(Che lo scempio della Costituzione, chiamato “separazione
delle carriere”, o forse meglio “delle corriere”, sta amplificando).
Da tempo mi angoscia il coro di
indifferenza che dotti e meno dotti, si affannano ad intonare in memoria dell’eterno
“fascismo”. Quello che da sempre affonda le sue radici in quel terreno reso
sempre fertile dalla violenza, dalla sopraffazione sul più debole, dal
vigliacco servaggio offerto a chi è creduto più forte. Quel fascismo che in italiano
si è saputo codificare una volta per tutte, quello subito denunciato da Gobetti
e Matteotti, e che lo stesso Mussolini dichiarava di non aver inventato, bensì
estratto dall’anima degli italiani. Il coro degli indifferenti, canta beato
pensando che quel fascismo sia stato cambiato per sempre dal sangue versato, e
compone versi che descrivono i cambiamenti, che indicano i fascisti vestiti di
nuovo, come se fascisti non fossero più. In Italia è bastato che una legge
elettorale suicida e demenziale, favorisse un’abile “Underdog”, perché
riemergesse dal profondo, vestito di nuovo ma intatto nella sua sostanza. Le
frasi non sono libri, ma i libri sono pur fatti di frasi, e assumo l'arbitrio,
sulle tracce di Italo Calvino di estendere ad una frase di Gobetti, il
significato che lui attribuisce ai libri classici. Per cui si può purtroppo
dire classica, la frase di Gobetti, “fascismo come autobiografia degli italiani”,
perché... non ha mai finito di dire quel che ha da dire.