Cominciamo dalla stazza: una vera e
propria colata di marmo di 30 mila metri quadrati che occupano a
parallelepipedo ben quattro vie: il Corso di Porta Vittoria, la via Freguglia, la
via Manara e la via San Barnaba. Un massiccio parallelepipedo che si eleva su
quattro livelli per un’altezza di circa 40 metri, per quanto riguarda il corpo
di fabbrica, ma vi è compresa anche una torre che di metri ne raggiunge 61. In
lunghezza, la facciata frontale sul Corso corre per ben 120 metri, quanto basta
per schiacciarvi con la sua mole, con il suo sinistro incombere. Non scherza
nemmeno in fatto di stanze: ne possiede 1.200; le aule invece sono 65 e forse
non sono nemmeno bastevoli per l’intensa attività che vi si svolge, come non è
bastevole il personale che lo deve far funzionare. Tribunale Ordinario, Procura
della Repubblica, Corte d’Appello di Milano, Procura Generale della Repubblica,
Tribunale di Sorveglianza, hanno la loro sede qui e si stima che ogni giorno
entri, in questo imponente edificio, una massa di persone pari ad un comune di
oltre 5 mila abitanti. Una cifra da far rabbrividire se ci pensate. Componenti
umane e strutture per le varie funzioni ed esigenze, compongono un corpus
compatto ed autosufficiente come fosse davvero un universo a sé stante; una
piccola cittadella nel cuore pulsante della metropoli che pulsa a sua volta
come un ritmo cardiaco. Vi ferve una vita intensa che dall’esterno non si
riesce nemmeno a immaginare.
Da fuori non si ha idea di tutto questo suo
pullulare. Non si vedono gli otto cortili, non si vede la dea Temi dal volto
accigliato, scolpita da Attilio Selva con in mano spada e scettro, e non si
vede, soprattutto, quella vera e propria “galleria d’arte” che il Palazzo può
vantare, costituita da 140 preziose opere di 52 artisti contemporanei fra i
quali spiccano i nomi di Sironi, Severini, Carrà, Manzù, Arturo Martini, Fiume,
Leone Lodi, Carlo Pini, Arturo Dazzi. Affreschi, mosaici, bassorilievi,
sculture in cui il tema della Giustizia è declinato nelle forme più consone
dalla loro visionarietà. Vale la pena ricordare almeno qualcuno dei titoli
delle opere degli artisti: Carlo Carrà (Giustiniano che ammira la
giustizia, affresco, 1938), Arturo Martini (La Giustizia fascista, marmo,
1936-37), Mario Sironi(La Giustizia armata con la legge, mosaico, 1936), Achille Funi (Mosè
con le tavole della legge, affresco, 1936-39).
Costruito
tra gli inizi degli anni Trenta e gli anni Quaranta del Novecento sotto la
direzione dell’architetto Piacentini, il Palazzo spicca per il suo stile novecentista di chiara impronta fascista. Come mi scrive in un messaggio l’ex
magistrato Guido Salvini, che al Palazzo di Giustizia di Milano ha passato
buona parte della sua vita: “i soffitti dei grandi atri del 1º e del
3º piano - che sono delle vere e proprie piazze - sono molti alti per incutere
timore in chi ci entra, e cioè il timore della autorità dello Stato in
consonanza con l’ideologia del periodo in cui fu costruito. È questo il senso che comunica…”.
Frasi
in lingua latina tutte riferite alla Giurisprudenza e al Diritto, sono incise
sulla facciata principale e sugli avancorpi. In un mio testo poetico dal titolo
“La Rotonda di via Besana”, contrappongo a questo sinistro Palazzo di marmo
bianco, la graziosa Rotonda aperta verso il cielo dai bei mattoni rossi.
Vi si ritrovano mamme e bimbi ed è un lieto luogo di giochi e di voci, dove il
tempo scorre quieto lontano da ogni ferocia. Io ci vengo con Proust e ogni
tanto scambio un sorriso, o scrivo un verso.