A proposito del Giorno
della Memoria e non solo. “Quanto
del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà più, come la schiavitù e il
codice dei duelli? quanto è tornato o sta tornando? che cosa può fare ognuno di
noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga
vanificata?” Per riparlare del giorno
della memoria proporrei di partire da queste domande di Primo Levi incise neI
Sommersi e i salvati. Il tema fondamentale del giorno
della memoria, se vuole essere tale, è la questione di una memoria che
impedisca nuovamente il genocidio, che funzioni da deterrenza o almeno che
insinui dubbi. Non è avvenuto: il genocidio si ripresenta oggi sotto i nostri
occhi a Gaza e anche in Sudan. Cosa non ha funzionato? Nel
testo citato Primo Levi parla dell’atto del ricordare dicendoci che l’esercizio
della memoria mantiene il ricordo fresco, ma afferma anche: “[...] è anche vero
che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a
fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza,
cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo
greggio e cresce a sue spese”.
Il giorno della memoria,
istituzionalizzato in Italia dal 2000 e dall’ONU dal 2005, si è trasformato
negli anni in una mastodontica macchina mitologica, un giorno intoccabile,
fondativo e perciò sacro. Ora quando ci troviamo di fronte a qualcosa che ha
l’aura dell’intangibilità, mi pare che sia necessario insinuare il dubbio,
comprenderne i motivi che lo hanno reso sacro e ricontestualizzarlo
nell’attualità dell’oggi. Nel giorno della memoria noi ricordiamo il terribile
genocidio perpetrato dai nazisti sugli ebrei in particolare, mentre lo
sterminio dei rom, dei malati di mente, degli omosessuali, dei prigionieri
politici è stato derubricato a evento collaterale. E già questo è un elemento
su cui sarebbe utile riflettere. Inoltre lo ricordiamo come
un unicum, un evento spartiacque tra un prima e un dopo. Primo Levi scrive: “Inoltre,
fino al momento in cui scrivo, [...] il sistema concentrazionario nazista,
rimane tuttavia un unicum sia come mole sia come qualità”. L’unicità di tale
terribile evento sarebbe dovuta al fatto che alla brutalità della soluzione
finale si sia accompagna una tecnicizzazione, un’industrializzazione della
morte mai vista prima rappresentata dal sistema concentrazionario come modello
di eliminazione. Eppure da questo assunto vi è stato con il tempo uno
slittamento di significato in cui l’unicità non è più ascrivibile al sistema
concentrazionario, alle modalità messe in atto dal nazismo, ma quell’unicum
diventa un vuoto attorno al quale le vittime della Shoah sono diventate le
Vittime con la maiuscola. In nuce questo slittamento è presente già in Primo
Levi quando dice: “Nessuno assolve i conquistadores spagnoli dei massacri da
loro perpetrati in America per tutto il sedicesimo secolo. Pare che abbiano
provocato la morte di almeno 60 milioni di indios; ma agivano in proprio, senza
o contro le direttive del loro governo; e diluirono i loro misfatti, in verità
assai poco pianificati, su un arco di più di cento anni; e furono aiutati dalle
epidemie che involontariamente si portarono dietro”. È quel ma che
stride e stride nelle orecchie delle vittime di altri genocidi o massacri. Se
ciò è comprensibile in Primo Levi in quanto ogni vittima vive la propria
sofferenza e l’assurdità dell’annientamento della propria persona sulla propria
pelle come qualcosa di unico e abnorme, vero è anche che per le vittime di
qualunque genocidio gli effetti sono i medesimi, le vittime rimangono pur
sempre vittime, non vi può essere una gerarchia del dolore patito. Ce lo dice
chiaramente Simone Weil ne L’Iliade o il poema della forza: “La forza
rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa
dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende
cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno”.
È anche utile dire che del
genocidio nazista rimangono le memorie dei prigionieri sopravvissuti, europei
di varie nazioni che ce lo hanno raccontato. Del genocidio in America latina
del sedicesimo secolo non è rimasto uno straccio di racconto da parte delle
vittime, i luoghi del genocidio dei nativi americani sono stati urbanizzati e
ripuliti dal sangue, mentre le vittime sono state segregate e rinchiuse in
luoghi appartati. Il genocidio di Gaza vorrebbe essere negato con una
ricostruzione basata sul turismo e sul divertimento. Di fronte a ogni genocidio
vale per le vittime quello che le SS dicevano all’interno dei Lager: “In
qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta
noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno
scampasse, il mondo non gli crederebbe. Forse ci sarannosospetti,
discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi
distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse
rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi
raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni
della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La
storia dei Lager, saremo noi a dettarla”. Il fatto che le vittime
della Shoah siano diventate le vere e uniche Vittime è ciò che rende il giorno
della memoria, così confezionato parte della cultura di destra di cui parlava
Furio Jesi: “La cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa
omogeneizzata che si può modellare e mantenere nel modo più utile. La cultura
in cui prevale una religione della morte o dei morti esemplari. La cultura in
cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con
l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura, ma anche Giustizia,
Libertà, Rivoluzione”.
Se la Shoah ha
un’importanza peculiare per noi occidentali sta invece nel fatto che quel
genocidio è stato compiuto in Europa, perpetrato da europei su europei che non
si riconoscevano più in quanto ebrei, ma in quanto europei. S. Zweig ne Il
mondo di ieri scrive: “[...] ora per la prima volta da secoli si imponeva
agli ebrei una nuova comunità da essi non più sentita, la comunità
dell’espulsione sempre rinnovatasi dai tempi dell’Egitto. [...] Per questo essi
durante la fuga si fissavano l’un l’altro con gli occhi brucianti chiedendosi:
perché io? E perché tu? Perché io insieme con te, che non conosco, di cui non
comprendo la lingua né il modo di pensare, a cui nulla mi lega? Perché tutti
noi? E nessuno sapeva una risposta”. Anche questo è forse un
unicum all’interno delle storie genocidiarie e cioè il fatto che la coscienza
di essere ebrei e non più semplici europei si sia prodotta attraverso
l’espulsione e l’eliminazione, mentre di solito la coscienza della propria
identità è presente prima dell’eliminazione e ne è la causa. E da qui l’errore
di chiamare la Shoah (distruzione, catastrofe) Olocausto (sacrificio agli dei
in cui la vittima veniva interamente bruciata), in cui l’eliminazione diventa
sacrificio, offerta totale alla divinità, riportando in un terreno sacro ciò
che sacro non è e cioè la distruzione.