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venerdì 27 febbraio 2026

POPOLO E DEMOS
di Romano Rinaldi


 
Le due parole del titolo possono essere etimologicamente considerate sinonimi, tuttavia, hanno assunto nel tempo significati diversi fino all’antitesi quando si pensi ai termini “populismo” e “democrazia” che ne derivano. Cinque anni fa (1), a margine dell’emblematico episodio dell’assalto al Campidoglio americano da parte dei “patrioti” di Trump, riportai qualche riflessione sul significato del populismo, compresa l'adozione di questa pratica politica da parte di alcuni partiti italiani e le possibili conseguenze sulla tenuta della nostra democrazia liberale, fondata su una delle più moderne e giovani Costituzioni di questo stampo. L’inizio dei recenti movimenti populisti in seno ai partiti politici italiani può essere ragionevolmente ricondotto alla “discesa in campo” del padrone di un impero mediatico (a quel tempo si chiamavano mass media) con forte ascendente sul popolo teledipendente italiano ai primi anni ’90 del secolo scorso (1994).
Alcuni cenni su questo stesso argomento, fatti recentemente (2), mi inducono ad un seppur lieve approfondimento. Lieve perché affrontato da semplice cittadino, forse un po' più attento della media, ma senza alcuna pretesa di competenza specifica nella materia. Dopo 34 anni dall’inizio di quell’esperimento politico totalmente innovatore, uno dei cardini della “ristrutturazione” della nostra democrazia fortemente voluta da Berlusconi, anche per motivi di salvaguardia personale, sta nel ridimensionamento del potere giudiziario a vantaggio del potere esecutivo (Governo), erodendo quindi uno dei pilastri fondamentali della democrazia liberale: l’equilibrio e l’indipendenza tra i poteri dello stato (Legislativo, il Parlamento; Esecutivo, il Governo; Giudiziario, la Magistratura) pur utilizzando la denominazione della liberal democrazia come vessillo irrinunciabile dal proponete delle famose “leggi ad personam”. E già questa fu una formidabile contraddizione.



In generale, la tentazione di impadronirsi del potere assoluto (i pieni poteri) è sempre dietro l’angolo per coloro che sentano l’investitura popolare (il voto) come l’inequivocabile segnale di poter procedere senza alcun indugio a perseguire la propria volontà che necessariamente coincide, nella loro mente, con la volontà del popolo. Fino a qui si potrebbe ancora pensare che popolo e demos coincidano ma è proprio in questo passaggio pratico, non solo semantico che c’è una grande differenza. Il capo-popolo si fa infatti interprete del consenso ricevuto fomentando il suo popolo nella convinzione di fare quello che questi desidera, semplicemente rincorrendolo e assecondandone i più bassi istinti ”di pancia” piuttosto che favorire la presa di coscienza e la condivisione della sostanza dei problemi per ricavarne soluzioni ragionate al meglio da parte di quei cittadini che in buona fede e coscienza desiderano il bene di tutta la comunità, non solo il loro stesso tornaconto.



Qui, a mio giudizio sta tutta la differenza tra l’idea di demos e l’idea di popolo. Nel primo caso si tratta di una comunità raziocinante, informata e sensibile alle esigenze della convivenza armoniosa pur tra le mille differenze che devono essere affrontate secondo le regole che vengono approvate nel tempo (dal Parlamento) in funzione dei principi della gestione democratica della sovranità (che appartiene al popolo, il quale la esercita... bla…bla… bla… Art. 1 Costituzione Italiana). Nel secondo caso, il popolo (di solito una minoranza molto rumorosa) che ha eletto il capo perché ne sia rappresentato in tutto e per tutto, gli demanda ogni potere pur di essere lasciato in pace a farsi gli affari suoi senza tanti vincoli, lacci e lacciuoli anche a scapito della convivenza armoniosa in uno stato non più di diritto. In pratica si tratta di scambiare il principio della sovranità locale con qualche perdita di libertà individuali, e contemporanea interruzione del principio: “la libertà individuale finisce dove comincia la libertà del prossimo”.
Come già si profilava cinque anni fa, oggigiorno siamo di fronte ad un enorme e radicale cambiamento nella comunicazione. Non c’è più nemmeno bisogno di possedere un impero mediatico-editoriale. Tutti abbiamo in tasca uno strumento di comunicazione di massa attraverso i cosiddetti social media e chiunque riesca a sfruttare questa opportunità al massimo, può ottenere il consenso popolare della parte più influenzabile e meno attenta della popolazione.
Se vogliamo qualche esempio pratico di quanto sto cercando di esprimere, basta guardare, di nuovo alla recente destrutturazione della più antica democrazia al mondo che sta cercando di attuare la presente amministrazione americana a seguito dell’inopinata rielezione del colpevole dei primi misfatti in questo senso. Purtroppo, non è che da noi le cose si stiano mettendo molto meglio, è solo una questione di scala… In America si sono sempre fatte le cose in grande!
Un po’ più in dettaglio. Prendiamo la orami stucchevole diatriba su chi e come alza i toni della discussione, o meglio della propaganda, per il Si o per il No nella Campagna referendaria che ci porterà alle urne il 22 e 23 marzo. Sul merito e nemmeno sul metodo non è più il caso di provare ad intavolare qualsiasi discorso, tanto la materia si è talmente aggrovigliata che neppure i proponenti si sentono in grado di difendere la proposta sulla base di elementi di giudizio obiettivi. E allora, come avviene la comunicazione? Semplicemente attraverso slogan perlopiù basati su fatti del giorno che nulla hanno a che fare coi principii informatori della riforma ma che hanno grande risonanza mediatica e fanno presa sull’immaginario collettivo in base al più semplice e bieco dei ragionamenti: se la Giustizia è male amministrata, la colpa è dei Giudici. Come dire: se gli ospedali non funzionano è colpa dei medici. Infatti, i frequenti episodi di assalto ai medici dei pronto soccorso, il comparto dove si verificano le carenze peggiori per colpa del potere politico, ne sono un esempio eclatante.
Non vorrei tediare il lettore con una elencazione delle decine e forse centinaia di esempi che si potrebbero portare. Ciascuno può facilmente fare mente locale e trovarne almeno una dozzina.



