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lunedì 16 febbraio 2026

FREUD, RONDINI E BALCONI
di Angelo Gaccione


 
Recentemente ho fatto un sogno molto strano. In genere tutti sogni ci appaiono strani perché al risveglio non ricordiamo che dei frammenti, quelli immediatamente prima di riaprire gli occhi, e i frammenti, si sa, decontestualizzati e avulsi dal racconto intero, non ci si rivelano che incoerenti. C’è stata una stagione in cui tenevo sul comodino una penna e un quaderno, e appuntavo quanto riuscivo a ricordare dei sogni. Li trascrivevo in fretta e poi li sottoponevo ad analisi ricorrendo al contenuto latente e manifesto e senza trascurare argomenti, luoghi e pensieri dei giorni precedenti. Non partivo, dal nulla, si intende, avevo presente il celebre libro di Freud L’interpretazione dei sogni e tutto quello che negli anni avevo letto in proposito. Quelle analisi mi aiutarono a capire e a rendere precise cose che in apparenza si mostravano caotiche.



Ma veniamo al sogno recente. Ero in compagnia di un amico critico e docente universitario e percorrevamo un tratto del viale Sabotino per svoltare sulla via Crema. In pratica il mio quartiere milanese di Porta Romana. Il tram non proveniva dal viale Montenero in direzione dei Navigli, come avrebbe dovuto, ma dalla via Crema che non è una via tranviaria e non ha binari. La cosa mi stupì molto, ma mi stupì di più il tono sconsolato dell’amico nell’indicarmi i palazzi. Era avvenuto un fatto singolare: erano stati abbattuti tutti i balconi e le facciate risultavano scorticate e tristi. Mi sono svegliato abbastanza angosciato. Ho subito pensato ad un mio vecchio romanzo in cui a proposito di balconi il protagonista diceva (cito a memoria) più o meno una frase come questa: “Detestavo quella città soprattutto per i suoi balconi eternamente chiusi”. Se ci pensate i balconi chiusi danno un senso di tristezza, e se non ci fossero, come nel sogno, sarebbe davvero angosciante. Per me i balconi sono come tanti palchetti teatrali affacciati sulla via dove ferve la vita. Ma sono anche gli svolazzi delle rondini che sotto i balconi venivano a fare il nido puntuali, e il loro garrire mi dava una grande gioia da ragazzino. Quando torno in Calabria, gran parte del tempo lo passo affacciato al balcone. 



Le metropoli moderne, con i palazzi di vetro e cemento, hanno cancellato i balconi e “Non c’è posto / per i nidi delle rondini / e anche lo sguardo non sa / dove tenere i suoi piccoli”, dicono i versi di una poesia di Giancarlo Consonni, perché “la vita sta in teche di vetro” e delle rondini non ci importa niente. Ha ragione Montale: “Abbiamo fatto del nostro meglio, per peggiorare il mondo”.