Presentato
Nella biblioteca di Settimo Milanese sabato 7 dicembre 2026 la raccolta poetica
‘Ndrangheta di Alfredo Panetta- Passigli Editori (2025) La poesia
scritta in vernacolo calabrese è relativamente giovane se la confrontiamo con
quella di altre regioni. Le prime opere in vernacolo calabrese risalgono al XV
secolo con i poeti Antonio Sergentino Roda, vescovo di Rossano, che nel 1438
tradusse in dialetto alcuni brani dei Vangeli di Luca e Marco, di Joanne
Maurello che sul finire del ‘400scrisse
il Lamento funebre in onore di don Enrico d’Aragona, marchese di Gerace
e suo amato signore, morto prematuramente. È
però nella seconda metà del ‘600 che il vernacolo fa ingresso nella letteratura
calabrese a pieno titolo grazie al sacerdote e poeta apriglianese don Domenico
Piro, meglio noto come Duonnu Pantu, che scrisse due tra i poemi più
dissacratori di tutta la storia della letteratura italiana, Cazzeide e
Cunneide, in vernacolo apriglianese. È nell'Ottocento che la letteratura
vernacolare calabrese compie quel salto di qualità che la fa uscire dalla “clandestinità”
e dalla dimensione localisticae
bozzettistica grazie a poeti come Padula, Ammirà, Pelaggi, Michele Pane, Bruzzano,
Giunta. Un
altro salto importante la poesia vernacolare calabrese lo compie negli anni ’60
e ’70 del Novecento trasformandosi in uno strumento di indagine esistenziale,
sociale e di recupero identitario. In questo periodo, il dialetto non è più
solo la lingua del folclore, ma è una lingua poetica ricca, utilizzata per
esprimere l'ansia, la rabbia, la memoria, la bellezza e la nostalgia di una
Calabria in rapida trasformazione. È
in questa tradizione che si inserisce la poesia di Alfredo Panetta. Di
un poeta nato nell’estremo Sud, Locri in provincia di Reggio Calabria ed
emigrato a Milano, che usa il dialetto del suo paese come strumento per dare
corpo e sostanza ai suoi sentimenti, alle sue passioni e ai moti dell’anima, ci
si aspetta una poesia dove il temi dominanti siano il rimpianto, lo
sradicamento, l’abbandono, la nostalgia, l’ansia del ritorno e anche una punta
di ribellione. Non è cosìo, meglio,
questi temi sono presenti nella florida produzione poetica di Panetta ma sono
declinati in modo tale che delusione, rabbia, rimpiantorisultino stemperatidalla forza del ricordo, dalla capacità di
vedere le cose con l’occhio di chi sa guardarea distanza e oltre le apparenze. C’è
nei versi dialettali di Panetta, il sudore del lavoro, il profumo della terra
vangata dai contadini,degli alberi e
dei frutti della sua Calabria, ma c’è anche la delusione nel constatare che sua
Regione sia finita in mano a persone che ne minano e compromettono la serenità,
la bellezza, l’integrazione, la cultura millennaria. Panetta è anche un poeta
civile enon si tira indietro quando si
tratta di denunciarenei suoi versi
ilcancro della ‘ndrangheta che rischia
di mandare in metastasi l’intero tessuto della regione. La
scelta di usare il dialetto è una scelta consapevole perché Panetta conosce
bene le grandi potenzialità che il
dialetto ha in quantoesso si porta
dietro la sedimentazione di culture millennarie come quelle dei Bruzi, degli
Enotri, dei Greci, dei Romani, deiBizantini, dei Saraceni, dei Francesi, e degli Spagnoli, tanto per
elencarne alcune. Panetta, quindi,sceglie scientemente la sua lingua madre, il locrese,perché è consapevole della forza espressiva e
del grande ritmo e musicalità che ha. Il suo verso si irrobustisce, quindi,
della sedimentazione di tutte le antiche civiltà che hanno attraversato la
Calabria, terra di conquiste, prima fra tutte quella greca. Ma si alimenta
soprattutto della saggezza del mondo contadino, sempre presente nei suoi versi.
Panetta ha pubblicato 5 raccolte di poesia: Petri ‘i limiti (Pietre
di confine, Moretti& Vitali, 2005); Na foliant’èfalacchi (Un
nido nel fango, Edizioni CFR 2011); Diricati chi si movinu (Radici
mobili, Ed. La Vita Felice 2015); Thra sipali e sònnura (Tra
nidi e sogni, Puntoacapo 2018); Ponti sdarrupatu (Il crollo
del ponte, Passigli 2021). Panetta è vincitore di numerosi premi letterari ed è
molto apprezzato nel panorama poetico milanese. Se
in Ponti sdarrupatu ci parla di ferro che arrugginisce, di cemento
che si sfarina e si scioglie, di pilastri e ponti che cadono e di vite perdute
a causa dell’ingordigia umana, in quest’ultima raccolta, ‘Ndrangheta, il poeta
pone la sua attenzione sul male che la presenza ndranghetista porta con
sé.E lo fa senza retorica e senza
infingimenti attraverso i suoi versi liberi, dal tono espressionistico e
metaforico molto forte. Il ritmo dei versi è qualche volta risentito,
amareggiato, intenso, ma mai ridondante e demagogico. La sua poesia colpisce
anche per la ricchezza di figure retoriche e i molteplici riferimenti a fatti
reali. Numerose
le persone che hanno partecipato attivamente alla presentazione del libro nella
sala della biblioteca di Settimo Milanese ponendo domande cui il poeta ha
risposto in maniera pertinente e d esaustivo. Hanno dialogato con lui lo
scrittore e poeta Cataldo Russo e la giornalista e poetessa Carla Ghisani.