Èun
progetto di libertà il lavoro di scrittura d’esordio di Angela Strippoli,
autrice di Una vita nel cerchio, SECOP edizioni, 2026, pagg. 142, quasi
un romanzo quasi una poesia, a detta della stessa scrittrice. E come il
suono metallico del tam-tam che si propaga nel vento a richiamare l’attenzione
delle molteplici vite a coesistere, allo stesso modo l’ago di Angiolina “la
Cartara”, (profetico epiteto attribuito dalla nonna materna dell’autrice), nel
suo ininterrotto moto di filatura, sfilatura ed intreccio di fili di seta rossi
vermiglio, incalza con incessante ritmo poetico potente per creare varchi di
vita significativamente consistenti, oltre i solchi del telaio, oltre i limiti
del pensiero imposto dall’esterno (avevo consapevolezza del tam-tam
ininterrotto dell’ago che attraversava il telaio e, nel contempo a quella
consapevolezza legai il desiderio di accoglierlo come ritmo poetico tessile).
Ma Angiolina, di appena sei anni, donna sognante di sogni a venire, raggiungerà
la propria consapevolezza di poetessa soltanto mediante un processo di
decostruzione di tipo derridiano, in cui il binarismo oppositivo “saper leggere
e scrivere/ non saper leggere e scrivere”, affidato all’errato pregiudizio
della maestra di scuola elementare (ero stata condannata dal tribunale del
pregiudizio, che diceva: leggere e scrivere è privilegio di pochi, dei più
dotati), venga neutralizzato con lavoro umile, costante, tormentato e caparbio
(terribile è l’arte del recupero ma sono artigiana insonne sognatrice di
filo in filo in recupero di parola, parola conquisto mai fui così temeraria)
di viaggi del cuore all’interno del cerchio, pronti a solcare le più alte maree
del proprio sogno/bisogno di scrittura negato dall’istruzione stessa e dalla
complicità di sua madre, vittima di un rigido e severo sistema socio-educativo del
Bel Paese anni ’60 (Vele di carta tra audaci e convulsi velieri di alte
maree, Lei, la poesia ne fugge l’insidia Controvento affonda lo sguardo nel
cuore e va).
Il legame simbiotico fra
scrittura e ricamo, parole, peraltro, accomunate dall’etimologia araba di رقم(“raqama”) col significato di “punteggiare”
ma anche di “scrivere” su tessuto, non è il solo filo resistente che si dipana
nell’opera di Angela Stippoli. Vi è un ulteriore punto di congiunzione fra il sé
della poetessa ed il mondo esterno che affonda le proprie radici
nell’atteggiamento di dedizione/devozione verso la madre terra, amore trasmesso
con il lavoro di pazienza e sacrificio di suo padre nei campi (Da mia madre
ereditai l’ago, da mio padre la zappa, in fondo la stessa radice. Divenni
un’abile ricamatrice di trame di stoffa e di terra… creai solchi pensando da
poeta; e ancora: un lungo interminabile filo rosso corre indomabile sul
foglio, come la spoletta nel telaio e l’aratro nei campi). Solco, seme, scrittura
sutura, costituiscono, in assonanza, un quadrinomio perfetto nell’ottica della
rinascita e del ciclo naturale dell’esistenza, quale possibilità di alterità: elementi
che riecheggiano nei versi dickinsoniani della poesia Don’t put up my Thread
and Needle: Leave my Needle in the furrow – where I put it down- I
can make the zigzag stitches-Straight when I am strong; Till then- dreaming I
am sowing-Fetch the seam I missed- Closer so I- at my sleeping – Still
surmise I stitch= Non metter via il mio ago e filo: lascia il mio ago nel solco
in cui l’ho posato, potrò cucire i punti a zig zag dritti quando sarò forte;
Sino ad allora, sognando di cucire, recupero la cucitura mancata affinché nel
sonno supponga ancora di cucire). Ma, se da un lato, la poetessa di Amherst sceglie
consapevolmente la solitudine, e appartata nella propria stanza in una
dimensione onirica, si dedica alla poesia cucendola letteralmente su fascicoli non
concepiti per il pubblico, ma riscoperti soltanto post-mortem dalla sorella
Lavinia (“Dickinson’s Fascicles”), dall’altro, Angela Strippoli, per la quale il
filo è rinascita (E se dipendesse da un filo la rinascita?, mi chiesi), nella
coraggiosa traversata del telaio, trova risposta al proprio interrogativo,
nell’atto audace di oltrepassare i confini del cerchio, mostrando il frutto,
seminato e coltivato con cura nel giardino d’infanzia della propria anima, dinanzi
ad una commissione esaminatrice, in un’aula un tempo a lei austera e
inaccessibile: una gigante riproduzione su tela della fotografia di sua madre
sorridente e spensierata in bicicletta, sapientemente ricamata e rilegata a
mano, sarà la sua tesina in cui la sua penna/ago rappresenterà la chiave
d’accesso al mondo.(Mi avvalsi del potere del filo per creare un abito che
prese forma artistica…Pertanto attraverso il filo e il tessuto scelsi un modo
per creare un legame tra me e il mondo).
Protagonista e non comparsa nel tessuto esistenziale, Angela
Strippoli affida il suo progetto di libertà ad un filo che si muove in una
duplice direzione: da un lato, è un filo “appeso” al sentimento di riconoscenza
nei confronti dell’insegnante, quale maestra di scrittura, nonostante gli
errati preconcetti sulla piccola Angiolina di appena sei anni (E la
curiosità per la lettera fui io, la tua maestra a trasmetterla. -Questo me lo
devi- Si è vero, lo riconosco.); dall’altro,
esso insegue, invisibile, comerivolo
sotterraneo, nuovi solchi di luce nel mondo. (L’abito è perfetto, ha buchi
da tutte le parti. Fa luce, fa mondo). La metafora del
doppio con cui il romanzo/poesia di Angela Strippoli si contraddistingue, segna,
dunque, nuovi e possibili percorsi di libertà di pensiero: è nel solco della
scrittura che il seme del pregiudizio viene gettato dalla scrittrice, per poi ritornare
sotto forma di rinnovato spirito, la cui nuova consistenza e sostanza dovrà
essere preziosamente custodita di generazione in generazione, affinché il filo
dell’esistenza, come per il ricamo palestinese del Tatreez (تطريز), sia, nell’eterno
sibilo del vento, espressione di identità, creatività e r-esistenza non solo
soggettiva ma di un popolo intero: Metri e metri di tessuto di puro cotone
al quale inserisco sei cerchi di telaio da ricamo e aggrappata a quel gioco
recupero me e il popolo che è in noi, traendo il filo dall’ informe matassa
della nostra esistenza.