Il libro di
Valeria Dal Bo, Onirico Blues (I Quaderni del Bardo Ed. 2023, pagine 110
€ 10) apre con il tema dell’acqua: “acque profonde” dice il cartello. Viene
subito in mente il pensiero di Bachelard, lo studioso della psicologia delle
acque, là dove dice che “la profondità in un elemento materiale è anche un tipo
di destino… un destino essenziale che trasforma incessantemente la sostanza
dell’Essere”. Infatti la poesia di Valeria sta ad indicare un processo di
trasformazione, dunque una poesia del divenire, non a caso Valeria ama Lucrezio
che è il primo grande poeta del divenire. Ma non è solo un’acqua profonda
quella che appare nella prima poesia, il mare è visto per lo più come una
laguna insidiosa e il paesaggio è scuro e triste il “cielo è sempre d’inverno”.
Però essendo quella di Valeria poesia di trasformazione si intuiscono anche il
percorso e le difficoltà, percorso non sempre lineare ma pieno di ostacoli,
grovigli di oggetti, di strade in cui si procede per avanzate e ritorni
indietro. Il personaggio porta sul braccio alzato una corona di spine con una
ciliegia rossa nel mezzo che scivola di qua e di là come se non appartenesse
alla voce narrante. Si potrebbe fissare in questo ossimoro forse il tema
unitario del libro. Gli affanni da una parte (la corona di spine), la
vitalistica ciliegia rossa che però sfugge anche quando è stata già conquistata
dal soggetto e deve riconquistarla. Colori cupi sì, ma malgrado i morti
disseminati nelle pagine, le teste mozzate, non sono poesie di morte, anche
qui, come nei libri di Edgar Allan Poe, che vedrei molto bene come un suo
antenato, punto di riferimento di scrittura di Valeria, abbiamo la morte che
descrive la vita, o meglio la descrizione della vita attraverso la morte. Ne La
Gheisha si legge “che cosa stai aspettando” mi dice “A me che sono ancora
morta”. O in altra poesia “Non sapevo se fossi ancora morta o di già viva” e in
un’altra dove finalmente è viva “Io che finalmente ho me/ ho deciso di
festeggiare con tre zingare, che malgrado l’abito nero di una di loro esprimono
tuttavia il vitalismo gitano.
I fantasmi del passato, nella poesia Rivelazione
si sono dissolti o scoloriti. Da un mondo claustrofobico, però, c’è sempre
la via d’uscita, come per Montale, “il varco è lì” scriveva a proposito della
“petroliera” ne La casa dei Doganieri. Qui è “l’imbarcadero”? La via di
fuga? Frequente è il movimento dall’oscuro e tenebroso al luminoso, dai
mormorii funebri alla musica. Da un mondo di tenebra spunta un fanciullo
vestito di bianco che porge una piccola arpa e insiste perché lei (la narratrice)
suoni, mentre si illumina tutto. Lei prova e la musica inonda la città. C’è
sempre un richiamo alla vita, un’alba sorgiva: una bambina che fa segno di
salire, ride e agita le braccia; una nascita all’alba, nei pressi della
stazione centrale, sul prato d’ombra e luce dove si impara a volere. Altre
figure simboliche sono disseminate qua e là: “l’androgino” simbolo dell’eros,
come nel Simposio di Platone; la “cerva portentosa” che esprime il rinnovamento
continuo della vita, processo di morte e rinascita. Il “serpente dai colori
variopinti” simbolo anch’esso di trasformazione e rigenerazione. La nuova vita
è radicalmente diversa da quella del passato e segna una rottura definitiva, ce
lo dice l’ultima poesia “Non aspettiamo lettere/poiché siamo partite senza
lasciare/recapito”.