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domenica 10 maggio 2026

SCAFFALI
di Pasqualina Deriu
 

Il libro di Valeria Dal Bo, Onirico Blues (I Quaderni del Bardo Ed. 2023, pagine 110 € 10) apre con il tema dell’acqua: “acque profonde” dice il cartello. Viene subito in mente il pensiero di Bachelard, lo studioso della psicologia delle acque, là dove dice che “la profondità in un elemento materiale è anche un tipo di destino… un destino essenziale che trasforma incessantemente la sostanza dell’Essere”. Infatti la poesia di Valeria sta ad indicare un processo di trasformazione, dunque una poesia del divenire, non a caso Valeria ama Lucrezio che è il primo grande poeta del divenire. Ma non è solo un’acqua profonda quella che appare nella prima poesia, il mare è visto per lo più come una laguna insidiosa e il paesaggio è scuro e triste il “cielo è sempre d’inverno”. Però essendo quella di Valeria poesia di trasformazione si intuiscono anche il percorso e le difficoltà, percorso non sempre lineare ma pieno di ostacoli, grovigli di oggetti, di strade in cui si procede per avanzate e ritorni indietro. Il personaggio porta sul braccio alzato una corona di spine con una ciliegia rossa nel mezzo che scivola di qua e di là come se non appartenesse alla voce narrante. Si potrebbe fissare in questo ossimoro forse il tema unitario del libro. Gli affanni da una parte (la corona di spine), la vitalistica ciliegia rossa che però sfugge anche quando è stata già conquistata dal soggetto e deve riconquistarla. Colori cupi sì, ma malgrado i morti disseminati nelle pagine, le teste mozzate, non sono poesie di morte, anche qui, come nei libri di Edgar Allan Poe, che vedrei molto bene come un suo antenato, punto di riferimento di scrittura di Valeria, abbiamo la morte che descrive la vita, o meglio la descrizione della vita attraverso la morte. Ne La Gheisha si legge “che cosa stai aspettando” mi dice “A me che sono ancora morta”. O in altra poesia “Non sapevo se fossi ancora morta o di già viva” e in un’altra dove finalmente è viva “Io che finalmente ho me/ ho deciso di festeggiare con tre zingare, che malgrado l’abito nero di una di loro esprimono tuttavia il vitalismo gitano. 



I fantasmi del passato, nella poesia Rivelazione si sono dissolti o scoloriti. Da un mondo claustrofobico, però, c’è sempre la via d’uscita, come per Montale, “il varco è lì” scriveva a proposito della “petroliera” ne La casa dei Doganieri. Qui è “l’imbarcadero”? La via di fuga? Frequente è il movimento dall’oscuro e tenebroso al luminoso, dai mormorii funebri alla musica. Da un mondo di tenebra spunta un fanciullo vestito di bianco che porge una piccola arpa e insiste perché lei (la narratrice) suoni, mentre si illumina tutto. Lei prova e la musica inonda la città. C’è sempre un richiamo alla vita, un’alba sorgiva: una bambina che fa segno di salire, ride e agita le braccia; una nascita all’alba, nei pressi della stazione centrale, sul prato d’ombra e luce dove si impara a volere. Altre figure simboliche sono disseminate qua e là: “l’androgino” simbolo dell’eros, come nel Simposio di Platone; la “cerva portentosa” che esprime il rinnovamento continuo della vita, processo di morte e rinascita. Il “serpente dai colori variopinti” simbolo anch’esso di trasformazione e rigenerazione. La nuova vita è radicalmente diversa da quella del passato e segna una rottura definitiva, ce lo dice l’ultima poesia “Non aspettiamo lettere/poiché siamo partite senza lasciare/recapito”.