Le due
parole del titolo possono essere etimologicamente considerate sinonimi,
tuttavia, hanno assunto nel tempo significati diversi fino all’antitesi quando
si pensi ai termini “populismo” e “democrazia” che ne derivano. Cinque anni fa (1), a margine dell’emblematico
episodio dell’assalto al Campidoglio americano da parte dei “patrioti” di
Trump, riportai qualche riflessione sul significato del populismo, compresa
l'adozione di questa pratica politica da parte di alcuni partiti italiani e le
possibili conseguenze sulla tenuta della nostra democrazia liberale, fondata su
una delle più moderne e giovani Costituzioni di questo stampo. L’inizio dei recenti
movimenti populisti in seno ai partiti politici italiani può essere ragionevolmente
ricondotto alla “discesa in campo” del padrone di un impero mediatico (a quel
tempo si chiamavano mass media) con forte ascendente sul popolo
teledipendente italiano ai primi anni ’90 del secolo scorso (1994). Alcuni cenni su questo stesso argomento, fatti
recentemente (2), mi inducono ad un seppur lieve approfondimento. Lieve perché
affrontato da semplice cittadino, forse un po' più attento della media, ma
senza alcuna pretesa di competenza specifica nella materia. Dopo 34 anni dall’inizio di quell’esperimento
politico totalmente innovatore, uno dei cardini della “ristrutturazione” della
nostra democrazia fortemente voluta da Berlusconi, anche per motivi di
salvaguardia personale, sta nel ridimensionamento del potere giudiziario a
vantaggio del potere esecutivo (Governo), erodendo quindi uno dei pilastri
fondamentali della democrazia liberale: l’equilibrio e l’indipendenza tra i
poteri dello stato (Legislativo, il Parlamento; Esecutivo, il Governo;
Giudiziario, la Magistratura) pur utilizzando la denominazione della liberal
democrazia come vessillo irrinunciabile dal proponete delle famose “leggi ad
personam”. E già questa fu una formidabile contraddizione.
In generale, la tentazione di impadronirsi del
potere assoluto (i pieni poteri) è sempre dietro l’angolo per coloro che
sentano l’investitura popolare (il voto) come l’inequivocabile segnale di poter
procedere senza alcun indugio a perseguire la propria volontà che necessariamente
coincide, nella loro mente, con la volontà del popolo. Fino a qui si potrebbe
ancora pensare che popolo e demos coincidano ma è proprio in questo passaggio
pratico, non solo semantico che c’è una grande differenza. Il capo-popolo si fa
infatti interprete del consenso ricevuto fomentando il suo popolo nella
convinzione di fare quello che questi desidera, semplicemente rincorrendolo e
assecondandone i più bassi istinti ”di pancia” piuttosto che favorire la presa
di coscienza e la condivisione della sostanza dei problemi per ricavarne
soluzioni ragionate al meglio da parte di quei cittadini che in buona fede e
coscienza desiderano il bene di tutta la comunità, non solo il loro stesso
tornaconto.
Qui, a
mio giudizio sta tutta la differenza tra l’idea di demos e l’idea di popolo.
Nel primo caso si tratta di una comunità raziocinante, informata e sensibile
alle esigenze della convivenza armoniosa pur tra le mille differenze che devono
essere affrontate secondo le regole che vengono approvate nel tempo (dal
Parlamento) in funzione dei principi della gestione democratica della sovranità
(che appartiene al popolo, il quale la esercita... bla…bla… bla… Art. 1
Costituzione Italiana). Nel secondo caso, il popolo (di solito una minoranza molto
rumorosa) che ha eletto il capo perché ne sia rappresentato in tutto e per
tutto, gli demanda ogni potere pur di essere lasciato in pace a farsi gli
affari suoi senza tanti vincoli, lacci e lacciuoli anche a scapito della
convivenza armoniosa in uno stato non più di diritto. In pratica si tratta di scambiare
il principio della sovranità locale con qualche perdita di libertà individuali,
e contemporanea interruzione del principio: “la libertà individuale finisce
dove comincia la libertà del prossimo”. Come già
si profilava cinque anni fa, oggigiorno siamo di fronte ad un enorme e radicale
cambiamento nella comunicazione. Non c’è più nemmeno bisogno di possedere un
impero mediatico-editoriale. Tutti abbiamo in tasca uno strumento di
comunicazione di massa attraverso i cosiddetti social media e chiunque
riesca a sfruttare questa opportunità al massimo, può ottenere il consenso
popolare della parte più influenzabile e meno attenta della popolazione. Se vogliamo qualche esempio pratico di quanto sto
cercando di esprimere, basta guardare, di nuovo alla recente destrutturazione
della più antica democrazia al mondo che sta cercando di attuare la presente
amministrazione americana a seguito dell’inopinata rielezione del colpevole dei
primi misfatti in questo senso. Purtroppo, non è che da noi le cose si stiano
mettendo molto meglio, è solo una questione di scala… In America si sono sempre
fatte le cose in grande! Un po’ più in dettaglio. Prendiamo la orami
stucchevole diatriba su chi e come alza i toni della discussione, o meglio
della propaganda, per il Si o per il No nella Campagna referendaria che ci
porterà alle urne il 22 e 23 marzo. Sul merito e nemmeno sul metodo non è più
il caso di provare ad intavolare qualsiasi discorso, tanto la materia si è
talmente aggrovigliata che neppure i proponenti si sentono in grado di
difendere la proposta sulla base di elementi di giudizio obiettivi. E allora,
come avviene la comunicazione? Semplicemente attraverso slogan perlopiù basati
su fatti del giorno che nulla hanno a che fare coi principii informatori della
riforma ma che hanno grande risonanza mediatica e fanno presa sull’immaginario
collettivo in base al più semplice e bieco dei ragionamenti: se la Giustizia è
male amministrata, la colpa è dei Giudici. Come dire: se gli ospedali non
funzionano è colpa dei medici. Infatti, i frequenti episodi di assalto ai
medici dei pronto soccorso, il comparto dove si verificano le carenze peggiori
per colpa del potere politico, ne sono un esempio eclatante. Non vorrei tediare il lettore con una elencazione
delle decine e forse centinaia di esempi che si potrebbero portare. Ciascuno
può facilmente fare mente locale e trovarne almeno una dozzina.
