Èindubbio che
Donald Trump abbia intuito, prima di altri, che è finito il tempo delle
guerre convenzionali tra Stati che si concludono con la vittoriaper una delle
parti belligeranti e con la sconfitta per l’altra, oltre che con conquiste
territoriali stabili e imposizioni economiche di resa. E che ben diversa
cosa dalle guerre devono ritenersi le “operazioni militari” dirette a far
cessare su un territorio altrui gli atti di violenza contro popolazioni inermi,
compiuti per motivi religiosi, ideologici o etnici da entità che, spesso, sono
anche di natura transnazionale.In realtà, lo stesso concetto e lo
stesso termine (“operazione militare”) erano stati espressi da Vladimir Putin,
quando i battaglioni neo nazisti Azov, agli ordini di Volodymyr Zelensky, anzi
che dare attuazione a ben due trattati di tutela delle minoranze russofone e
filorusse sottoscritti a Minsk, avevano preso a massacrarle con attacchi
aggressivi e violenti.All’epoca, però, in America del
Nord governava il Partito Democratico di Biden, di Obama e di Clinton (e
in più la NATO era nelle mani di Stoltenberg).Soprattutto
Trump era ancora ben lontano dal delineare il suo intervento militare in
Iran per sottrarre l’inerme popolazione di quel Paese alle angherie, alla
violenza e al massacro degli Ayatollah e dei Pasdaran. Una teorizzazione
intelligente e articolata dei mutamenti avvenuti in materia di guerre ed
un sostegno indiretto alle intuizioni di Trump e di Putin è contenuto in un
lungo articolo di Giuseppe Paccione e Pasquale Preziosa. Il breve
saggio affronta, più specificamente, il tema della cosiddetta “guerra al
terrorismo”, dimostrando che sconfiggere un’ideologia anche quando diventa
un’identità condivisa è compito della politica e non dell’esercito e delle
armi. Più di
recente, il “Corriere della sera” (del 2/2/2026) riferendosi alla comprovata
(per tabulas) esistenza di una rete europea di violenti che
partecipa a tutte (o quasi) le guerriglie urbane, a Torino come a Parigi,
sostiene la tesi, ancora diversa, che a muovere tali facinorosi sia, più
che l’ideologia e il fanatismo conseguente, la tendenza allo scontro
fisico in sé e per sé. L’affermazione ha un preciso senso
politico: mira a contrastare l’assunto che i pretesi “coinvolgenti e
poderosi postulati politici della Sinistra” siano così cogenti da spingere
alla guerriglia i giovani (anche se solo quelli che, per loro conto, sono di
natura, aggressivi). Essa, però, diventa particolarmente
inquietante se ci si pone il problema di individuare chi sostenga le spese per “trasferte”,
che è molto difficile immaginare gratuite, essendo molte costose, soprattutto
in Occidente, le spese di trasporto e di sostentamento nei luoghi degli
scontri.Il “Corriere” si limita a metterci la classica “pulce
nell’orecchio”, non indagando sui responsabili dei finanziamenti.Se lo facesse e li individuasse potrebbe rafforzare la
tesi dell’incolpevolezza delle forze politiche della disastrata Sinistra
Europea per l’organizzazione di “squadracce” con componenti, muniti di oggetti contundenti e
bene addestrati ai tafferugli urbani. Se non lo fa
è, probabilmente, per non tirare in campo un altro problema: la possibilità che
vi siano ipotizzabili conflitti tra Stati Ufficiali e Stati
Profondi (i c.d. Deep States)? Domande: Tali
conflitti possono ritenersi “guerre” o devono qualificarsi solo
“scontri”, sia pure armati (con oggetti contundenti, bombe molotov, razzi,
martelli, da un lato, e manganelli, dall’altro) tra forze di polizia al
servizio di “burocrati ortodossi e rispettosi verso i Capi Ufficiali”
contro masse rivoltose che possono immaginarsi viste di buon occhio e non
denunciate a chi di dovere, da “alti papaveri dei Servizi d’intelligence,
cosiddetti” deviati”? E come
definire i secondi, senza ricorrere alla fantasia e immaginare una Spectre
internazionale come nei libri di Jan Fleming e nei film di James Bond? E’
troppo chiedere che un’indagine, almeno per così dire “terra-terra”, su
questo ipotizzabile tipo di conflitti, vada fatta?