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giovedì 5 febbraio 2026

DISSENSO ED EVERSIONE
di Franco Astengo
 
Il ministro Piantedosi

Il ministro dell'Interno, entrando nel merito dei fatti di Torino e interpretando alla perfezione il ruolo del "poliziotto cattivo", sta lavorando ad una equiparazione tra eversione e dissenso: appare evidente l'obiettivo di tacciare le opposizioni di promuovere eversione ottenendo così alla fine il risultato politico dell'appiattimento del dissenso in un'unica categoria da condannare ed emarginare. Vale la pena allora di misurarsi con questa dinamica proposta dal Ministero e che rappresenta sicuramente almeno una parte degli intendimenti politici del governo di destra. Premessa: da qualche tempo si scrive di “svolta autoritaria” in atto. Una valutazione che è stato formulato guardando anche oltre a quanto sta accadendo sul terreno delle riforme costituzionali e istituzionali che puntano a stravolgere l’impianto parlamentare della Repubblica così come disegnato dalla Costituzione e che saranno sottoposte a referendum il prossimo 22/23 marzo. Difendere la divisione dei poteri e la loro reciproca autonomia sta diventando quindi un imperativo categorico da cui assolutamente non deflettere. In questa “svolta autoritaria” va però ravvisato qualcosa di più profondo nella- pur grave - progressiva riduzione del rapporto tra politica e società realizzato al fine di “tagliare” il più possibile dell’insieme dei bisogni sociali. La modernità viene affermata dalle classi dominanti attraverso l’intreccio tra l’inasprimento delle condizioni nelle quali il capitale afferma la propria egemonia e l’emergere di nuove contraddizioni post-materialiste agite allo scopo di “sfarinare” l’identità sociale, dividere e preparare un'altra fase di dominio di un capitalismo feroce, negatore dei diritti basilari. Un capitalismo che punta alla sopraffazione dei singoli e del collettivo, e non appena compare il dissenso, lo marginalizza e lo criminalizza. È sempre accaduto, intendiamoci, in una forma più o meno accentuata ma adesso in Italia questa “filosofia politica” del capitale interpretata dalla destra al governo sta assumendo, anche per via di questioni specifiche legate alla realtà del quadro politico e dei soggetti intermedi, una vera e propria veste di autoritarismo populista. A rischio di apparire inguaribilmente “retrò” è invece proprio il punto dell’opposizione politica quello da sollevare ancora una volta con grandissima urgenza.
Occorre sviluppare un’analisi che parta da due punti che debbono essere sollevati senza discussione: al meccanismo della repressione, in questo caso esercitata con grande prontezza dalle preposte “forze del disordine” si affianca un processo di marginalizzazione del dissenso. Una marginalizzazione che deriva dall’assenza di prospettiva nel riuscire a fornire al fortissimo disagio sociale un’effettiva capacità politica di espressione da parte dell’opposizione.
Il conflitto sociale, anche in forme tumultuose, è indispensabile ma eguale valenza possiede la capacità di sintesi e di progettualità politica: è da questo intreccio, dalla capacità del “pensare” e del “fare” di una soggettività nella quale ricercare anche forme originali di aggregazione e di organizzazione, che possiamo trovare alimento nel disegnare un futuro nel quale possa essere possibile respingere questo tentativo in atto di repressione e marginalizzazione del dissenso. Si tratta, infine, di far compiere un salto di qualità proprio al dissenso trasformandolo in opposizione politica senza concedere sconti o improvvisate nostalgie da "unità nazionale" ammantate da "responsabilità istituzionale".