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domenica 1 febbraio 2026

TEATRO
di Francesca Mezzadri



Questa nota è apparsa giovedì 29 gennaio 2026 sul Portale della rivista Sipario. Ringraziamo la direzione per averne permesso la pubblicazione su Odissea.


A teatro con amore. Milano e i suoi teatri di Angelo Gaccione (Effigi, pagine 288, euro 19), attraversa trentasei anni di vita teatrale milanese colta con la passione dello spettatore partecipe. Le note critiche raccolte dal 1982 al 2018, compongono un racconto plurale dove la città, i suoi teatri e la sua drammaturgia diventano specchio dei mutamenti culturali e civili del Paese. Come osserva Pasetti nella prefazione, Gaccione non scrive da drammaturgo che giudica, ma da osservatore che ascolta: una doppia identità che conferisce alle sue pagine una limpida onestà di sguardo. Milano emerge come crocevia di poetiche e tensioni etiche. Nelle recensioni confluiscono regie che interrogano il presente – dalla lettura perturbante di De Capitani del Sogno shakespeariano alla forza civile di Morte accidentale di un anarchico di Fo – a esperienze di teatro-vita come quelle della Comuna Baires, capaci di rompere la distanza tra scena e comunità. In questo arco di tempo la città diventa un organismo vivo, che assorbe e rilancia linguaggi, sostenendo tanto la tradizione quanto le espressioni più radicali. Uno dei meriti del volume, è il suo valore documentario: molte delle opere recensite, delle compagnie e dei teatri non esistono più se non in queste pagine. Il libro diventa così un archivio di ciò che Milano ha prodotto e perduto, ma soprattutto delle energie che l’hanno attraversata. La prefazione non si limita a constatare: quando evoca l’arcano teatrale, richiamando Flaubert, riconosce a Gaccione la capacità di percepire quel nucleo misterioso che rende il teatro qualcosa di irriducibile alla sola analisi. Il tono partecipe della prefazione restituisce una verità centrale: la critica di Gaccione nasce da un’etica, non da un mestiere. Un’etica che si traduce nel sostegno ai giovani, nella difesa delle esperienze marginali, nella convinzione che la scena sia ancora un luogo di comunità e responsabilità.
Ciò che resta al lettore contemporaneo è dunque un invito: guardare il teatro non come intrattenimento, ma come pratica di memoria e di vigilanza sul presente. Perché – lo mostrano queste pagine e le letture che le accompagnano – il teatro continua a essere uno dei pochi spazi in cui la complessità non solo sopravvive, ma prende forma.