Quali le soluzioni? In primis, non potendo cambiare
da un giorno all’altro la mentalità politica di coloro che hanno abbracciato il
populismo come veicolo del consenso e del potere, vi si dovrebbero opporre tutte
le forze politiche che ancora sentono lo stimolo verso lo stato di diritto e il
bene comune. Anche nell’interesse di coloro che la pensano diversamente ma che
dopo le elezioni si troveranno ad essere governati dalla parte opposta. Il
famoso detto “io sarò il presidente di tutti” che viene poi messo
immediatamente nel cassetto quando ci sono da fare gli interessi di pochi. Subito dopo bisogna escogitare un sistema di nuove
regole per la gestione della comunicazione in generale e quella politica in
particolare, mediante i social media.
È facile chiedersi come mai i
proprietari di questi potentissimi mezzi di comunicazione siano tanto opposti a
qualsiasi regolamentazione, dopo una timida retromarcia a seguito della vittoria
elettorale di Biden negli USA, prima dell’attuale presidenza. L’unica regola che
ora vale per loro è l’arricchimento ad libitum sulla pelle dell’utente… nel
sacrosanto nome della libertà di espressione e di parola! Dovrebbe risultare
più chiaro ora il significato dell’accusa che lanciò l’anno scorso il
vicepresidente degli USA Vance alla UE (arretratezza e mancanza di libertà) per
aver osato proporre una tassa sugli astronomici guadagni di queste società, in
massima parte americane. Ecco, dunque, negli Stati Uniti si va oggi nella
direzione di un’autocrazia illiberale sostenuta dalle immense ricchezze
accumulate da pochi oligarchi del Web che possono pilotare il consenso del
popolo e quindi il potere dei capi-popolo che si fanno eleggere alle più alte
cariche. Una volta arrivati al potere non si fanno alcuno scrupolo per
l’arricchimento personale e della loro ristretta cerchia, oligarchi compresi
naturalmente, persino violando le più elementari regole del mercato attraverso
pratiche di insider trading. Uno dei più esecrandi crimini e per questo
severamente punibili, nel sistema capitalista dotato di borse valori per gli
scambi finanziari. Figuriamoci poi se possano sentire il dovere di ottemperare
alle disposizioni delle leggi interne ed internazionali che dovessero andare
contro i loro personali interessi! Lo vediamo costantemente con i più alti
incarichi dello Stato conferiti a parenti ed amici senza che ci sia alcun
rapporto tra questi individui e le Istituzioni che dovrebbero occuparsi di
queste funzioni (i famosi “negoziatori” di pace Kushner e Wickoff). O con
l’istituzione del cosiddetto Board of Peace, a tutti gli effetti una società
privata per la gestione di una improbabile ricostruzione della striscia di Gaza
nella forma di un “parco giochi” per ricconi, senza alcuna considerazione per
il popolo palestinese che viene di fatto espropriato del suo territorio per
questa visione distorta del processo di pace in Medio Oriente. Ed ultimamente
con le più infamanti accuse, da parte del Presidente USA, ai giudici della
Suprema Corte per non aver “obbedito” al mandato conferito loro dalla parte
politica attualmente al potere. Ma anche noi, nel nostro piccolo, non ci siamo
fatti mancare l’attrazione verso questa inqualificabile iniziativa di
privatizzazione del diritto internazionale, né il richiamo, da parte della
nostra Presidente del Consiglio alla Magistratura italiana che non collabora
col Governo ed anzi osa remare contro i suoi intendimenti…! Ma qui rischio di
essere ripetitivo e mi fermo. Resto tuttavia nella convinzione di aver
contribuito a chiarire un aspetto che tende a rimanere sottotraccia mentre
dovrebbe essere affrontato quanto prima per evitare lo sgretolamento delle
nostre Istituzioni Democratiche similmente a quanto sta accadendo alla rupe di
Niscemi. (1) R. Rinaldi – Odissea 17-01-2021 https://libertariam.blogspot.com/2021/01/democrazia-populismo-e-reti-sociali.html (2) R. Rinaldi – Odissea 23-02-2026 https://libertariam.blogspot.com/2026/02/acronimi-e-significati-reconditi-di.html?m=1