Cesare
Vergati è giunto a me piano piano in un gentile e delicato centellinamento di
parole. Ricordo la mia iniziale diffidenza, la mancata familiarità, quel suo
segno quasi evanescente che si stagliava in modo stridente sulla mia brama di
concretezza. Ricordo la mia perplessità verso quella sintassi disinibita e quei
frammenti aerei e senza punto - il libro era Aforismi a porte aperte -,
così apparentemente incapaci di offrirmi i solidi e terrosi appigli che ero
avvezza pretendere da ogni forma di letteratura. E poi ricordo il tempo più
bello, quello dell’inaspettata epifania. Il lentissimo schiarirsi di un
alfabeto a me sempre più docile, l’abitudine verso parole non più sfuggenti, la
confidenza con un’erudizione multipla che traluceva a scatti, e l’eccitante
dubbio di essere davanti a una lucidità tutt’altro che eterea. Ero
semplicemente di fronte a uno stile nuovo. È in questo modo che ho iniziato a intravedere, in quell’asciuttezza verbale,
qualcosa di più simile a una carismatica ritrosia che a una meditata alterigia,
e in quell’insolita miscela di forma e pensiero, più un talento naturale che un
comune artificio. Con questo dolce sospetto mi sono così avvicinata
all’opera omnia di Vergati, e in particolare ai suoi nuovi Aforismi in opera.
La raccolta si apre con un
viatico senza verbo, ‘D’elezione le parole’, e si conclude con una presa di
coscienza: ‘Delle massime ingiustizie si tengono a mente le minime’. Tra le due
spoglie folgorazioni, uno stuolo di aforismi che non riuscirei ad accomunare se
non per una loro tacita condizione di esistenza: la necessità. Qui, ogni
parola è infatti così necessaria da non poter essere sostituita da alcun’altra,
come se tale selezione fosse opera di un certosino della lingua e dei suoi
significati. Pagina dopo pagina, decine di epurate illuminazioni si susseguono
armoniosamente come in una partitura, in cui persino sinonimi quasi
sovrapponibili sono accuratamente differenziati - come a voler dire che non
esistono sfumature che non contano, ma solo dettagli che possono decidere della
vita e della morte. Che questa sovrana intransigenza abbia in sé qualcosa di
corroborante lo si scopre solo strada facendo - ed è forse lo stesso genere di
‘protezione’ che si sente grazie a ognuno dei colpi d’accetta con cui Vergati
demolisce via via i più subdoli luoghi comuni, con la solerte arguzia di un
padre che vuole difendere dalle insidie del non pensiero: si pensi ad aforismi
come ‘Gli animi sensibili senza ragione volgono al volgare’, oppure ‘La
bellezza presente dappertutto evidenzia un’infermità’, o ancora ‘Alla
finitudine l’eternità sta stretta’, fino al suggestivo ‘Lo spirito di invasione
del bene lo pone sullo stesso piano del male’. Sono tutte apparenti
provocazioni che mai si allontanano dalla necessità di soppesare ogni
preconfezionata credenza, tramutando la rigidità del consolidato nella
freschezza del mai considerato, con l’intento - come confiderà lo stesso autore
nel dialogo in chiusa con Alberto Casiraghy - ‘di scansare qualsiasi forma di
ideologia, di capriccio, di messaggio atto a ottenere un plauso comune, ovvero ancor
più superficialmente ad attendere a una retorica ampollosa’.
Ma per cogliere una necessità
così urgente, la necessità dell’assolutezza di ogni distinguo, così come per
comprendere il senso di conforto derivato dal ribaltamento di ogni comune sentire,
bisogna votarsi a un unico credo: l’attenzione. L’esortazione all’attenzione è
il dono più grande di quest’ultima opera aforistica di Cesare Vergati. Come supremi
incanalatori d’attenzione, l’autore sceglie l’eccelsa arte del minus
dicere, lo spogliamento estremo dal superfluo, persino la grazia
della litote, questa nobile sconosciuta, in tutta la sua bellezza. Perché
escludere il non necessario è un invito a non distrarsi e sembra che Vergati
accompagni tale invito con la meno scontata delle raccomandazioni, ovvero
quella di dedicare all’opera la vera immaginazione e non quella fantastica: in
una parola, l’attenzione. Nell’attenzione, come Cristina Campo avverte,
‘l’immaginazione è presente, sublimata, come il veleno nella medicina’, e ‘per
uno dei tanti equivoci del linguaggio, comunemente la si chiama fantasia
creatrice’. In realtà, né l’autore né il lettore sono chiamati a creare,
ma solo a decifrare,la realtà in parole e le parole in realtà. In
Aforismi in opera l’atto di decifrazione è per ogni singola parola
sospesa, ciascuna diversamente colorata e abitata, ciascuna riservata al grado
di attenzione di chi la dovrà cogliere – e in tale esercizio vi è la metafora
di un atto di scomposizione e ricomposizione dovuto al mondo. È l’attenzione a
rendere palpabile l’impalpabilità degli aforismi più ambigui (si pensi a:
‘Perplesso l’inviolabile laddove del sacro un intento anfibio’, o ‘La purezza
intenebra la bellezza’); è l’attenzione a fornire la chiave della
stratificazione di ogni celata accezione (‘L’avaro dà, per non dover
ricevere’); ed è sempre con attenzione che bisogna interpretare il geroglifico
antico di quell’appetito che ‘dichiara un vuoto che nulla sfama’.
Non può sorprendere che la
conseguenza di tutto ciò sia anche una presa di coscienza del potere del male:
‘L’arte canta il male; e in questo canto il male spaesato si scopre in
difficoltà d’ambientamento’. Ma è proprio in virtù di tale pessimismo, spesso
sotto forma di disincanto, che ho potuto trovare in questi aforismi non solo
quel senso di consolazione che si dispiega davanti all’estirpazione di ogni
velo di Maya, ma anche quella risoluta ‘materialità’ che a prima vista mi
sfuggiva, ma cui fin dall’inizio anelavo: non, però, attraverso il peso formale
di una densità verbale, ma attraverso tutto il peso specifico del disinganno –
e di chi, seppur con leggere parole, abita il mondo sotto la gravità della
lucidità. Forse è questo il solido appiglio
che all’inizio faticavo a scorgere, quello stile che è grave e violentemente immanente,
ma in un senso nuovo, poiché testimone della rarissima coesistenza di
leggerezza estrema e di possente radicamento. Soltanto questa condizione, dice
William Carlos Williams, dona ‘il sapore massimo a ogni parola’. Ambizione
suprema non di ogni aforista, ma di tutta la letteratura.