…Al tempo dell’Intelligenza
Artificiale Si muore
per il lavoro, si vive per il lavoro ma oggi primo maggio molti si interrogano:
qual è il significato del lavoro nel tempo dell’Intelligenza Artificiale? Muterà
il senso dell’oppressione e dello sfruttamento, della grande “contraddizione
principale”? La risposta è difficile da formulare, ma si può cercare di
mantenere vivo un pensiero. Lavoro, sfruttamento,
morte: una triade che sembra inscindibile nel tempo nonostante il ritmo
vorticoso dell’innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale non sembra
affacciarsi quale simbolo di liberazione.Quella
triade lavoro- sfruttamento-morte appare sempre incombente nel ciclo
capitalistico, indipendentemente dalle condizioni materiali nelle quali via via
lavoratrici e lavoratori si trovano costretti ad agire.È necessario ancora una volta ribadire alcuni elementi di
fondo che vanno presi in considerazione proprio attorno al tema della
concezione del lavoro e della sua liberazione. Nel tempo trascorso senso e
concezione del lavoro sono stati sottoposti a troppi fraintendimenti e
sovrapposizioni al punto da far smarrire, per gran parte dell’opinione
pubblica, la nozione di sfruttamento. Si tratta di prendere in considerazione
un dato di fondo: l’uomo non è più il prodotto del suo lavoro, come si pensava
cinquant’anni fa, e neppure la dimensione umana si trova ancora al centro della
subalternità al comando del profitto. Oggi l’uomo (nel senso di genere umano,
senza distinzioni) non è null’altro che l’espressione del suo consumo, della
sua capacità di corrispondere in ogni momento della sua vita e non soltanto in
fabbrica all’egemonia del comando del profitto.
Dentro lo stridore sociale
dominante è il comando del profitto che ormai si è esteso sull’insieme di
contraddizioni che la modernità presenta, assumendo l’egemonia di tutte le
innovazioni che via via si stanno presentando sulla scena sia sul piano
tecnologico, sia economico, sia politico. Ogni nostro atto, ogni nostra
possibilità di visione, è compiuto in funzione dell’apparire quasi sempre
pubblicitario del combinato disposto tra reale e virtuale sul quale la logica
del profitto si espande e si afferma. Così si è arrivati più ancora che alla
negazione al considerare superfluo il conflitto, sia nel sociale sia nel politico.
Il conflitto è considerato ormai marginale, momento di turbamento dell’ordine
costituito. È giusto lottare per una possibilità di migliore remunerazione del
lavoro ma la condizione per ottenere ciò non può essere quella di continuare ad
esercitare una funzione di mera riproduzione del consumo come fattore
egemonico, pagando il prezzo dello smisurato allargamento delle disuguaglianze
su tutte le basi: individuali, collettive, planetarie con la guerra tornata
sovrana a regolare la storia. Ricordarsi le condizioni di allargamento del
concetto di sfruttamento alienante a categorie diverse da quelle del lavoro
subordinato (ambiente, genere, tecnologia) potrebbe rappresentare la
possibilità di compiere dopo tanto tempo un nuovo passo in avanti almeno dal punto
di vista della nostra capacità di riflessione adeguandola a contrapporci agli
inganni di una presunta modernità che l’uso dell’AI vorrebbe segnare quale leva
dell’intensificazione del dominio.