Perché rivolgersi a un
testo Sufi quando la letteratura cristiana pullula di racconti sapienziali più
vicini alla nostra cultura? Semplicemente perché, nonostante le apparenti
differenze, la matrice del nostro rapporto con il Divino è la stessa: le
divisioni sono avvenute per volontà molto umana... Così questa fiaba lo
testimonia. “Si racconta che un Re
generoso e giusto governasse in un reame perfetto, molto distante da qui. Egli
aveva un figlio e una figlia che vivevano felicemente nel suo regno. Un giorno
il Re li convocò e disse loro: “È arrivato il tempo di affidarvi un
compito: vi recherete in un lontano e sperduto paese che vi indicherò e lì
cercherete un prezioso gioiello che vi è nascosto. Una volta trovato lo
prenderete e lo porterete qui da me. Non attardatevi, perché il vostro posto è
qui al mio fianco”. I figli ubbidirono e partirono per quel lontano
paese. Quando vi giunsero notarono che era davvero uno strano paese, e una
oscurità opprimeva la gente che vi viveva. Dopo un poco di tempo, mentre ancora
cercavano il gioiello, il clima di quel paese ebbe un profondo effetto su di
loro, tanto che dimenticarono la loro origine, il compito che era stato a loro
affidato e perfino di conoscersi. Il tempo passava e loro si erano adeguati ai
costumi e ai pensieri di quella strana gente, e vivevano come addormentati,
sebbene a volte, come in un sogno, fantasmi sorgevano nella loro mente di
qualche cosa che sembrava ricordare loro una esistenza diversa, ma tale era
l’influsso di quel luogo, che queste stesse impressioni, invece di spingerli a
risvegliarsi, aumentava unicamente le loro fantasticherie”. La condizione originaria è
il paese di origine, il luogo da dove proveniamo. Il Re, nostro Padre, è
l’immagine dell’Uno da cui derivano nello stesso tempo la Luce e la Legge e per
chiunque abbia anche solo un’infarinatura del Buddismo non può non intravedere
ai lati dell’Illuminato i due avatar, Prajina (saggezza infinita) e Karuna
(compassione infinita) sue emanazioni, attraverso le quali possiamo tornare
l’Unità.Per chi si è addentrato nella
filosofia di Federico Faggin il postulato è che l’Uno sia dinamico
(sempre in movimento e mai uguale a sé stesso), olistico (non è fatto di
parti separabili, tutto è interconnesso, assioma della fisica quantistica) e voglia
conoscere sé stesso. Così da una situazione di perfezione l’Uno-Re decide,
esercita il libero arbitrio, e attraverso due parti di sé si sperimenta, vive
la ricerca del gioiello, il semplice scopo di conoscenza: la ricerca non serve
a loro, ma basilare è compito che devono eseguire per ritornare nella
situazione originaria dopo la sperimentazione, per riconoscere una parte di sé.
Nella fiaba sufi, ahimè,
la “dimenticanza” è il tema fondamentale di questo passaggio: lontano dalla sorgente
di Luce, ciò che interviene è una “assenza di ricordo”, in primo luogo una
mancanza di “ricordo di sé”, un oscuramento della consapevolezza di cui è
inevitabile corollario la dimenticanza del proprio compito. Non è cosa lontano
dal sentire di molti, un chiedersi la ragione della propria esistenza, un
chiedersi chi essi stessi siano di cui “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove
andiamo?” il dipinto del pittore francese Paul Gauguin, realizzato nel 1897 e
conservato al Museum of Fine Arts di Boston è più che esemplificativo... La caratteristica del Sonno
o di situazione di asservimento del proprio modo di essere molto umano, indicato
come alterazione, malattia del pensiero, sono riaffermate a più riprese nelle
varie tradizioni: dal “mito della caverna” di Platone nel De Repubblica,
a racconti tradizionali in cui viene suggerito che questa condizione, la dolorosa
presa di coscienza non è solo il risultato di una situazione passiva di
estraniamento da ciò che è presente nel momento (nel qui ed ora) ma anche di
forze attive operanti in tal senso. Come non vedere nell’attuale svelamento
degli orrori perpetrati dall’élite globalista una volontà distruttiva
contrapposta a quella creativa della ricerca del gioiello. Luce e Tenebre
contrapposte, in cui ognuno di noi vive la sua condizione umana più o meno irta
di difficoltà, scegliendo la via attraverso cui tornare al Padre... nello stato
di profonda serenità non contaminata. Il “Non attardatevi, perché il vostro posto
è qui al mio fianco”è il sigillo della nostra vita: per ritornare
alla Matrice anche Ulisse tuona “Fatti non foste a viver come bruti, ma per
seguir virtute e canoscenza” e Federico Faggin suggerirebbe di addentrarci
nella percezione della Coscienza, evitando di credere nell’Intelligenza
Artificiale e in tutti i fuochi fatui, sirene intellettuali costruite per
tenerci lontano dal nostro vero Essere! Non sarebbe ora di svegliarci?