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domenica 17 maggio 2026

IL PALAZZO DI GIUSTIZIA
di Angelo Gaccione



Cominciamo dalla stazza: una vera e propria colata di marmo di 30 mila metri quadrati che occupano a parallelepipedo ben quattro vie: il Corso di Porta Vittoria, la via Freguglia, la via Manara e la via San Barnaba. Un massiccio parallelepipedo che si eleva su quattro livelli per un’altezza di circa 40 metri, per quanto riguarda il corpo di fabbrica, ma vi è compresa anche una torre che di metri ne raggiunge 61. In lunghezza, la facciata frontale sul Corso corre per ben 120 metri, quanto basta per schiacciarvi con la sua mole, con il suo sinistro incombere. Non scherza nemmeno in fatto di stanze: ne possiede 1.200; le aule invece sono 65 e forse non sono nemmeno bastevoli per l’intensa attività che vi si svolge, come non è bastevole il personale che lo deve far funzionare. Tribunale Ordinario, Procura della Repubblica, Corte d’Appello di Milano, Procura Generale della Repubblica, Tribunale di Sorveglianza, hanno la loro sede qui e si stima che ogni giorno entri, in questo imponente edificio, una massa di persone pari ad un comune di oltre 5 mila abitanti. Una cifra da far rabbrividire se ci pensate. Componenti umane e strutture per le varie funzioni ed esigenze, compongono un corpus compatto ed autosufficiente come fosse davvero un universo a sé stante; una piccola cittadella nel cuore pulsante della metropoli che pulsa a sua volta come un ritmo cardiaco. Vi ferve una vita intensa che dall’esterno non si riesce nemmeno a immaginare. 



Da fuori non si ha idea di tutto questo suo pullulare. Non si vedono gli otto cortili, non si vede la dea Temi dal volto accigliato, scolpita da Attilio Selva con in mano spada e scettro, e non si vede, soprattutto, quella vera e propria “galleria d’arte” che il Palazzo può vantare, costituita da 140 preziose opere di 52 artisti contemporanei fra i quali spiccano i nomi di Sironi, Severini, Carrà, Manzù, Arturo Martini, Fiume, Leone Lodi, Carlo Pini, Arturo Dazzi. Affreschi, mosaici, bassorilievi, sculture in cui il tema della Giustizia è declinato nelle forme più consone dalla loro visionarietà. Vale la pena ricordare almeno qualcuno dei titoli delle opere degli artisti: Carlo Carrà (Giustiniano che ammira la giustizia, affresco, 1938), Arturo Martini (La Giustizia fascista, marmo, 1936-37), Mario Sironi (La Giustizia armata con la legge, mosaico, 1936), Achille Funi (Mosè con le tavole della legge, affresco, 1936-39).


 
Costruito tra gli inizi degli anni Trenta e gli anni Quaranta del Novecento sotto la direzione dell’architetto Piacentini, il Palazzo spicca per il suo stile novecentista di chiara impronta fascista. Come mi scrive in un messaggio l’ex magistrato Guido Salvini, che al Palazzo di Giustizia di Milano ha passato buona parte della sua vita: “i soffitti dei grandi atri del 1º e del 3º piano - che sono delle vere e proprie piazze - sono molti alti per incutere timore in chi ci entra, e cioè il timore della autorità dello Stato in consonanza con l’ideologia del periodo in cui fu costruito. È questo il senso che comunica…”.  



Frasi in lingua latina tutte riferite alla Giurisprudenza e al Diritto, sono incise sulla facciata principale e sugli avancorpi. In un mio testo poetico dal titolo “La Rotonda di via Besana”, contrappongo a questo sinistro Palazzo di marmo bianco, la graziosa Rotonda aperta verso il cielo dai bei mattoni rossi. Vi si ritrovano mamme e bimbi ed è un lieto luogo di giochi e di voci, dove il tempo scorre quieto lontano da ogni ferocia. Io ci vengo con Proust e ogni tanto scambio un sorriso, o scrivo un verso.