con il tempo uno slittamento di significato in cui l’unicità non è più ascrivibile al sistema concentrazionario, alle modalità messe in atto dal nazismo, ma quell’unicum diventa un vuoto attorno al quale le vittime della Shoah sono diventate le Vittime con la maiuscola. In nuce questo slittamento è presente già in Primo Levi quando dice: “Nessuno assolve i conquistadores spagnoli dei massacri da loro perpetrati in America per tutto il sedicesimo secolo. Pare che abbiano provocato la morte di almeno 60 milioni di indios; ma agivano in proprio, senza o contro le direttive del loro governo; e diluirono i loro misfatti, in verità assai poco pianificati, su un arco di più di cento anni; e furono aiutati dalle epidemie che involontariamente si portarono dietro”. È quel ma che stride e stride nelle orecchie delle vittime di altri genocidi o massacri. Se ciò è comprensibile in Primo Levi in quanto ogni vittima vive la propria sofferenza e l’assurdità dell’annientamento della propria persona sulla propria pelle come qualcosa di unico e abnorme, vero è anche che per le vittime di qualunque genocidio gli effetti sono i medesimi, le vittime rimangono pur sempre vittime, non vi può essere una gerarchia del dolore patito. Ce lo dice chiaramente Simone Weil ne L’Iliade o il poema della forza: “La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno”.



È anche utile dire che del genocidio nazista rimangono le memorie dei prigionieri sopravvissuti, europei di varie nazioni che ce lo hanno raccontato. Del genocidio in America latina del sedicesimo secolo non è rimasto uno straccio di racconto da parte delle vittime, i luoghi del genocidio dei nativi americani sono stati urbanizzati e ripuliti dal sangue, mentre le vittime sono state segregate e rinchiuse in luoghi appartati. Il genocidio di Gaza vorrebbe essere negato con una ricostruzione basata sul turismo e sul divertimento. Di fronte a ogni genocidio vale per le vittime quello che le SS dicevano all’interno dei Lager: “In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederebbe. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager, saremo noi a dettarla”.
Il fatto che le vittime della Shoah siano diventate le vere e uniche Vittime è ciò che rende il giorno della memoria, così confezionato parte della cultura di destra di cui parlava Furio Jesi: “La cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura, ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione”.



Se la Shoah ha un’importanza peculiare per noi occidentali sta invece nel fatto che quel genocidio è stato compiuto in Europa, perpetrato da europei su europei che non si riconoscevano più in quanto ebrei, ma in quanto europei. S. Zweig ne Il mondo di ieri scrive: “[...] ora per la prima volta da secoli si imponeva agli ebrei una nuova comunità da essi non più sentita, la comunità dell’espulsione sempre rinnovatasi dai tempi dell’Egitto. [...] Per questo essi durante la fuga si fissavano l’un l’altro con gli occhi brucianti chiedendosi: perché io? E perché tu? Perché io insieme con te, che non conosco, di cui non comprendo la lingua né il modo di pensare, a cui nulla mi lega? Perché tutti noi? E nessuno sapeva una risposta”.
Anche questo è forse un unicum all’interno delle storie genocidiarie e cioè il fatto che la coscienza di essere ebrei e non più semplici europei si sia prodotta attraverso l’espulsione e l’eliminazione, mentre di solito la coscienza della propria identità è presente prima dell’eliminazione e ne è la causa. E da qui l’errore di chiamare la Shoah (distruzione, catastrofe) Olocausto (sacrificio agli dei in cui la vittima veniva interamente bruciata), in cui l’eliminazione diventa sacrificio, offerta totale alla divinità, riportando in un terreno sacro ciò che sacro non è e cioè la distruzione.