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domenica 25 gennaio 2026

SCAFFALI
di Giuseppe Carlo Airaghi
 
 
Rino Lorusso
 
Versi fatti con i piedi raccoglie novantacinque poesie, generalmente in verso libero. Undici liriche, invece, seguono un preciso schema metrico: ottava rima (“Cento giorni da pecora”, “Il peggiore dei primati”), sesta rima (“Datore di lavoro”), sonetto giambico in endecasillabi sdruccioli (“Andavo a piedi e ingiambai”), esperimento di sonetto in settenari monorima (“A furia di strisciare” I e II), endecasillabi in rima baciata (“Prima occupazione”), limerick (“Zerocrazia”), quartine di settenari a rima alternata (“La setta dei poeti estinti”), quartine di quaternari monorima (“Lo sostengo”) e infine un’ode in endecasillabi (“Ode ad An Post per il francobollo del Che”).
Il messaggio centrale poggia su un ribaltamento completo di valori, non a caso il provocatorio sottotitolo è Poeterodossia. La realtà viene letta al contrario nel disperato tentativo di attribuirle un senso, poiché, così com’è, sembra il trionfo del teatro dell’assurdo. In alcuni componimenti la critica sociale si radicalizza fino al punto di divenire vera e propria invettiva. Il bersaglio principale è costituito dalla triade valoriale Dio-patria-famiglia, fatta propria dalle forze della conservazione, siano esse politiche, religiose o sociali, che impediscono il progresso civile dell’essere umano. È, dunque, contro questi valori, da sempre funzionali alla cultura fascista, che l’opera si scaglia, ribaltandoli. È importante sottolineare la parola cultura, perché non è tanto il fascismo politico che terrorizza l’autore, quanto quello culturale. Già qualche decennio fa Pasolini denunciava il pericolo dell’omologazione rappresentato dalla televisione: oggi potremmo aggiornarlo traslandolo alle reti sociali.
È una società bieca e triste, spesso grottesca (“La sala ricevimenti nel pineto”), popolata da analfabeti funzionali, servili e ignoranti, quella che viene dipinta nei testi, investita da una satira politicamente scorretta e volutamente blasfema, soprattutto nei confronti di chi i valori suddetti li manipola per i propri fini e di un popolo, regredito allo stadio infantile, che ha ancora bisogno di un padre, eterno o mortale fa lo stesso. Le poesie sono spietate e non hanno peli sulla lingua, come traspare già dalla dedica poetica che le precede. Sono un atto di ribellione, come dev’essere l’atto poetico secondo Michael Hartnett, e sono fatte con i piedi, perché il mondo che ci circonda, e che ci dicono basato su una presunta razionalità, ci costringe a vivere una vita “inautentica”, come sosteneva Heidegger, passive “deiezioni” (parola sul cui doppio significato si gioca “Elisir d’eterna giovinezza”), scagliati dal caso nel mondo e incagliati nell’angoscia, smarriti: oggetti tra gli oggetti. E allora potremmo provare a ricostruirlo poeticamente, il mondo, partendo dai piedi (ovvia l’allusione al piede come unità ritmica della poesia greca e latina che, in maniera simbolica, struttura metricamente “Andavo a piedi e ingiambai”). Ripensarlo non con la testa, ma con i tanto bistrattati piedi, che qui assumono una valenza assolutamente positiva. Persino l’amore, tra tutte le declinazioni presenti nella silloge, viene rappresentato con metafore pedatorie (“L’amore secondo George Best”). Tutto passa attraverso i piedi in queste poesie, per essere calciato via o per essere accarezzato come fa il fantasista col pallone. Ragione e sentimento vanno a piedi, come facevano gli antichi greci, che, quando “ingiambavano”, “ingiambavano” bene. Secondo l’autore bisogna rifondare la società adottando il punto di vista del santo bestemmiatore (vedi poesia omonima), rifarla al contrario. Forse così ci riesce meglio visto che quella che abbiamo ci è venuta male.


 
Rino Lorusso
Versi fatti con i piedi
Chiarevoci Edizioni 2026
Pagg. 178 € 13,00