SCAFFALI
di Giuseppe Carlo
Airaghi

Rino Lorusso
Versi
fatti con i piedi raccoglie novantacinque poesie,
generalmente in verso libero. Undici liriche, invece, seguono un preciso schema
metrico: ottava rima (“Cento giorni da pecora”, “Il peggiore dei primati”),
sesta rima (“Datore di lavoro”), sonetto giambico in endecasillabi sdruccioli
(“Andavo a piedi e ingiambai”), esperimento di sonetto in settenari monorima
(“A furia di strisciare” I e II), endecasillabi in rima baciata (“Prima
occupazione”), limerick (“Zerocrazia”), quartine di settenari a rima alternata
(“La setta dei poeti estinti”), quartine di quaternari monorima (“Lo sostengo”)
e infine un’ode in endecasillabi (“Ode ad An Post per il francobollo del Che”).
Il
messaggio centrale poggia su un ribaltamento completo di valori, non a caso il
provocatorio sottotitolo è Poeterodossia. La realtà viene letta al
contrario nel disperato tentativo di attribuirle un senso, poiché, così com’è,
sembra il trionfo del teatro dell’assurdo. In alcuni componimenti la critica
sociale si radicalizza fino al punto di divenire vera e propria invettiva. Il
bersaglio principale è costituito dalla triade valoriale Dio-patria-famiglia,
fatta propria dalle forze della conservazione, siano esse politiche, religiose
o sociali, che impediscono il progresso civile dell’essere umano. È, dunque,
contro questi valori, da sempre funzionali alla cultura fascista, che l’opera
si scaglia, ribaltandoli. È importante sottolineare la parola cultura,
perché non è tanto il fascismo politico che terrorizza l’autore, quanto quello
culturale. Già qualche decennio fa Pasolini denunciava il pericolo
dell’omologazione rappresentato dalla televisione: oggi potremmo aggiornarlo
traslandolo alle reti sociali.
È
una società bieca e triste, spesso grottesca (“La sala ricevimenti nel
pineto”), popolata da analfabeti funzionali, servili e ignoranti, quella che
viene dipinta nei testi, investita da una satira politicamente scorretta e
volutamente blasfema, soprattutto nei confronti di chi i valori suddetti li
manipola per i propri fini e di un popolo, regredito allo stadio infantile, che
ha ancora bisogno di un padre, eterno o mortale fa lo stesso. Le poesie sono
spietate e non hanno peli sulla lingua, come traspare già dalla dedica poetica
che le precede. Sono un atto di ribellione, come dev’essere l’atto poetico
secondo Michael Hartnett, e sono fatte con i piedi, perché il mondo che ci
circonda, e che ci dicono basato su una presunta razionalità, ci costringe a
vivere una vita “inautentica”, come sosteneva Heidegger, passive “deiezioni”
(parola sul cui doppio significato si gioca “Elisir d’eterna giovinezza”),
scagliati dal caso nel mondo e incagliati nell’angoscia, smarriti: oggetti tra
gli oggetti. E allora potremmo provare a ricostruirlo poeticamente, il mondo,
partendo dai piedi (ovvia l’allusione al piede come unità ritmica della poesia
greca e latina che, in maniera simbolica, struttura metricamente “Andavo a
piedi e ingiambai”). Ripensarlo non con la testa, ma con i tanto bistrattati
piedi, che qui assumono una valenza assolutamente positiva. Persino l’amore,
tra tutte le declinazioni presenti nella silloge, viene rappresentato con
metafore pedatorie (“L’amore secondo George Best”). Tutto passa attraverso i
piedi in queste poesie, per essere calciato via o per essere accarezzato come
fa il fantasista col pallone. Ragione e sentimento vanno a piedi, come facevano
gli antichi greci, che, quando “ingiambavano”, “ingiambavano” bene. Secondo
l’autore bisogna rifondare la società adottando il punto di vista del santo
bestemmiatore (vedi poesia omonima), rifarla al contrario. Forse così ci riesce
meglio visto che quella che abbiamo ci è venuta male.



