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giovedì 23 aprile 2026

UN 25 APRILE DI GUERRA
di Franco Astengo
 

Il 25 aprile, la nostra ricorrenza, il giorno più importante nella storia d'Italia, attraversa il tempo.
 
L’esito recente del referendum ci ha dimostrato come quella data non rappresenti soltanto la memoria della fine dell'occupazione nazifascista, ma il punto da cui nacquero la Repubblica e la Costituzione. Nel 2026 questo passaggio assume un significato ancora più forte: a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, il legame tra Liberazione, antifascismo e Costituzione continua a chiedere di essere riaffermato. La Costituzione sortì infatti da una rottura politica precisa: quella con il fascismo, con la guerra, con un’idea autoritaria dello Stato e della società. Per questo l’antifascismo non appartiene solo alla memoria, ma resta un principio costitutivo della democrazia. Fin qui però abbiamo ricostruito una premessa e siamo rimasti in quello che possiamo considerare un ambito "scontato" di riflessione. Oggi questo principio si misura con un contesto in cui tornano a pesare restrizioni dello spazio democratico, compressione del dissenso, uso estensivo delle categorie di sicurezza e delegittimazione delle soggettività critiche. Non possiamo però limitarci ad approfondire questi aspetti. Non possiamo limitarci a ricordare fatti del passato. È necessario guardare all'oggi e di conseguenza al futuro. Questa è l'occasione per descrivere la realtà e chiamare tutti ad affrontarla. L'anniversario del 25 aprile arriva in un momento oscuro dove la realtà della guerra minaccia di deflagrare nella dimensione di un conflitto globale (se non ci troviamo già nel "pieno") la democrazia appare a rischio in molte parti del mondo mentre si allargano le disuguaglianze e si accentuano vessazioni e ingiustizie. Lo stesso rapporto tra scienza, tecnica e politica non sembra più muoversi nel senso della liberazione dell'umanità ma piuttosto evocando pericoli oscuri di espropriazione delle coscienze. Va ricordato che per l'Europa la liberazione dal nazifascismo (che avvenne in tempi diversi e con esiti diversi senza dimenticare che gli eserciti di tutto il mondo marciavano sul suolo del continente) rappresentò comunque un momento fondamentale di svolta della storia della quale non vanno assunti i retaggi in maniera unilaterale: occorre continuare a studiarne le sfaccettature e le contraddizioni se si intende cercare di capire cosa accadde allora e interrogarsi su quanto ciò che si verificò più di ottant'anni fa pesi ancora sulla complessa realtà dell'oggi. 



Per l'Italia la valutazione di ciò che accadde deve mantenersi chiara: dalla Liberazione, dalla lotta al nazifascismo, dalla capacità dei partigiani di liberare in autonomie le grandi città industriali del Nord, nasce la Costituzione e - di conseguenza - la democrazia con tutte le sue difficoltà passate e presenti.  Fin qui tutto appare chiaro. Meno evidente nella narrazione mediatica "mainstream" la necessità che una democrazia repubblicana debba intendersi sempre come bene prezioso non semplicemente da conservare ma da arricchire giorno per giorno con il pensiero e l'azione della parte migliore del nostro popolo. Alla qualità della democrazia repubblicana va agganciato il momento politico: un momento politico così difficile contrassegnato da una evidenza che è insieme emergenza: la guerra. Una guerra "cattiva" combattuta su più fronti le cui vittime immediate sono le popolazioni inermi: dall'Ucraina alla Russia, da Gaza al Libano, dall'Iran ai paesi del Golfo. Una guerra che alimenta l'idea della politica intesa come dominio, della ripresa imperialista (su diversi fronti), da pesantissimi riflessi sull'economia internazionale ormai dominata dalla geopolitica: le condizioni dell'economia internazionale, nell'ormai avviata post-globalizzazione, appare contrassegnata dalla crescita dell'enormità delle disuguaglianze, dalla volontà di distruzione verso interi popoli come sta accadendo in Palestina, nel Libano e (senza bombardare direttamente) a Cuba.



Oggi 25 aprile non possiamo fermarci a raccontare i pur gloriosi episodi della nostra Resistenza. «Le massime dei filosofi sulle condizioni di possibilità della pace pubblica devono essere consultate dagli stati armati per la guerra»: questo il testo dell’“articolo segreto” che Immanuel Kant comprende nel suo Per la Pace Perpetua. Invece pare proprio che anche oggi gli stati armati non consultino i filosofi: non li consultano perché non vogliono sentirsi dire che l'unico presupposto per la civiltà è la pace. Battersi per la pace deve significare oggi come oggi cercare soluzioni mettendo a confronto una teoria della pace come soluzione politica all'ipotesi della guerra considerata inevitabile nella concezione di Von Clausewitz.
La pressione dei popoli per la pace, la richiesta pressante di pace oggi rappresenta il solo modo concreto per celebrare l'alba radiosa del 25 aprile.