Imiei recenti ragionamenti sulla “politica
internazionale” (1) riguardo le guerre ereditate e soprattutto promosse dalla
presente amministrazione americana, potrebbero sembrare incompleti non facendo
riferimento a motivazioni addotte o presunte, per le attività belliche
recentemente intraprese contro l’Iran. Le motivazioni israeliane sono arcinote
ed esplicitate dallo stesso Netanyahu già da molti anni. Si tratta della
pretesa di espansione territoriale (lo “spazio vitale”: ricorda qualcosa?) tesa
ad occupare tutta l’area “biblica” di Israele senza alcuna considerazione
riguardo le popolazioni che in quell’area vivono da migliaia di anni e comunque
ben prima che venisse istituito lo Stato di Israele, sotto l’egida dell’ONU, su
una porzione del territorio di Palestina. Oltre ad assicurarsi che Stati ostili
limitrofi siano inoffensivi o resi tali mediante azioni di guerra. Viceversa,
le motivazioni addotte da Trump inizialmente riguardavano la crudele
repressione del dissenso operata sul suo popolo dal regime teocratico in Iran e
il dichiarato intento di rovesciare quel regime per sostituirlo con un governo
più “democratico”. Questo evidente bluff ripeteva lo schema Venezuela per filo
e per segno ed in effetti si è puntualmente ripetuto anche il seguito, con la
teocrazia saldamente al suo posto con tutte le sue milizie di controllo della
popolazione e l’esercito a salvaguardia del sistema. Così come per il Venezuela
è subito emersa la vera posta in gioco ma di dimensioni talmente enormi da non
potersi paragonare. L’Iran rappresenta infatti un produttore di idrocarburi tra
i più importanti al mondo con destinazione della produzione in gran parte verso
il continente asiatico. Questo sarebbe dunque l’obiettivo finale: mettere sotto
controllo la produzione e la distribuzione di questa enorme risorsa energetica
a carattere globale. Un’operazione di una vastità e ambizione che supera di
gran lunga qualunque immaginazione persino di un megalomane patologico come
Trump.
Isola Kharg
Se non fosse che, la simbiosi con Netanyahu gli ha fatto intravedere una
possibilità di riuscita, perlomeno nella primissima fase dell’operazione con
l’eliminazione fisica della guida suprema Ali Khamenei. Alla quale, nella sua
immaginazione, Trump sperava sarebbe seguita una rivolta popolare in grado di
rovesciare il regime nel suo insieme. Evidentemente una pia speranza basata sul
nulla, non certo su qualche analisi che avrebbe facilmente potuto fornire lo
stesso alleato israeliano. Trump è noto e se ne vanta molto, per essere un
“deal maker” un creatore di accordi (tra lui e il malcapitato interlocutore).
Il fatto è che il suo metodo è quello tradizionalmente adottato nei sistemi
malavitosi e consiste nel mettere un cappio (metaforico) attorno al collo
dell’interlocutore in virtù della forza che può dispiegare e minacciarlo di
qualsiasi nefasta conseguenza finché non soggiace alle sue richieste. Mutatis
mutandis, è esattamente lo stesso metodo adottato nei confronti degli
alleati coi dazi sugli scambi commerciali, così come i tentativi di annessione
del Canada, della Groenlandia e presto di Cuba. Nel caso
dell’Iran però il boccone è molto grosso e la resistenza del regime con la
capacità di contrattaccare sui Paesi del Golfo produttori di risorse
energetiche altrettanto imponenti ma stavolta dirette soprattutto verso
l’occidente, sta creando una situazione “imprevista” che sta dando parecchio
filo da torcere al “deal maker”. Una situazione probabilmente prevista e forse
anche propiziata dall’astuzia dell’alleato israeliano che deve appoggiarsi alla
potenza di fuoco delle forze armate americane per perseguire il suo obiettivo
di stroncare la potenza militare del nemico.
Ecco,
dunque, che si profila uno scambio di collo per quel cappio che sta roteando,
ormai mosso da moto proprio, sui cieli del Medio Oriente. Per questo motivo
Trump sta chiamando a gran voce tutti gli (ex) alleati NATO a fornire altri
possibili bersagli per il cappio, cercando disperatamente di salvare il suo
collo. Dimenticando quante ne ha dette e fatte per rendere tutti questi Paesi
non solo diffidenti ma più che legittimamente contrari alle sue ambizioni e
metodi per soddisfarle. Volendo
restringere il campo degli alleati NATO a chi non ha ancora espresso
chiaramente una posizione contraria al modus operandi di questa amministrazione
americana, anzi ostenta una pericolosa prossimità con Trump, c’è da essere
molto preoccupati per il nostro Paese (o Nazione che dir si voglia!). Non
vorrei che, gira-gira, il cappio finisse intorno al collo più leggiadro di
tutto il cucuzzaro!