Questa nota è apparsa giovedì 29 gennaio 2026 sul Portale della rivista Sipario. Ringraziamo la direzione per averne permesso la pubblicazione su Odissea.
Ateatro con
amore. Milano e i suoi teatri di Angelo Gaccione (Effigi,
pagine 288, euro 19), attraversa trentasei anni di vita teatrale milanese colta
con la passione dello spettatore partecipe. Le note critiche raccolte dal 1982
al 2018, compongono un racconto plurale dove la città, i suoi teatri e la sua
drammaturgia diventano specchio dei mutamenti culturali e civili del Paese.
Come osserva Pasetti nella prefazione, Gaccione non scrive da drammaturgo che
giudica, ma da osservatore che ascolta: una doppia identità che conferisce alle
sue pagine una limpida onestà di sguardo. Milano emerge come crocevia di
poetiche e tensioni etiche. Nelle recensioni confluiscono regie che interrogano
il presente – dalla lettura perturbante di De Capitani del Sogno shakespeariano
alla forza civile di Morte accidentale di un anarchico di Fo – a
esperienze di teatro-vita come quelle della Comuna Baires, capaci di rompere la
distanza tra scena e comunità. In questo arco di tempo la città diventa un
organismo vivo, che assorbe e rilancia linguaggi, sostenendo tanto la
tradizione quanto le espressioni più radicali. Uno dei meriti del volume, è il
suo valore documentario: molte delle opere recensite, delle compagnie e dei
teatri non esistono più se non in queste pagine. Il libro diventa così un
archivio di ciò che Milano ha prodotto e perduto, ma soprattutto delle energie
che l’hanno attraversata. La prefazione non si limita a constatare: quando
evoca l’arcano teatrale, richiamando Flaubert, riconosce a Gaccione la
capacità di percepire quel nucleo misterioso che rende il teatro qualcosa di
irriducibile alla sola analisi. Il tono partecipe della prefazione restituisce
una verità centrale: la critica di Gaccione nasce da un’etica, non da un
mestiere. Un’etica che si traduce nel sostegno ai giovani, nella difesa delle
esperienze marginali, nella convinzione che la scena sia ancora un luogo di
comunità e responsabilità. Ciò che resta
al lettore contemporaneo è dunque un invito: guardare il teatro non come
intrattenimento, ma come pratica di memoria e di vigilanza sul presente. Perché
– lo mostrano queste pagine e le letture che le accompagnano – il teatro
continua a essere uno dei pochi spazi in cui la complessità non solo
sopravvive, ma prende forma.