Quali le soluzioni? In primis, non potendo cambiare da un giorno all’altro la mentalità politica di coloro che hanno abbracciato il populismo come veicolo del consenso e del potere, vi si dovrebbero opporre tutte le forze politiche che ancora sentono lo stimolo verso lo stato di diritto e il bene comune. Anche nell’interesse di coloro che la pensano diversamente ma che dopo le elezioni si troveranno ad essere governati dalla parte opposta. Il famoso detto “io sarò il presidente di tutti” che viene poi messo immediatamente nel cassetto quando ci sono da fare gli interessi di pochi. Subito dopo bisogna escogitare un sistema di nuove regole per la gestione della comunicazione in generale e quella politica in particolare, mediante i social media.



È facile chiedersi come mai i proprietari di questi potentissimi mezzi di comunicazione siano tanto opposti a qualsiasi regolamentazione, dopo una timida retromarcia a seguito della vittoria elettorale di Biden negli USA, prima dell’attuale presidenza. L’unica regola che ora vale per loro è l’arricchimento ad libitum sulla pelle dell’utente… nel sacrosanto nome della libertà di espressione e di parola! Dovrebbe risultare più chiaro ora il significato dell’accusa che lanciò l’anno scorso il vicepresidente degli USA Vance alla UE (arretratezza e mancanza di libertà) per aver osato proporre una tassa sugli astronomici guadagni di queste società, in massima parte americane. Ecco, dunque, negli Stati Uniti si va oggi nella direzione di un’autocrazia illiberale sostenuta dalle immense ricchezze accumulate da pochi oligarchi del Web che possono pilotare il consenso del popolo e quindi il potere dei capi-popolo che si fanno eleggere alle più alte cariche. Una volta arrivati al potere non si fanno alcuno scrupolo per l’arricchimento personale e della loro ristretta cerchia, oligarchi compresi naturalmente, persino violando le più elementari regole del mercato attraverso pratiche di insider trading. Uno dei più esecrandi crimini e per questo severamente punibili, nel sistema capitalista dotato di borse valori per gli scambi finanziari. Figuriamoci poi se possano sentire il dovere di ottemperare alle disposizioni delle leggi interne ed internazionali che dovessero andare contro i loro personali interessi! Lo vediamo costantemente con i più alti incarichi dello Stato conferiti a parenti ed amici senza che ci sia alcun rapporto tra questi individui e le Istituzioni che dovrebbero occuparsi di queste funzioni (i famosi “negoziatori” di pace Kushner e Wickoff). O con l’istituzione del cosiddetto Board of Peace, a tutti gli effetti una società privata per la gestione di una improbabile ricostruzione della striscia di Gaza nella forma di un “parco giochi” per ricconi, senza alcuna considerazione per il popolo palestinese che viene di fatto espropriato del suo territorio per questa visione distorta del processo di pace in Medio Oriente. Ed ultimamente con le più infamanti accuse, da parte del Presidente USA, ai giudici della Suprema Corte per non aver “obbedito” al mandato conferito loro dalla parte politica attualmente al potere. Ma anche noi, nel nostro piccolo, non ci siamo fatti mancare l’attrazione verso questa inqualificabile iniziativa di privatizzazione del diritto internazionale, né il richiamo, da parte della nostra Presidente del Consiglio alla Magistratura italiana che non collabora col Governo ed anzi osa remare contro i suoi intendimenti…! Ma qui rischio di essere ripetitivo e mi fermo. Resto tuttavia nella convinzione di aver contribuito a chiarire un aspetto che tende a rimanere sottotraccia mentre dovrebbe essere affrontato quanto prima per evitare lo sgretolamento delle nostre Istituzioni Democratiche similmente a quanto sta accadendo alla rupe di Niscemi.
 
(1) R. Rinaldi – Odissea 17-01-2021
https://libertariam.blogspot.com/2021/01/democrazia-populismo-e-reti-sociali.html
(2) R. Rinaldi – Odissea 23-02-2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/02/acronimi-e-significati-reconditi-di.html?m=1