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domenica 15 marzo 2026

TRA LE RIGHE
di Cataldo Russo



 
 
 
Presentato Nella biblioteca di Settimo Milanese sabato 7 dicembre 2026 la raccolta poetica ‘Ndrangheta di Alfredo Panetta- Passigli Editori (2025)
 
La poesia scritta in vernacolo calabrese è relativamente giovane se la confrontiamo con quella di altre regioni. Le prime opere in vernacolo calabrese risalgono al XV secolo con i poeti Antonio Sergentino Roda, vescovo di Rossano, che nel 1438 tradusse in dialetto alcuni brani dei Vangeli di Luca e Marco, di Joanne Maurello che sul finire del ‘400  scrisse il Lamento funebre in onore di don Enrico d’Aragona, marchese di Gerace e suo amato signore, morto prematuramente.
È però nella seconda metà del ‘600 che il vernacolo fa ingresso nella letteratura calabrese a pieno titolo grazie al sacerdote e poeta apriglianese don Domenico Piro, meglio noto come Duonnu Pantu, che scrisse due tra i poemi più dissacratori di tutta la storia della letteratura italiana, Cazzeide e Cunneide, in vernacolo apriglianese. È nell'Ottocento che la letteratura vernacolare calabrese compie quel salto di qualità che la fa uscire dalla “clandestinità” e dalla dimensione localistica  e bozzettistica grazie a poeti come Padula, Ammirà, Pelaggi, Michele Pane, Bruzzano, Giunta.
Un altro salto importante la poesia vernacolare calabrese lo compie negli anni ’60 e ’70 del Novecento trasformandosi in uno strumento di indagine esistenziale, sociale e di recupero identitario. In questo periodo, il dialetto non è più solo la lingua del folclore, ma è una lingua poetica ricca, utilizzata per esprimere l'ansia, la rabbia, la memoria, la bellezza e la nostalgia di una Calabria in rapida trasformazione. 
È in questa tradizione che si inserisce la poesia di Alfredo Panetta.
Di un poeta nato nell’estremo Sud, Locri in provincia di Reggio Calabria ed emigrato a Milano, che usa il dialetto del suo paese come strumento per dare corpo e sostanza ai suoi sentimenti, alle sue passioni e ai moti dell’anima, ci si aspetta una poesia dove il temi dominanti siano il rimpianto, lo sradicamento, l’abbandono, la nostalgia, l’ansia del ritorno e anche una punta di ribellione. Non è così  o, meglio, questi temi sono presenti nella florida produzione poetica di Panetta ma sono declinati in modo tale che delusione, rabbia, rimpianto  risultino stemperati  dalla forza del ricordo, dalla capacità di vedere le cose con l’occhio di chi sa guardare  a distanza e oltre le apparenze. 
C’è nei versi dialettali di Panetta, il sudore del lavoro, il profumo della terra vangata dai contadini,  degli alberi e dei frutti della sua Calabria, ma c’è anche la delusione nel constatare che sua Regione sia finita in mano a persone che ne minano e compromettono la serenità, la bellezza, l’integrazione, la cultura millennaria. Panetta è anche un poeta civile e  non si tira indietro quando si tratta di denunciare  nei suoi versi il  cancro della ‘ndrangheta che rischia di mandare in metastasi l’intero tessuto della regione.
La scelta di usare il dialetto è una scelta consapevole perché Panetta conosce bene  le grandi potenzialità che il dialetto ha in quanto  esso si porta dietro la sedimentazione di culture millennarie come quelle dei Bruzi, degli Enotri, dei Greci, dei Romani, dei  Bizantini, dei Saraceni, dei Francesi, e degli Spagnoli, tanto per elencarne alcune. Panetta, quindi,  sceglie scientemente la sua lingua madre, il locrese,  perché è consapevole della forza espressiva e del grande ritmo e musicalità che ha. Il suo verso si irrobustisce, quindi, della sedimentazione di tutte le antiche civiltà che hanno attraversato la Calabria, terra di conquiste, prima fra tutte quella greca. Ma si alimenta soprattutto della saggezza del mondo contadino, sempre presente nei suoi versi. Panetta ha pubblicato 5 raccolte di poesia: Petri ‘i limiti (Pietre di confine, Moretti& Vitali, 2005); Na foliant’èfalacchi (Un nido nel fango, Edizioni CFR 2011); Diricati chi si movinu (Radici mobili, Ed. La Vita Felice 2015); Thra sipali e sònnura (Tra nidi e sogni, Puntoacapo 2018); Ponti sdarrupatu (Il crollo del ponte, Passigli 2021). Panetta è vincitore di numerosi premi letterari ed è molto apprezzato nel panorama poetico milanese.
Se in Ponti sdarrupatu  ci parla di ferro che arrugginisce, di cemento che si sfarina e si scioglie, di pilastri e ponti che cadono e di vite perdute a causa dell’ingordigia umana, in quest’ultima raccolta, ‘Ndrangheta, il poeta pone la sua attenzione sul male che la presenza ndranghetista porta con sé.  E lo fa senza retorica e senza infingimenti attraverso i suoi versi liberi, dal tono espressionistico e metaforico molto forte. Il ritmo dei versi è qualche volta risentito, amareggiato, intenso, ma mai ridondante e demagogico. La sua poesia colpisce anche per la ricchezza di figure retoriche e i molteplici riferimenti a fatti reali.
Numerose le persone che hanno partecipato attivamente alla presentazione del libro nella sala della biblioteca di Settimo Milanese ponendo domande cui il poeta ha risposto in maniera pertinente e d esaustivo. Hanno dialogato con lui lo scrittore e poeta Cataldo Russo e la giornalista e poetessa Carla Ghisani.